Ricordo di Francesco Rosi

 

(marino demata) Il caso ha voluto che proprio in questi ultimi mesi la nostra Associazione di cinema, Rive Gauche-ArteCinema, dedicasse uno spazio particolare a Francesco Rosi, il grande regista italiano scomparso ieri. Infatti di Rosi abbiamo proiettato “Uomini contro” a novembre scorso, nell’ambito del ciclo “Storie di cinema intorno alla grande guerra”, un film che sulla scia de La grane guerra di Monicelli, e liberamente tratto dal romanzo Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, assesta un colpo definitivo alla retorica della prima guerra mondiale, tanto da essere censurato e osteggiato dalle autorità militari italiane e dallo stesso Governo e da dover essere girato addirittura lontano dal suolo italiano, in Jugoslavia. Si perché, riprendendo le modalità del film-inchiesta, Rosi non esita ad applicarle ad un argomento considerato tabù almeno fino al capolavoro di Monicelli e non esita, come suo solito, a raccontare verità scomode che molti avrebbero preferito non sentire. E la verità delle verità Rosi la espone mostrando di aver digerito fino in fondo la lezione di Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick e il concetto-base sul quale si fonda l’intero impianto del film: non è la follia o la paranoia dei generali ad essere sul banco degli imputati, ma la guerra in sé stessa. Paranoia e insensatezza in realtà sono le logiche conseguenze della guerra, che, rispetto alla vita normale della società, si incarica di esasperare tutti i conflitti, radicalizzandoli in veri conflitti di classe, tra i potenti, che in situazione di guerra diventano ancora più potenti e senza controllo, e i contadini e i proletari, che rispetto alle possibilità di protesta e di far valere i propri diritti in situazioni normali, in uno stato di guerra diventano una massa inerme e senza alcuna voce in capitolo. Insomma la guerra ha il perverso effetto di far diventare i potenti più potenti e i deboli più impotenti fino a non contare assolutamente nulla. A allora sulla scia di Kubrick e costruendo un ennesimo film-inchiesta applicato questa volta alla guerra e alle sue perversioni, Rosi ha il coraggio di risalire alle ragioni ideologiche e classiste della prima guerra mondiale, andando ben oltre la stessa denunzia presente nel bel film di Monicelli, e squarciando il velo di verità scomode.
Poi il ciclo di film dedicato al nostro grande attore, Gian Maria Volontè, ci ha dato l’occasione per far vedere o rivedere a coloro che ci seguono un altro fondamentale film di Rosi, quale Il caso Mattei, un nuovo film-inchiesta del filone cinema-politico, che come ha ricordato il regista in una recente intervista, oggi probabilmente non si potrebbe più fare. Siamo nel 1972, non è passato tanto tempo dalla misteriosa scomparsa di Enrico Mattei, e Rosi per questo ennesimo film sui misteri d’Italia sceglie magnificamente – utilizzando gli aspetti oscuri della storia – il taglio del film giallo. Si, non semplicemente un film-cronaca, non solamente un film-politico, ma ecco l’incursione nel genere “giallo”, che dopo tutto non è una novità in questo nostro grande regista, se si ripensano certi significativi passaggi di “Salvatore Giuliano”. Il film, giovandosi di un montaggio veramente straordinario, riesce con equilibrio a coniugare il meglio del documentario con il clima di mistero e di minaccia, politica e avventura, in ritmi serrati e in sequenze memorabili, che ne fanno una delle opere più significati del cinema italiano.
Si tratta di una ennesima grande prova di regista che conferma l’assunto che Rosi ha creato veramente qualcosa di nuovo nel e per il cinema italiano. Ha creato un genere, il film-inchiesta, il film-politico, che sarà poi seguito da altri registi negli ani ’60 e ’70.
