Energie ribelli! Giovani registi americani arrabbiati anche contro il Sundance.

(Pubblichiamo volentieri questo articolo molto sigificatico sulla nuova generazione di registi americani arrabbiati. L’articolo è comparso nel numero di settembre 2014 di Sight & Sound, tradotto e ripreso su Filmidee)
Quando si tratta di tratta di simboli in grado di esprimere la rabbia in maniera diretta è difficile pensare a qualcosa di più efficace della Molotov. Ecco perché si tratta di un accessorio più che adeguato nelle mani di Trevor, protagonista di Ape (2012), aspirante cabarettista e fervente piromane. Nel brillante, aggressivo lungometraggio di debutto di Joel Potrykus lo vediamo aggirarsi nei paraggi di un soleggiato quartiere residenziale con una bottiglia in mano, incurante degli sguardi preoccupati che gli lanciano i passanti. Dopo aver dipinto la parola FUNNY sulla facciata di una casa lungo la strada, spalanca un cancello con una pedata, accende il tizzone e scaraventa l’oggetto incendiario nel cortile, mentre l’heavy metal esplode nelle sue cuffie.

Che l’esplosione sia tutt’altro che l’apice in CGI di un sontuoso blockbuster indica la natura grezza del film di Potrykus, girato a Grand Rapids, nel Michigan, durante i weekend, su un budget dichiarato di appena duemila dollari. Ma si tratta comunque di un incipit potente, che ben rappresenta un gruppo di opere americane arrabbiate e ostili, caratteristiche sempre più rare all’interno di una comunità indie che rinuncia spesso e volentieri a urtare ogni tipo di suscettibilità.

Il piromane di Potrykus è parente stretto dei protagonisti sventurati e dolenti di film come Frownland di Ronald Bronstein (2007), Bad Fever di Dustin Guy Defa (2012) e See You Next Tuesday di Drew Tobia (2013). Assai gentilmente descritti come “difficili”, sono individui per i quali la più semplice interrelazione sociale porta con sé il terrore del fallimento e dell’umiliazione. Anche quando sono loquaci come il fratello e la sorella di The Color Wheel di Alex Ross Perry (2011), paiono determinati a evitare ogni possibile connessione umana. Sono outsider tanto incapaci da amare quanto impossibili da impiegare; e davvero le tristi condizioni delle loro vite lavorative (o non lavorative), in un’epoca di opportunità e aspettative largamente in calo, contribuiscono a fornire uno spessore sociopolitico anche a film evidentemente anarchici come Ape. 

Le loro dolorose disavventure ci vengono presentate in uno stile visivo adeguatamente rozzo, spesso per mezzo della camera a mano in 16mm, ormai firma riconoscibile di Sean Price Williams, direttore della fotografia dei film di Perry e di Frownland. I film ritraggono luoghi incontestabilmente americani e orgogliosamente anti-pittoreschi, come le periferie spopolate dei film di Potrykus o gli scialbi locali di Salt Lake City di Bad Fever. Altrettanto sorprendente è la maniera in cui una Brooklyn meravigliosamente hipster, cosi avidamente romanticizzata da serie HBO come Girls, possa sembrare mefitica e disperata nei film di Perry e in See You Next Tuesday.

Energie ribelli stanno insorgendo, dunque, anche se forse è presto per sperare in una rivitalizzazione profonda del panorama indipendente americano. L’intera comunità è paralizzata dalle opportunità di finanziamento sempre più scarse e dal dominio crescente della televisione, che ha ormai abbandonato il suo statuto di seconda classe per trasformarsi nel rifugio prediletto di Todd Haynes, Steven Soderbergh e altri ex eroi della scena Sundance. Intanto, ogni gennaio, l’elenco delle prime di Park City è dominato da veicoli per star in ascesa attenti a non urtare la sensibilità degli executive degli Studios presenti e da onesti drammi a tema sociale, con poco spazio per un potenziale successo pensato apposta per il circuito d’essai come Beasts of the Southern Wild.

