“Youth – La giovinezza” – Ulteriore svolta del cinema di Paolo Sorrentino

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(marino demata) A due anni esatti di distanza da “La grande bellezza” Sorrentino ci propone un film che in prima battuta non può non apparire come il prolungamento dell’opera precedente insignita da premio Oscar. Diremmo, provocatoriamente, che questa “Grande bellezza 2” sostituisce alla bellezza formale della città eterna la bellezza dei maestosi paesaggi svizzeri e, sia pure per poche sequenze, la grande Youth 3bellezza di Venezia. Ma paradossalmente in questo film Sorrentino riesce a sviluppare e a far lievitare tempi e situazioni che lo rendono in alcuni passaggi perfino superiore al film precedente. Perché in realtà ne “La grande bellezza”, per chi lo ha visto bene e con appassionata lucidità c’era la preoccupazione del regista di mettere in mostra un mondo di mediocri fannulloni, alle prese con feste e banchetti in cui si consuma quella generazione dedita più all’apparire che all’essere, più all’avere che allo “stare”. Quella generazione che è stata alimentata da valori di sfrenato individualismo ed egoismo. Ecco perché abbiamo sempre ritenuto di scorgere un elemento di grottesca ironia – al di là della perfezione degli aspetti formali della Roma classica e barocca – perfino nel titolo (La grande bellezza)e in tutto l’andamento del film col quale, a nostro giudizio, Sorrentino ha toccato le corde di una critica Yourth5impietosa a quella generazione di nullafacenti egoisti e individualisti che sono presenti lungo tutto l’arco del film.
Con Youth siamo su un versante diverso. Innanzitutto, al contrario che ne precedente film, Sorrentino simpatizza, ed anche molto, con tutti i personaggi del film. I due protagonisti, un direttore di orchestra ritiratosi da tempo dalle scene e il suo amico regista – rispettivamente interpretati da due magnifici attori diretti in maniera impeccabile, quali Michel Caine e Harvey Kaitel – si ritrovano come ogni anno a trascorrere le vacanze in un superbo Hotel – Spa di lusso a cinque stelle. L’Hotel esiste realmente e si chiama Waldhaus e non sembra un caso che si tratta della stessa location citata da Thomas Mann ne La montagna incantata. I due amici hanno un atteggiamento diverso, ma anche complementare, verso la vita e il loro essere irrimediabilmente oltre la soglia che li f a definire “anziani”.youth-giovinezza-weisz-1030x615 Infatti l’ex compositore e direttore d’orchestra non vuole saperne più di impegnarsi in nulla e tende perfino a rifiutare l’invito della regina di Inghilterra per un recital straordinario in sua presenza. Al contrario il regista lavora con grande entusiasmo, assieme ad una schiera di giovani collaboratori, alla sceneggiatura di un prossimo film, che definisce una sorta di testamento spirituale e intellettuale. Dunque se l’ex compositore rappresenta il tempo che scorre inesorabilmente, l’anziano regista rappresenta l’entusiasmo, mai sopito del tutto, che sa offrire sensazioni speciali (le definirei vere “passioni”) che, sembra suggerire il regista, non hanno alcuna età anagrafica. D’altra parte lo stesso titolo del film suggerisce che sono prerogative della “giovinezza”, intesa come condizione del tutto indipendente dal numero degli anni che ciascuno si porta addosso. E non sembra un caso se al termine del suo youthsoggiorno Fred Ballinger, il compositore in pensione che vorrebbe non fare più nulla nella vita, se non vivere consapevolmente la propria vecchiaia, si sente dire dal capo dell’equipe medica: “Lei sta benissimo. E sa cosa la attende fuori di qui? La giovinezza.”
In questo contesto qualcuno forse segnalerà la fragilità del racconto che in definitiva non si discosta molto dalle brevi notazioni che abbiamo svolto sopra. Ma riteniamo che questo sia un punto positivo, di approdo e di svolta del cinema di Sorrentino che era già potenzialmente presente nel film-Oscar. Sembra che a Sorrentino gradatamente interessi sempre meno la robustezza della storia da raccontare e sia invece sedotto dalle immagini, dalla riaffermazione di alcuni concetti chiave che ritroviamo più volte ribaditi nelle quasi due ore di proiezione : lo scorrere del tempo, ove ogni istante è uno spartiacque tra passato e futuro, l’amicizia, ove gli amici sono tali solo fino a che hanno la capacità di raccontarsi cose belle, sorvolando reciprocamente su quelle sgradevoli, e le emozioni che non hanno tempo e sono ciò per le quali vale la pena di vivere a qualsiasi età anagrafica, e infine l’ironia, anch’essa più volte esplicitata come condizione importante per vedere le cose con distacco. Partendo da questi concetti-chiave Sorrentino esprime le sue personali opinioni sotto forma di massime che mette in bocca ai suoi personaggi. Alcune hanno un sapore amaro, come le affermazioni del regista Keitel, che verso la fine del film afferma che si può fare il film, ma si può anche non fare, si possono fare delle cose ed essere ricordati per quello, ma anche non fare nulla. “Tanto nella vita siamo solo tutti comparse”.
Ma il film è anche l’occasione per una riflessione sul cinema in quanto tale. L’aver creato il personaggio de regista è stato indubbiamente una trovata geniale da parte di Sorrentino, perché gli da una esplicita e diretta occasione per un serie di riflessioni sul cinema. Ricordiamo in particolare la contrapposizione tra cinema e televisione, ove quest’ultima viene irrimediabilmente bollata con ironia, come lo strumento che fa fare molti soldi agli attori, senza però offrire nulla al pubblico.
Da non trascurare l’importanza della colonna sonora, che accompagna le immagini in maniera perfetta, come già nel film precedente. Con una sottolineatura particolare per Paloma Faith che interpreta se stessa, nonché per il celebre brano di David Guetta, “She wolf (Falling to pieces)” e quello di Bill Callahan, che canta “The Breeze/My Baby Cries“.
Non mancano gli omaggi abbastanza espliciti. Per un supertifoso del Napoli come Sorrentino, l’Hotel Spa svizzero offre un’occasione ghiotta per mostrare tra gli ospiti che necessitano di un trattamento particolare anche Diego Armando Maradona, interpretato da Roly Serrano, che viene mostrato come ingrassato oltre ogni limite, pur mantenendo intatte la sua classe e le sue capacità di fare quello che vuole con una palla tra i piedi, anche se si tratta di una palla di dimensioni molto piccole.Da segnalare infine la indovinata scelta dell’intero cast, all’interno del quale il regista napoletano ha voluto anche la splendida “premio Oscar” Rachel Weisz.

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