Negli ultimi tempi Rosi aveva la lucidissima, piena consapevolezza che quella bellissima stagione era da considerarsi ormai irripetibile, non solo per le mutate condizioni storiche e politiche del nostro Paese, ma anche per quella che egli considerava una situazione di endemica crisi creativa del cinema italiano oggi. Con grande lucidità pochi mesi fa ha attivamente partecipato al film-inchiesta di Michele Diomà “Born in the USE” e in quella sede, senza peli sulla lingua, come al suo solito, afferma che “oggi il cinema italiano preferisce affidarsi non alle commedie, ma piuttosto alle…commediole. E questo non fa bene alla nostra cultura.” E sempre a proposito de Il caso Mattei afferma che non si deve credere che all’epoca non ci fossero problemi a realizzare un film del genere: “Quel film è nato tra le difficoltà dal punto di vista produttivo ed anche dal punto di vista della opportunità. Perché la politica e l’economia seguono molto la necessità di una opportunità nei confronti di chi decide di fare certi film.” Ma quello che è certo è che oggi un simile film non sarebbe mai possibile farlo!
Schivo e non molto amante dei Festival, il destino del cinema di Rosi è stato paradossalmente quelo di essere invitato, per la bellezza e originalità delle sue opere, a decine di Festival e di raccogliere un numero rilevantissimo di premi e riconoscimenti da non poterli enumerare tutti se non con difficoltà. Si veda ad esempio no dei suoi grandi capolavori, Le mani sulla città, vincitore del Leone d’oro a Venezia: esso è stato di nuovo celebrato nel 2013, nel 50mo anniversario della sua realizzazione, con l’anteprima a quello stesso Festival di Venezia che lo aveva acclamato 50 anni prima.
Oggi vogliamo ricordare il grande regista, un pezzo rilevante di storia del cinema italiano, offrendo ai lettori del nostro Blog e delle nostre pagine Facebook e degli altri Network il film completo Salvatore Giuliano. Perché proprio questa scelta? Perché questo capolavoro del 1961 rappresenta un tornante decisivo nel percorso artistico di Francesco Rosi e il suo deciso passaggio dalla fase di formazione a quella della maturità. Perché in questo film, come è stato ricordato con un felice accostamento critico, “con una tecnica di narratage simile a quella di Citizen Kane di Orson Welles, viviseziona la cronaca e allarga lo sguardo alle forze sociali, culturali e politiche dell’ambiente in cui ha operato.” (Brunetta) Perché proprio a partire da Salvatore Giuliano, Rosi è andato costruendosi la sua identità di regista nuovo ed originale, che tiene bene gli occhi aperti sul presente italiano e i suoi misteri, e che assegna al cinema il compito di indagarli, partendo da alcuni dati certi e oggettivi, per andare a sviscerare i meccanismi e i riferimenti ideologici, culturali ed economici, al fine di allargare l’orizzonte della verità ed individuarne i futuri sviluppi. Insomma partendo da alcuni dati certi, come nel caso di Salvatore Giuliano, l’indagine filmica si muove a 360 gradi con relazioni pluridirezionali capaci di toccare di volta in volta più aspetti, prima ignoti, della verità dei fatti. Ed ecco che in tal modo in Salvatore Giuliano l’orizzonte della verità fa la sua apparizione, pur partendo da dati parzialissimi. Troviamo in tal modo elementi inquietanti che non era scontato trovare: la vita e le gesta di Giuliano come aspetto della lotta anticomunista in Italia, il banditismo in Sicilia e i suoi rapporti con i servizi segreti americani, le coperture politiche delle forze di maggioranza nel nostro Paese. Un’opera dunque esemplare, di indagine, che segna, come si diceva, una tappa importante nella storia del cinema italiano e l’inizio di quel grande filone di cinema-inchiesta e di cinema-politico di cui Rosi sarà l’interprete più fedele ed originale, capace di conferire ad un film come questo non solo la passione civile e morale, ma anche scelte stilistiche ed estetiche che ne fanno un capolavoro completo.

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