Di contro a una situazione moribonda, l’emergere di una sensibilità più apertamente aggressiva fa ben sperare. Non sorprende che si tratti di opere che rimangono sostanzialmente sconosciute oltre oceano: restano marginali nel loro stesso Paese, dove la loro circolazione è limitata a festival “giovani” come il SXSW di Austin e altri che osano fregiarsi consapevolmente del concetto di “underground”. Detto questo, ultimamente Locarno è diventata una vetrina entusiasta: l’ultima edizione presentava le prime internazionali dei nuovi film di Potrykus (Buzzard) e Perry (Listen Up Philip). Ma ci sono altri film abbastanza forti e originali da fornire ispirazione a una generazione di giovani americani arrabbiati che guardano alla cinematografia indipendente non come a una corsia preferenziale per entrare a far parte del sistema quanto a un’opportunità per dare vita a lavori coraggiosi e poco inclini ad assecondare i gusti del pubblico. E benché la maggior parte di essi siano diretti da maschi bianchi, nel gruppo ci sono anche donne come Mary Bronstein (Yeast) e Eliza Hittman (It Felt Like Love). 

Se non altro, i toni di rabbia e scontento si ergono in opposizione alle modalità accomodanti e gentili di registi inizialmente associati al movimento mumblecore, come Andrew Bujalski e Joe Swanberg. Se dovessimo sforzarci di trovare il momento in cui l’atteggiamento, da passivo-aggressivo, si è fatto dichiaratamente aggressivo potremmo individuarlo nella presentazione al SXSW di Frownland, memorabilmente definito dal suo stesso regista “un uovo marcio lanciato con furia sulla superficie senza macchia dello schermo”. Proiezionista di New York impegnato per cinque anni nella realizzazione del film, Ronald Bronstein dimostra un’ammirevole dedizione nell’amplificare la portata di disagio dell’opera, fino al punto di renderla impossibile da sopportare per lo spettatore. Lo stesso Dore Mann, protagonista del film, sembra ben poco a proprio agio nel ruolo di un rappresentante sudaticcio e balbuziente che annaspa in una serie di scambi sempre più tossici con il suo coinquilino e la di lui ragazza, emotivamente disturbata. La furia del film è “ammorbidita” da un senso dell’ironia e dall’empatia per Keith che imprigionato in un appartamento talmente spoglio nel suo stato di alienazione e agonia da far sembrare una sistemazione di lusso il tugurio di Henry in Eraserhead di Lynch.

Comprensibilmente provato dallo sforzo titanico di scrivere, girare e montare un film così privo di compassione, Bronstein non ha più diretto altro da allora. Nel mentre, ha però sostenuto un’impresa altrettanto impegnativa, comparendo davanti alla macchina da presa in Go Get Some Rosemary (2009) dei fratelli newyorkesi Josh e Benny Safdie. Rititolato Daddy Longlegs in occasione dell’uscita nelle sale, il film lo vede nei panni di un proiezionista nevrotico i cui scatti d’ira mettono a repentaglio il tentativo di dimostrarsi un padre responsabile per i suoi due figli. L’ombra di Frownland si posa anche su Yeast (2009), uno studio acerbo e cupo dell’umanità al suo peggio, di e con Mary Bronstein.

Altro ritratto di giovane adulto il cui frustrante comportamento sembra derivare da una rabbia e una disperazione lungamente represse, Bad Fever illustra i travagli di Eddie, un ventenne lavativo che condivide le stesse delusioni dell’aspirante cabarettista di Ape. Interpretato da Kentucker Audley – attore e regista i cui lavori sono più solidamente radicati in ambito mumblecore -, Eddie è troppo socialmente inetto per passare per il solito sfigato eccentrico di tanti film Sundance amati dal pubblico. Non c’è nulla di peculiare in una solitudine talmente assoluta da far sembrare l’opera prima di Defa cupa e dolente come una canzone di Townes Van Zandt.

