20 anni senza Gian Maria – “Io ho paura” (1977) di D. Damiani (film completo)

(marino demata) Nella storia del cinema ci sono film che, per una serie di circostanze favorevoli, riescono a mietere più successi di quanto in realtà meritano, ed altri, viceversa, che non riescono ad ottenere quei successi che meriterebbero, pur essendo film di ottima fattura e in credito sicuramente di migliore fortuna. “Io ho paura” di Damiano Damiani, del 1977, appartiene a questa seconda categoria per una serie di circostanze sfavorevoli. La prima congiuntura sfavorevole è data sicuramente dalla concomitanza con altri film di genere e in particolare con quel capolavoro di Francesco Rosi, uscito quasi contemporaneamente: ci riferiamo a “Cadaveri eccellenti”, che con la sua forza e il suo livello sicuramente ha stritolato molta concorrenza. La seconda negatività sicuramente è stata conferita dal soggetto, in gran parte incentrato sullala collusione fra trafficanti di armi e personaggi loschi dei servizi segreti (quindi dello Stato), argomento per l’epoca piuttosto tabù, anche se non erano mancati altri film, alcuni dello stesso regista, che avevano “osato” trattare temi come la collusione tra Mafia e alcuni pezzi dello Stato. In terzo luogo il film mostra tutto il disagio delle forse dell’ordine e addirittura una manifestazione di protesta dei poliziotti all’interno dei loro uffici nei confronti dei superiori e dello Stato in genere. E anche questo argomento evidentemente doveva essere considerato tabù. Fatto sta che il film ha avuto veramente scarsa fortuna e pochissima diffusione, eppure, pur non essendo un capolavoro, ha aspetti molto originali e un ritmo veramente mozzafiato con numerosi colpi di scena.
Il film è impreziosito dalla presenza da protagonista di un sempre più maturo e convincente Gian Maria Volontè, questa volta in un ruolo inedito di un poliziotto che non intende fare l’eroe né il superman, ma al contrario incarna l’antieroe per eccellenza. L’espressione che dà il titolo al film viene infatti pronunciata dal protagonista, il brigadiere di polizia Ludovico Graziano (Gian Maria Volonté), che, dopo l’ennesimo attentato che è costata la vita ad un collega, confessa ad un suo superiore di aver paura. Per venirgli incontro il suo superiore lo assegna ad un compito apparentemente molto semplice e sicuro, quello di fare la scorta ad un anziano giudice, più che altro impegnato in un lavoro di routine. Sfortunatamente per il brigadiere Graziano, il giudice si imbatte in un caso piuttosto complesso, una rete terroristica dedita al traffico di armi e soprattutto collegata ad alcuni membri dei servizi segreti dello Stato. In questo contesto il giudice, interpretato dall’ottimo attore bergmaniano Erland Josephson, verrà ucciso e il brigadiere Graziano assegnato ad un altro giudice, questa volta l’ambiguo e corrotto Moser, interpretato magistralmente dall’attore tedesco Mario Adorf.
Un cast dunque di tutto rispetto, completato dalla affascinante presenza di Angelica Ippolito, nel ruolo della compagna occasionale del brigadiere Graziano, costretta a condividerne gli sbalzi di umore, le paure, gli improvvisi slanci di coraggio.
Volontè, in questo ruolo inedito di anti-eroe, è straordinario e tocca corde alle quali non ci aveva abituato, dense di umanità e sicuramente più veritiere di altri personaggi da lui in precedenza interpretati, perché il suo essere anti-eroe lo porta ad avere esitazioni, dubbi e insicurezze su come comportarsi, momenti di slancio e momenti di paura. L’attore riesce a dare corpo a tutto quel complesso di atteggiamenti e movimenti del proprio animo con consumata disinvoltura, arricchendo il personaggio di mille impensabili sfumature.
Per tutti questi motivi è veramente riduttivo definire il film come semplicemente di genere “poliziottesco” come si usa dire, perché sui tratta piuttosto di un film di tensione civile e politica e di azione, che lascia col fiato in sospeso lo spettatore alle prese con colpi di scena a ripetizione, e di un film genere “crime”, per il contenuto che la trama ci offre, con un’ultima parte veramente godibile, incentrata sulle mosse e contro-mosse tra Graziano e il giudice interpretato da Mario Adiorf, come in un gioco di scacchi che però ha per posta la vita di uno dei due.
Parlando di questo film, non possiamo inoltre fare a meno di notare che il cinema a volte crea degli strani incroci con la vita reale. I due protagonisti di Io ho paura sono Gian Maria Volontè e Erland Josephson; il personaggio interpretato da quest’ultimo muore alla metà circa del film e Volontè seguirà in parte le tracce segnate dal magistrato impersonato dall’attore svedese. Il caso unirà ancora in certo senso questi due grandi attori, che anni dopo, alla fine 1994, si passeranno i testimone: la improvvisa morte di Gian Maria Volontè nell’albergo di Florina in Grecia il 6 dicembre del 1994 lasciò il regista Theo Anghelopoulos senza il protagonista del suo film “Lo sguardo di Ulisse”. Ebbene a sostituire lo scomparso attore italiano fu prescelto proprio quell’ Erland Josephson, che abbiamo ritrovato assieme a Volontè nel cast di Io ho paura!
Damiano Damiani è regista che ci ha abituato a questo genere di film coraggiosi che vedono spesso lo Stato perdente, perchè presente nelle sue parti più corrotte, nei confronti dei poteri criminali. Morto lo scorso anno 2013 all’età di 90 anni, il regista ha al suo attivo una quarantina di film, naturalmente non tutti dello stesso livello. Dopo le prime opere tra la quali vanno segnalate le riduzioni cinematografiche da “L’isola di Arturo” di Elsa Morante e “La noia” di Aberto Moravia, Damiani trova la sua strada originale appunto nei film di denunzia sociale e politica, che hanno però l’originale caratteristica di coniugarsi con una accentuata spettacolarità, così evidente anche nel film che stiamo discutendo. Gli esordi in questo genere sono costituiti da “il giorno della civetta” del 1968, dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, con Claudia Cardinale e Franco Nero, Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica (1971) e da L’istruttoria è chiusa: dimentichi (1971). Attraverso questi titoli Damiani riesce a realizzare uno stile suo personale che, dimenticato il tardo neo-realismo dei primi lavori, tiene piuttosto d’occhio il cinema classico americano, riuscendo a trasformare spesso i conflitti tra corpi sani dello Stato e criminalità in una sorta di western senza esclusione di colpi. Cinema dunque di impegno civile e politico, costellato di eroi crepuscolari o addirittura anti-eroi (o eroi per caso) come per “Io ho paura”, o giustizieri solitari spesso contro tutti. In questo contesto, come si è visto, Damiani non rinuncia mai alla spettacolarità e all’azione né alla suspense, che riesce a regalare anche al pubblico del piccolo schermo, come sarà il caso de La piovra, interpretata da Michele Placido.

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