“MIA MADRE” di Nanni Moretti: la recensione di Valter Chiappa

(Valter Chiappa) (AG. R.F. 02/05/2015) (riverflash) Vita da regista. Non un eroe, non una star, “uno stronzo a cui permettete di fare tutto”. Un mestierante che veste dimesso, un travet che spende la sua giornata lavorativa non su timbri e scartoffie, ma studiando un’inquadratura o l’efficacia di un dialogo. Soprattutto un uomo con le sue nevrosi, i “duecento schemi mentali” cui non sa rinunciare, le difficoltà del vivere quotidiano, dall’impossibile gestione di un attore americano guascone e smemorato, al difficile rapporto con la figlia tetragona allo studio, all’incapacità ad aprirsi ai sentimenti, tra un compagno sempre assente e uno spasimante in paziente attesa.

Nanni Moretti torna a raccontare sé stesso. Lo aveva fatto in “Caro diario”, anche se, invero, tutti i suoi film sono permeati del suo io. Ora, finito il periodo dell’impegno e l’urgenza della denuncia, il regista romano prosegue il filone introspettivo che lo aveva condotto alla profonda speculazione interiore di “Habemus Papam”, ruotando nuovamente l’obiettivo su sé stesso. Lo fa con estrema sincerità e mettendosi a nudo come mai prima d’ora, in una vera e propria autobiografia emotiva; “…ma perché continuo a ripetere le stesse cose da anni? Tutti pensano che io sia capace di capire quello che succede, di interpretare la realtà, ma io non capisco più niente”, confessa in una battuta. I protagonisti si chiamano Giovanni e Margherita, come gli attori che li interpretano, tutto è naturale, semplice, diretto e per questo assolutamente toccante.

Per il suo racconto Moretti adotta però, forse per far salvo il consueto pudore, una costruzione letteraria che è il miglior pregio di questo film. Utilizza infatti un alter ego, donna per di più. Margherita Buy – e chi meglio di lei?– è la regista che offre al pubblico tutte le sue insicurezze. Moretti si riserva il ruolo del fratello, dando una seconda voce, un contrappunto critico, alla sua coscienza (”…fai qualcosa di nuovo, di diverso…dai, rompi almeno un tuo schema, uno su duecento”) e al contempo realizzando quella che nel film è solo una aspettativa frustrata della protagonista: che l’attore resti “accanto al personaggio”.

Quest’ondivago mare di incertezze trova un punto fisso, un perno immobile attorno a cui ruotare nella figura centrale del film: la madre. Il riferimento biografico è, qui diretto, alla madre di Moretti, amatissima insegnante di latino e greco recentemente scomparsa. Lo stesso regista ha raccontato nelle interviste di aver scoperto aspetti ignoti della madre, ascoltando i racconti degli ex studenti che la frequentarono anche dopo l’esperienza scolastica.

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Ma attenzione ai luoghi comuni: “Mia madre” non è un racconto del dolore. Il lento avvicinarsi alla dipartita della madre diventa la necessaria riga tracciata sul foglio, dopo cui riportare le somme della vita, l’ineluttabilità di quanto accade è l’impatto duro e frontale con la solidità della certezza, l’avvicinarsi della perdita è il momento, forse tardivo, per la riscoperta di un rapporto. Tutto ruota attorno alla saldezza morale della donna, che a tutto riesce a dare un senso. Alla giovane nipote, che può riscoprire la bellezza del latino e guardare al suo futuro; ai figli che, invece, possono solo tristemente rielaborare il passato. Per tutti l’ultima battuta del film, che Margherita ricorda con gli occhi pieni di pianto; una frase semplice, profondissima, universale.

Giulia Lazzarini, attrice della scuola di Ronconi e Strehler, stella del Piccolo di Milano, brillantissima 81enne, si carica con naturalezza il peso del ruolo assegnatole e con una performance superlativa dona il valore in più a questa bella pellicola; la sua interpretazione diventa il sole attorno cui gli altri attori ruotano, così come il suo personaggio è il riferimento centrale per l’intero racconto.

In sintesi, andate a vedere “Mia madre” come un film carico di speranza.

Il dolore c’è, inevitabile, incancellabile.

Ma è il viatico necessario per il compito più arduo che in questa vita ci spetta.

Dare ad essa un senso.

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