“El regreso” / “Il ritorno” (Costa Rica 2012) di H. Jimenez

El regreso

(marino demata) El regreso, del regista costaricano Hernan Jimènez, rappresenta un ottimo prodotto del nuovo cinema latino americano e dimostra che anche in Costa Rica, come nelle altre cinematografie dell’America Latina, le nuove tendenze cinematografiche, tese a dare spazio a contenuti e dinamiche sociali e psicologiche, possono dar vita a film vitali e godibili.
In effetti si arriva in Costa Rica a questo tipo di cinematografia attraverso un percorso assai diverso da altre realtà del Centro America, quali ad esempio Salvador e Nicaragua. Questo perché la rivoluzione Sandinista in Nicaragua tra il 1979 e il 1990 e la guerra civile negli anni ’80 in Salvador hanno attratto le attenzioni e le simpatie dei “filmakers” di quei quei Paesi, che si sono immediatamente schierati con le loro opere (spesso documentari clandestini) sul versante El regreso 2democratico e di opposizione alle tirannie. Aiutati in questo da registi americani e inglesi, che si sono a loro volta apertamente schierati contro i regimi tirannici e contro gli stessi Stati Uniti che li sostenevano apertamente. Opere come “Salvador” di Oliver Stone e, per ciò che riguarda il Nicaragua, “Under fire” di Roger Spottiswoode e la Canzone di Carla di Ken Loach, ai quali aggiungiamo “El norte” di Gregory Nava, un crudo spaccato sulla realtà Guatemalteca, hanno costituito un punto di riferimento di eccezionale valore per i giovani registi di opposizione di quei Paesi ed una spinta, una volta risolto il dramma della guerra civile e della tirannia, ad un nuovo modo di fare cinema, o meglio, in certi casi, a fare cinema tout cour.
Costa Rica non ha conosciuto le brutture e le sanguinose giornate di guerra civile di altri Paesi Centro-Americani: la sua relativamente stabile economia e politica è stata di un certo sostegno alla cultura e al cinema, se è vero, come è vero, che già nel 1973 il Governo cominciò a sponsorizzare un programma di produzione di documentari. E poi nel 1984 si assiste alla realizzazione del primo film da parte di un regista locale, Oscar Castillo, intitolato “La Xegua”, cui farà seguito nel 1987 “Eulalia” dello stesso regista.
Non meraviglia dunque la freschezza di toni e la leggerezza che riscontriamo in “El regreso” (Il ritorno): esse vengono evidentemente da lontano.
Il “ritorno” è quello di Antonio, trentenne “fuggito” dal Costa Rica all’età di appena 21 anni e El regreso 3trapiantato a New York. Una fuga dovuta alla propria ostilità verso il provincialismo, la grettezza, le difficoltà della vita per un giovane che vuole sognare in grande. Ebbene dopo nove anni Antonio viene richiamato dalla propria famiglia e ritorna per un breve soggiorno nel suo Paese di origine. Che sente ulteriormente imbruttito e insopportabile a confronto con la vita di New York. Lì ritrova una città arretrata e piena di problemi, e una famiglia che ormai non sente più sua. Col padre, in gravi condizioni di salute, ex scrittore, ha sempre avuto un pessimo rapporto; e quando questo gli chiede: “Come hai trovato la città”, la sua risposta è: “una mierda”. “E come hai trovato questa casa?”. “Una mierda!” A completare il quadro Antonio ritrova la sorella abbandonata dal marito, che rifiuta ogni possibilità di rifarsi una vita e un nipotino che rappresenta l’innocenza e la speranza che riporrà ben presto in lui. La gita dovrebbe risolversi in un paio di giorni, perché Antonio desidera solo andare via e ritornare in America, ma il destino lo mette alla prova: aggredito nottetempo, gli viene rubato il passaporto e la burocrazia locale prevede 15 giorni di tempo per consegnare un nuovo passaporto. Quindici giorni che sono sufficienti per andare ad una chiarificazione col padre, col quale migliorerà i propri rapporti, per riallacciare i legami con qualche vecchio amico e soprattutto per legarsi sentimentalmente con una bella ragazza locale. Tutto questo naturalmente non sarà sufficiente per convincere Antonio a El regreso5restare a San Josè de Costa Rica, ma sarà importante perché egli vada via di nuovo verso New York con un sentimento più equilibrato e sereno della sua realtà di origine.
Lontano dall’immagine del Costa Rica da tempo promossa dal Dipartimento del Turismo, El regreso rappresenta un film realistico sulla realtà di quel Paese e il suo più grande successo cinematografico internazionale. In realtà il titolo del film è volutamente ambiguo, perché fa riferimento sia al ritorno di Antonio nel suo Paese dopo quasi 10 anni, sia al titolo della novella che Antonio (aspirante scrittore) aveva scritto e che fa leggere al padre, che la censurerà aspramente.
Nella parte finale del film troviamo qualche limite e qualche forzatura: il regista sembra tentato di assicurare almeno ad alcuni dei personaggi un “happy end”, che sembra piuttosto immotivato. Ci riferiamo soprattutto alla vicenda della sorella di Antonio, che improvvisamente sembra voler riscoprire il gusto della vita e dell’amore, dopo averli negati in tutta la parte precedente del film. Ma a parte questi limiti il film resta un’opera molto valida di una cinematografia emergente. Il regista, Hernán Jiménez, laureatosi in Montreal, Canada, e poi al San Francisco Art Institute, aveva già ricevuto molti riconscimenti per una serie di film corti di indubbio valore. “El regreso” rappresenta il suo secondo lungometraggio, dopo il film “A Ojos Cerrados”, che già aveva suscitato l’interesse delle critica internazionale. Con tenacia Jimenez ha realizzato questo secondo film finanziandolo autonomamente, esclusivamente con i proventi del suo primo film e i risultati gli hanno dato ragione: migliore film al San José International Film Festival ove si aggiudica ancbe il premio per la migliore regia, migliore attore e migliore cinematografia; migliore film all
Icaro International Film Festival, Guatemala; migliore prodotto internazionale all’HBO New York Latino International Film Festival; partecipazione ai festival di Havana, Rio de La Plata, Santo Domingo e infine premio Contemporanea al Festival di Trieste 2014, assegnato con una significativa motivazione: “…per un fine equilibrio nella rappresentazione dei diversi conflitti, senza cadere nella tragedia o nella banalità.”

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