Come è lecito aspettarsi da un film che prende il proprio titolo dall’epiteto in codice preferito da ogni delinquentello, See You Next Tuesday marca un gesto ancora più coraggioso da parte di Drew Tobia, la cui opera prima su una commessa incinta afflitta da sbalzi d’umore continui tra l’aggressivo e il catatonico. Artista performativa e attrice teatrale, Eleanore Pienta è assolutamente convincente sia quando la scena richiede tutta la sua energia che quando non ne necessita affatto. Vale la pena menzionare, inoltre, che per quanto questi film possano provocare orrore, in realtà si sforzano di essere divertenti. Le qualità dei loro protagonisti, per quanto tendenti all’umiliazione – le pause goffe nella conversazione, i borbottii di vergogna quando riescono finalmente a pronunciare qualche parola, gli sforzi patetici che ne caratterizzano atteggiamenti e tentativi – devono più allo stile comicamente apprensivo di serie di culto come Childrens Hospital. Nell’arco degli anni in cui si è sviluppata la serie e nel loro unico lungometraggio, Tim and Eric’s Billion Dollar Movie (2012), Tim Heidecker e Eric Wareheim si sono affermati come alfieri del disagio. Al contrario, la crudeltà e la misantropia che emergono in The Comedy (2012) di Rick Alverson – satira grottesca con Heidecker nelle vesti di un Brooklynese hipster e benestante che sfoga la propria apatica ironia abusando di donne, tassisti, afroamericani e in genere chiunque non sia come lui – siano talmente snervanti da non riuscire a strappare anche solo una risata.

Non si ha lo stesso problema con i film di Perry e Potrykus, i due registi più abili di questo gruppo di registi indie americani, nonostante le differenze dei rispettivi approcci. Come in risposta ai critici che hanno evidenziato l’influenza degli scritti di Philip Roth nei toni sottilmente lamentosi che caratterizzavano The Color Wheel, Perry ha sviscerato in maniera lucidamente acuta l’ambiente letterario newyorkese nel successivo Listen Up Philip. Terzo film del regista, e a oggi il più riuscito, vede Jason Schwartzman nei panni di un giovane romanziere ambizioso le cui tendenze solipsistiche vengono esacerbate dall’incontro con il mentore Ike Zimmerman, autore leggendario (alla Roth, appunto), interpretato con grande ferocia da Jonathan Pryce. Il tono decadente del film è accentuato dalla voce narrante di Eric Bogosian, una trovata che permette a Perry di spostare in continuazione l’enfasi dagli eccessi di autocompiacimento e autosabotaggio dei due scrittori verso il punto di vista delle donne che trattano così duramente: Ashley (Elisabeth Moss), la fidanzata fotografa di Philip, e la figlia di Ike, Melanie (Krysten Ritter). Fotografato in 16mm a colori da Sean Price Williams, Listen Up Philip pesca a piene mani dalle ispirazioni letterarie del New American Cinema (Ashby, Mazursky, Nichols e May i primi che vengono in mente), ma è fin troppo svelto e incisivo per restarne prigioniero.

Acquisito per la distribuzione negli Stati Uniti da Oscilloscope prima ancora della sua apparizione al SXSW, Buzzard segna ugualmente un salto in avanti nella filmografia del suo autore. Potrykus arruola ancora  una volta il fido Joshua Burge nel ruolo di un furbacchione votato al fallimento e con una decisa propensione a cacciarsi nei guai. Qui è Marty, un impiegato che spende tutte le proprie energie in miseri imbrogli e raggiri, indulgendo, nel tempo libero, in film horror, videogiochi, death metal e utilizzo creativo del cibo spazzatura. Ma quando una truffa a base di assegni lo mette in guai assai seri, prima si nasconde nel seminterrato del suo migliore amico (Potrykus stesso) e poi finisce in una situazione ben peggiore. Il risultato è una tragicommedia della “Rust Belt” che mescola in parti uguali Bresson, Buñuel e South Park, trasformandosi nell’ennesima molotov in faccia alla compiacenza indie.  

(articolo originariamente pubblicato sul numero di settembre 2014 di Sight & Sound; traduzione di Alessandro Stellino)

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