“Magic in the Moonlight” (USA 2014) di W. Allen : ritorno al razionalismo

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(marino demata) Qualche mese fa abbiamo salutato con entusiasmo l’ultimo film di Woody Allen, Blue Jasmine, e ne abbiamo ammirato quella vitalità che sembra aver conferito nuovo slancio alla recente filmografia del regista, sotto il profilo della costruzione di una storia molto intrigante e dagli esiti non scontati, di un personaggio molto complesso e problematico, di un finale che lascia l’amaro in bocca e fa riflettere sui casi della vita, sulla influenza della cattiva sorte e sull’utilizzo delle proprie esperienze di vita vissuta. Chi pensava che quel film segnasse una svolta importante in questa parte di carriera del regista che in qualche modo potesse essere proseguita con i film successivi, vedendo la sua ultima fatica, Magic in the Moonlight, non può che rimanerne deluso. E si renderà conto che la serietà e l’impegno nel costruire quel personaggio magnificamente sorretto da un’interpretazione ricca di sfumature e di sensibilità da parte di Cathe Blanchett costituiscono Magic  in the 1probabilmente un fatto episodico.
Questo non significa che
Magic in the Moonlight sia un film da buttar via, un brutto film, ma è un film nel quale Allen ritorna al divertissement puro, ponendosi pochi problemi e costruendo, contrariamente a Blue Jasmine, personaggi lineari e coerenti, non problematici, convinti delle proprie concezioni e delle azioni conseguenti, e dove l’elemento dialettico imprevisto interviene solo quando qualcosa sembrerebbe scalfire le loro certezze (ci riferiamo in particolare al protagonista, Stanley Crawford/Colin Firth), creando momentaneo scompiglio nelle proprie idee e convinzioni ideologiche.
Convinzioni ideologiche che poi sono esattamente quelle di Woody Allen, che dunque, forse mai con tanta chiarezza e nettezza, espone il suo razionalismo immanentistico e la sua incredulità assoluta in ogni “altro” rispetto alla realtà che ci circonda, per bocca di un Colin Firth che se ne fa portavoce con grande convinzione.Magic in the Moonlight
E quale migliore figura Woody Allen poteva scegliere per esporre la propria concezione laica del mondo se non quella di un illusionista disincantato, che sa benissimo i trucchi del mestiere e soprattutto sa benissimo che l’irrazionale e il mistero che propina al suo pubblico ogni sera, in realtà hanno sempre una spiegazione razionale, un trucco che dà l’illusione del magico e dell’irreale, senza in realtà discostarsi poi mai dalle ferree regole della natura e della ragione? Come nella sequenza iniziale ove il mago riesce a far sparire un ingombrante elefante dalla scena, dando al pubblico l’illusione di un intervento quasi soprannaturale. In verità è proprio l’illusionista la persona più indicata a instillare nel pubblico appunto l’illusione o la convinzione che nelle regole della natura si possano trovare o fare delle eccezioni che vanno verso il soprannaturale ed è la persona più indicata a tener fermo dentro di sé, al contrario, il convincimento che la natura e la realtà non possono subire eccezioni alle loro leggi magic-in-the-moonlight-posterrazionali, perché sanno benissimo che le strane eccezioni che esibiscono al loro pubblico sono solo trucchi, e non potrebbe essere altrimenti.
A ben vedere forse è proprio questa la ragione del ricorso da parte del regista newyorkese al personaggio del mago, dell’illusionista, così frequente nei suoi film: si pensi al
famoso monologo “The Great Renaldo”; al suo racconto breve vincitore del premio O. Henry, “The Kugelmass Episode”; alla sua commedia “The Floating Lightbulb” (nella quale l’interprete principale è un giovane illusionista); all’episodio “Oedipus Wrecks” di New York Stories e a Scoop, dove lui stesso interpreta memorabilmente un mago, The Great Splendini. Nei suoi film sono comparsi anche ipnotizzatori (Broadway Danny Rose, La maledizone dello scorpione di giada), un guaritore (Alice) ed un indovino (Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni). Molti dei suoi altri film, in particolare Zelig, La rosa purpurea del Cairo, Midnight in Paris, hanno simili riferimenti.
E anche l’ambientazione, la Costa azzurra, e la collocazione temporale del film, gli anni ’20 sono funzionali a questa voglia del regista di fare il punto ancora una colta con le sue concezioni laiche e razionaliste, dimostrando in un luogo e in un’epoca ove l’aldilà e i suoi evocatori sono in gran voga più che mai, che si tratta solo di un illusione e chi afferma il contrario è falso e in mala fede. DSCF0410.RAFAddirittura l’incarico che riceve da un amico il mago Stanley Crawford/Colin Firth è proprio quello di sbugiardare la presunta medium Sophie Baker
(Emma Stone), capace a suo dire di evocare i morti e di entrare in trance nell’aldilà. La linearità e la contrapposizione dei due protagonisti viene scalfita da un imprevisto: l’amore, che sembra scompaginare in qualche modo i ruoli prefissati e creare quegli imprevisti dubbi sulle proprie convinzioni e certezze. Ed è questo imprevisto a fare di Magic in the Moonlight uno dei film più romantici di Woody Allen. Il quale non rinuncia ad alimentare il suo razionalismo con quelle battute da par suo, che lo hanno reso famoso (“Tutto è falso, persino il Vaticano!”). Il film, malgrado qualche momento di stanca, risulta comunque gradevolissimo: le musiche sono come al solito scelte divinamente dal regista, i colori della Costa Azzurra risultano piacevolmente brillanti.

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