Pasolini: Commento ad un articolo inedito sul cinema pubblicato sull’Avvenire

Pasolini13

(marino demata) La pubblicazione di uno scritto inedito di Pasolini fa sempre notizia ed è giusto che sia così, anche se , come in questo caso, non aggiunge moltissimo a concetti e convincimenti che già conosciamo, e che tuttavia qui vengono ulteriormente precisati e messi a fuoco in maniera  a volte veramente puntuale. Si tratta di uno scritto in cui si parla essenzialmente del suo impegno cinematografico, ulteriore arricchimento di quell’arcipelago cinema che lo appassionò a tal punto da diventare materia di un numero sconfinato di interviste, articoli, brevi saggi, precisazioni, filmati, ecc.
Ad esempio in questo scritto è di interesse il suo accenno al film su San Paolo, poi mai realizzato, in cui ancora una volta egli precisa il perchè di tale impegno, da individuarsi nella particolare personaltà del santo, visto nelle sue dialettiche e irriducibili contraddizioni tra aspetto umano e aspetto sacrale: in pratica “di San Paolo ce ne sono due”. Una contraddizione della personalità che lo appassiona.
Di particolare interesse è tutta la prima parte del discorso di Pasolini dedicato al cinema in generale, ove egli rivendica sembra senza alcun rimpianto, il suo non essersi formato ad una pasolini totoscuola o corrente cinematografica, ma di aver agito in questo campo “in maniera abbastanza irregolare.” Questo non significa che gli mancassero punti di riferimento in grandi registi del passato che lui ha sempre ammirato.  Ci sembra significativo che citi i nomi di Charlot, Buster Keaton, Dreyer e Mizogouchi: questi quattro registi, pur non formando una corrente, “hanno formato, almeno per linee esterne, quella struttura e quel modo stilistico che mi è tipico”.
La parte forse più interessante dello scritto pubblicato da “Avvenire” (di cui purtroppo non ci viene rivelata la data esatta) è quella che riguarda i rapporti tra il suo cinema e il neo-realismo. Una questione molto dibattuta, sulla quale Pasolini è intervenuto a più riprese e sulla quale c’è stato il reiterato intervento della riflessione critica cinematografica più consapevole. Pasolini, in questo scritto rivendica la sua appartenenza almeno iniziale al neo-realismo (“Ho cominciato ad operare in pieno clima neorealistico, benché al suo declino, e quindi fatalmente non potevo che appartenerci”). Poi però, quando ha cominciato a fare cinema egli stesso, si rende conto del proprio distacco dal neo-realismo innanzitutto dal punto di vista formale, vedendo nell’uso frequente dei piani-sequanza, tipico dei registi del neo-realismo l’aspetto principale non adottato da lui. Si può discutere naturalmente sulla indivisuazione esclusivamente dei piani sequenza come unico – nella affermazione pasoliniana – “elemento stilistico tipico del neorealismo”,  il che sembra francamente un po riduttivo. Sul piano contenutistico invece, nello scritto riportato da Avvenire, Pasolini inquadra Accattone nell’alveo del neo-realismo soprattutto per la sua forte denuncia sociale: “Quindi concluderei dicendo che la mia corrente, come contenuti, almeno originariamente parte dal neorealismo, contraddicendolo però dal punto di vista formale.”.
A più riprese dunque Pasolini ha fatto i conti col neo-realismo. In un momento sicuramente successivo allo scritto riportato su Avvenire, Pasolini rilascia una breve intervista sul set di Uccellacci e uccellini. Alla domanda “Cosa ha rappresentato il neo-realismo, egli risponde che è stato “il primo atto di coscienza critica dal punto di vista politico e ideologico che l’Italia ha avuto di se stessa”. Infatti solo con la Resistenza è cominciata la storia d’Italia in quanto tale, perchè il nostro Paese  fino a quel punto “aveva avuto una storia che non era una storia unitaria, la storia di una nazione, ma la storia di un insieme di piccoli popoli, di piccole nazioni, a parte la grande divisione tra nord e sud. Gli ultimi vent’anni poi erano la storia del fascismo, cioè la storia di un’unità aberrante. Soltanto con la Resistenza è cominciata la storia italiana, tale da potersi paragonare alla storia della Francia, o dell’Inghilterra o della Spagna. Neorealismo è prima di tutto la riscoperta dell’Italia, primo sguardo dell’Italia su se stessa, senza orpelli retorici, senza falsità. Col piacere di scoprirsi e col piacere di denunciare anche i propri difetti, e questo è un carattere comune a tutti. E l’altro carattere comune a tutti è il prospettivismo di carattere marxista. Cioè tutte le opere neo-realistiche si fondano sull’dea che il futuro sarà migliore, cioè si adempirà una rivoluzione che non si sa quale fosse poi….”
Nello scritto Pasolini sia pure brevemente affronta un altro tema teorico di grande interesse: “Al cinema la realtà si esprime attraverso la realtà.” Questo significa che per Pasolini il codice attraverso il quale decodifichiamo la realtà è lo stesso di quello che adoperiamo per decodificare le immagini della realtà nel cinema. Dunque codice del cinema e codice della realtà sono identici e se “il cinema è un linguaggio, anche la realtà è un linguaggio.” Un linguaggio  che  per la formazione e le convinzioni di Pasolini non può che avere un carattere di assoluta immanenza.

Ecco lo scritto di Pasolini:

Il cinema e il sacro. Su “Avvenire” un testo inedito di Pasolini

 

 

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