“VERGINE GIURATA” (2015) di Laura Bispuri: la recensione

 

Vergine giurata

(Valter Chiappa – AG.R.F. 29/09/2015) (riverfash)  Sulle pietrose montagne d’Albania, la durezza della vita impone la privazione della libertà. Le strutture sociali sono rigidamente organizzate e non c’è spazio per l’estro soggettivo. Le donne in particolare sono relegate al loro stretto ambito; nulla è concesso loro al di fuori degli schemi precostituiti, nelle azioni come nei pensieri.

Due sorellastre scelgono vie diverse per uscire di prigione. Lila, per sposare l’uomo che ama, fugge con lui in Italia. Hana è invece innamorata del padre adottivo e le piace sparare col fucile. Prende la strada che la tradizione le concede e, secondo l’uso, diventa una “vergine giurata”. Si chiamerà Mark, potrà vivere da uomo, adottando fattezze ed abbigliamento maschili; il prezzo da pagare è la solenne rinuncia alla sessualità. Insomma, solo una diversa prigione, come quei monti pietrosi, dove solo la sua vita sembra aver senso.

Invece, morti i genitori, Mark / Hana decide di raggiungere Lila in Italia. Il suo sarà un viaggio alla scoperta della donna fino ad allora repressa, ma viva e presente, con tutti i suoi desideri. Hana però non cerca una femminilità precostituita: veste gli stessi abiti maschili ed il reggiseno la costringe come la fascia con cui fino ad allora ha compresso il seno. La sua sarà la battaglia per il diritto di essere quel che si è e difendere una identità finalmente libera da schemi. Anche lontano dalle pietrose montagne dell’Albania non sarà facile

“Vergine giurata” è innanzitutto una bella storia: il racconto del percorso di un’interiorità che, nel volersi mantenere indipendente da qualsiasi imposizione o condizionamento, diventa portatrice di un messaggio di libertà universale. La sceneggiatura, liberamente tratta dal romanzo della scrittrice albanese Elvira Dones, è estremamente calibrata: il processo di mutazione di Hana viene seguito, anzi accompagnato con delicatezza e disegnato con tocco fluido ed impercettibile.

Sarebbe facile poi elogiare l’ennesima performance attoriale di Alba Rohrwacher, chiamata a raccontare un personaggio così inafferrabile con una manciata di battute, recitate per di più in albanese. Alba è infatti capace di emozionare pur sottraendo al viso ogni parvenza di emozione, di essere attraente pur cancellando dal suo aspetto ogni attrattiva, espressiva nella mancanza di espressione, magnetica nel silenzio.

Ma questa volta diamo il merito di un risultato più che buono alla perfetta sintonia fra due donne: Alba appunto, e la regista, l’esordiente Laura Bispuri; se una cesella il suo personaggio, l’altra la asseconda, le accarezza la testa con movimenti circolari della macchina da presa, la incornicia in inquadrature non centrate, creando una perfetta simbiosi che valorizza il lavoro reciproco.

Bella prova per una ragazza di 34 anni, fattasi notare finora per i suoi premiatissimi cortometraggi (“Passing time”, vincitore del David di Donatello e “Biondina”, per cui ha ottenuto il Nastro d’Argento). La sua opera prima, ben accolta a Berlino, dove era in concorso, si distingue per originalità e scelta stilistica.

Ma, fra i meriti di Laura Bispuri e di chi l’ha prodotta, vogliamo sottolineare il coraggio. Perché “Vergine giurata”, con la sua vicenda intimistica e così scomoda, con i dialoghi ridotti all’essenziale e scritti in una lingua ostica, con la fotografia rinchiusa nella gamma dei blu, non è un film facile ed è consequenziale prevederne una breve permanenza nelle sale.

Ma di questo il nostro cinema ha bisogno: di storie nuove e registe coraggiose; nel dirlo, ci fa piacere declinare gli aggettivi al femminile.

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