“Big eyes” (2014) di Tim Burton

BIg eyes 1

(marino demata) Confesso di non essere mai stato un grandissimo estimatore di Tim Burton: la sua spiccata tendenza favolistica non è proprio quello che mi aspetto e gradisco trovare in un film, e lui è appunto un gran narratore di favole. Faceva eccezione solo il suo bel film Ed Wood, biografia dell’omonimo film-maker di B-movie, definito il peggior regista di tutti i tempi, magistralmente interpretato da Johnny Deep e vincitore di due premi Oscar. In quel film Burton si accostava alla realtà del suo personaggio in punta di piedi e con grande rispetto, rifiutando di sottolinearene gli aspetti ridicoli o spaventosamente negativi della sua personalità e del suo sgangherato lavoro di regista, sottolineando come non fosse il caso di ridicolizzare nel proprio film chi , come Ed Wood, Big eyes 2già era stato troppo ridicolizzato nello svolgimento della propria vita. Alla fine ne usciva fuori un biopic malinconico ma pieno di comprensione e simpatia per il suo sfortunato protagonista. Simpatia che Burton ribadisce quando, in uno dei suoi film successivi, dà al protagonista il nome di Ed sempre come omaggio al regista “peggiore mai esistito” (ci riferiamo a “Edward mani di forbice” con lo stesso Johnny Deep).

Ebbene in “Big eyes” Burton per la seconda volta abbandona i toni della favola e si cimenta con un altro biopic che lo appassiona, la storia di Margaret Keane e di suo marito Walter Keane. La prima è una pittrice che negli anni 50 e 60 diede un’impronta particolare ed originale ai suoi ritratti di giovinette, ritraendole sempre con occhi molto grandi e intenzionalmente sproporzionati rispetto al resto del viso. Tali opere, una volta divenute famose, divisero la critica: ammirate da una parte di essa per la loro originalità, decisamente criticate come regno incontrastato del trash pittorico da un’altra parte, rappresentata nel film dalla decisa opposizione ad esse del critico d’arte interpretato dall’intramontabile Terence Stamp. In realtà le tendenze artistiche e pittoriche prevalenti in quegli anni in America erano ben diverse: nel film si accenna al dibattito sull’arte e sui suoi contenuti e al ruolo tutto sommato marginale, nel contesto del grande dibattito di quegli anni, che necessariamente non potevano non avere i ritratti delle giovinette con  grandi occhi. Questo aspetto,Big eyes 3 di cui nel film si ha un fugace accenno proprio nella breve parte interpretata da Terence Stamp, avrebbe meritato più ampio sviluppo da parte di Burton e questo limite sembra francamente un’occasione persa: in tal modo il film viene privato di respiro ideale e storico-culturale e le stesse fugaci polemiche di chi nel mondo artistico giudica regno del trash i ritratti dai grandi occhi, sono nel film non un’occasine per aprire una finestra sul dibattito culturale di quel tempo, ma sono esclusivamente finalizzata a far capire le difficoltà incontrate dai coniugi Keane. Inquadrare l’innegabile successo, ma anche le critiche riservate ai big eyes, inserendole più organicamente e con più spazio all’interno del dibattito culturale di quegli anni, avrebbe dato sicuramente al film un respiro ben diverso, che comunque non avrebbe tradito l’intento biografico del regista, ma gli avrebbe anzi dato un ancoraggio più solido e riferimenti storici e artistici più ampi, che invece mancano quasi del tutto. Il film infatti ben presto assume un altro registro, concentrandosi sulla storia del rapporto tra i due coniugi, fin dai maliziosi inganni di Walter nei confronti della propria moglie, fino al punto da auto-accreditarsi come autore di tutti i ritratti con i big eyes, col pretesto di avere una maggiore capacità commerciale e manageriale. Margaret in prima battuta protesta per Big eyes 4questa palese usurpazione, ma alla fine si piega alla realtà e ai suoi risvolti positivi sul piano finanziario, come riflesso, sembra dire Burton, anche del ruolo sicuramente subalterno della donna in genere in quel periodo negli USA. Il film, fedele alla storia di questa coppia, corre sul filo della tensione e dei dissapori e soprattutto dell’insoddisfazione di Margaret, che alla fine citerà in giudizio il marito in una causa civile che la vedrà vincitrice e ben risarcita, allorchè riuscirà a vincere la sua insicurezza e la sua timidezza e a sferrare un attacco vendicativo verso chi le aveva rubato il nome e la fama. Amy Adam dimostra in questo film di poter interpretare una parte specularmente ben diversa rispetto a quella di American Hustle, che le era valsa la nomination agli Oscar quale migliore attrice non protagonista, da sfrontata e decisa lì, diviene in Big Eyes timida e insicura, fino alla resa dei conti finale.
Una citazione particolare merita sicuramente il protagonista maschile, quel Christoph Waltz, che in questo film, lungi dal ricordare le interpretazioni tarantiniane in Bastardi senza gloria e in Django, entrambe coronate con l’Oscar quale migliore attore non protagonista, rievoca piuttosto i toni adirati e talvolta volutamente sopra le righe di Carnage di Roman Polanski.Big eyes 5
In definitiva siamo dunque lontani dal mondo delle favole che ha caratterizzato molti film di Burton. Qui si tratta di una biografia alla quale il regista si accosta con simpatia, proprio come aveva fatto con Ed Wood, realizzando, pur con i limiti storici sopra ricordati,  un film solare e trasparente, dai colori decisi e chiari, che danno un tono di sincera adesione da parte di Burton alle vicende, disavventure e riscatto della sua eroina, della quale apprendiamo dai titoli di coda che, alla veneranda età di 90 anni, ampiamente sopravvissuta al marito morto nel 2000, ancora oggi dipinge ogni giorno….

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