“American sniper”: Clint non è John Wayne

American sniper

(marino demata) American Sniper si apre con una sequenza subito drammatica: Chris Kyle, il cecchino americano più abile di tutti i tempi, soprannominato The legend coi suoi 160 bersagli umani accertati (ma forse più di 200 nella realtà) ha preso la mira, è pronto a sparare in quella che sarà la sua prima azione militare di protezione delle truppe americane impegnate in Iraq. La macchina da presa di Clint si sposta in soggettiva sull’obiettivo e lo spettatore vede quello che vede Chris: una donna iraqena vestita di nero che furtivamente consegna ad un bambino una granata. Il bambino si avvia con l’arma verso l’obiettivo del suo attacco suicida. A questo punto la macchina da presa indugia ancora su Chris per qualche lunghissimo attimo. L’espressione angosciata, i suoi occhi verdi sbarrati, lo sgomento per essere il suo primo obiettivo da abbattere solo un bambino. Leggiamo che la sua fede incrollabile nella missione di salvare vite umane confligge per un 2shot AMERICAN SNIPER MOVbrevissimo istante col pensiero di dover ammazzare un bambino. Tutto questo è reso con la semplice espressione del volto, col suo sguardo. E allora ci viene di pensare, dopo appena pochi minuti di sequenza che questo è veramente “grande cinema”, quel grande cinema a cui Clint Eastwood ci ha abituati e che non smette di portare avanti anche a 84 anni suonati. E dunque chi pensava di assistere ad un film reazionario da parte del più repubblicano dei registi americani, un film esclusivamente basato sulla triade Dio, Patria, Famiglia, con un eroe che pensa solo a sparare al nemico deve immediatamente ricredersi. Il cinema è grande cinema quando riesce a dar vita ai conflitti dialettici “tra” i personaggi e “nei” personaggi, e la prima sequenza del film lo rende dunque già un grande film.
A questo punto Clint sceglie genialmente di interrompere la sequenza sullo sguardo angosciato di Chris e sul suo dito sul grilletto: si apre un lungo flashback che racconta di come Chris, interpretato da un irriconoscibile e inverosimilmente irrobustito Bradley Cooper rispetto ad American hustle, per il quale viene candidato all’Oscar, sia arrivato alla decisione di mettersi al servizio dell’esercito americano quale Navy Seal. Sappiamo così della sua precisione nel colpire bersagli anche lontani fin da bambino, degli ammonimenti del padre, che afferma che nella realtà di sono i lupi che sbranano, le pecore e i cani da pastore che le proteggono. A quest’ultima categoria apparterrà Chris. Soprattutto dopo che per TV assiste agli assalti alle ambasciate americane e si convince che la situazione per il proprio Paese è cambiata e che è necessario fare qualcosa , dare una svolta e un American sniper 2senso alla propria vita. Il durissimo addestramento di Chris (con scene in verità già viste in tanti film del genere!), è intramezzato dal corteggiamento serale di quella che diverrà presto sua moglie e la formazione di una famiglia: per il soldato che parte per la guerra sembra chiudersi il cerchio degli stereotipi ai quali Clint non può sottrarsi, anche perché tutti presenti nella biografia che sta alla base dell’idea del film.
Comunque il lungo e geniale flashback si chiude e la macchina da presa ritorna sul grilletto di Chris: le sue prime due vittime sono un bambino e sua madre. Ma un numero imprecisato di soldati americani è stato salvato con questa scelta.
La personalità di Chris prende corpo come un personaggio consapevole di una sorta di missione da compiere, lui che ha scelto, e ne ha le doti per farlo, di essere un cane che protegge le pecore. Eppure Clint ci fa intravvedere, come nella prima sequenza, segni di sensibilità, elementi di contraddizione che vanno scovati dallo spettatore attento all’interno di un quadro di incrollabile fiducia nel proprio compito.
Il grande regista è impegnato a raccontare la storia di questo personaggio e non si sofferma affatto sulle motivazioni politiche della guerra in Iraq, se sia giusta o no, se sia la risposta più corretta o sbagliata all’11 settembre. Eppure semina qua e là qualche dubbio, come lui ama fare in tante American sniper 3circostanze. Citiamone uno per tutti: in un colloquio con un suo collega Chris cerca di dare una piena giustificazione ideologica alla sua attività in Iraq, dicendo “dobbiamo farlo, o vogliamo che il male arrivi fino a San Diego o a San Francisco?” Ebbene la risposta del suo interlocutore è immediata e in certo senso inaspettata: “Il male è ovunque”.
Il che ti fa capire che Clint Eastwood non è John Wayne: non tutto può essere giustificato per sterminare gli indiani di turno. Su ogni atto della storia è possibile sentire altre ragioni, avere dei dubbi, mettere un bel punto interrogativo.
Del resto pur in un quadro che vede il protagonista pieno di certezze incrollabili e fiero della sua missione di salvare il numero più alto di vite americane, Clint non esita a soffermarsi sui ritorni negativi della guerra per gli stessi americani, almeno in due circostanze: la visione degli aerei pieni di bare dei caduti americani e il conseguente rituale della cerimonia funebre, e il campo dei reduci con i corpi mutilati, spesso massacrati e condannati a vivere in uno stato di precarietà per il resto della vita. Il che non è semplicemente spingere lo spettatore ad esaltarsi per l’eroismo, perché Clint non è uno sprovveduto e sa bene che la vera prima domanda che ci si pone vedendo tali sequenze che egli ha voluto inserire è: “ma è giusto tutto questo?”
E infine, dopo il quarto Tour in Iraq, quando Chris torna a casa, il regista non esita a soffermarsi su ciò che succede nella testa e nell’animo del protagonista, che non potrà più dimenticare la guerra, che in certo senso gli manca: il suo animo resta sconvolto come accade a tutti i reduci di tutte le guerra. Non è più la stessa persona. Il regista ce lo mostra magistralmente davanti ad un televisore spento con lo sguardo più spento dello stesso televisore. Anche su quest’aspetto Clint si sofferma la–et–0909–clint–eastwooimpietosamente, per poi sottolineare come una maggiore disponibilità per la famiglia che lo adora il protagonista riesce a ritrovare solo dopo che ha scoperto un suo ruolo positivo all’interno del campo reduci.
Funzionali a questo discorso sui dubbi o deboli certezze a cui la storia rimanda sono titoli di coda, dai quali apprendiamo che il protagonista è stato ucciso nel 2013 da un soldato al quale Chris stava insegnando a sparare al poligono di tiro. Un altro soldato il cui animo e il cui pensare sono stati fortemente compromessi dalla prolungata permanenza in quell’inferno chiamato “guerra”.

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