Festival di Cannes: Io sto con Woody Allen!

Palme-dor

(marino demata) Abbiamo letto in questi giorni molte lamentele circa il “flop” del cinema italiano a Cannes, ove, presentatosi con tre opere di indiscusso valore e di grande pregio stilistico e dai contenuti veramente ragguardevoli, è rimasto a mani vuote senza nemmeno uno straccio di premio minore. Tutta la stampa nazionale si è lamentata di questa scelta infelice e, diciamo la verità, anche un po’ faziosa a favore del cinema francese. Youth 3
Detto questo però a me sembra che manchi negli articoli giornalistici di questi ultimi giorni, accanto agli “alti lai” per i mancati premi al cinema italiano, una analisi seria capace di individuare le cause di quanto accaduto e non accaduto. La maggior parte degli articoli si è limitata a registrare il “disastro” del cinema italiano, e solo alcuni si sono appena limitati a far risalire la causa alla assenza di un membro italiano in giuria.
Sarà anche in parte vero, ma a me sembra semplicistico ridurre tutto a questo. La verità è che ancora una volta clamorosamente si è misurata in questa circostanza tutta la pochezza dell’insieme del cinema italiano in quanto tale. Le tre stelle che brillavano a Cannes non erano figlie di un The tale of 1400701593-salma-hajek-e-vincent-cassel-hanno-iniziato-a-girare-a-ragusa“sistema” e di una articolata organizzazione. Lo ha capito subito, prima dell’inizio del Festival, Nanni Moretti, allorchè, parlando delle tre presenze italiane, a chi si congratulava per l’exploit, affermava “peccato che non sono figlie di un vero e proprio sistema cinema italiano”. Cogliendo dunque pienamente nel segno, Moretti voleva dire che le tre presenze italiane a Cannes erano del tutto casuali: tre film bellissimi meritevoli di quella importante vetrina. Potevano anche essere cinque o sei film straordinariamente belli. Ma ciò non toglie che essi non sarebbero state frutto di un “sistema cinema” capace in Italia di incoraggiare istituzionalmente i bravi registi (eppure ce ne sono tanti!) ad andare mia  madre 3verso un cinema di vera qualità. Manca dunque il “sistema cinema”. Ma manca anche un peso specifico, hic et nunc nel nuovo millennio,  della cultura cinematografica (e non) italiana. E diciamolo pure manca un peso istituzionale e politico del nostro Paese. Mancanza che si è clamorosamente manifestata in questa occasione. Eppure in passato questo peso c’è stato e Cannes non ha mancato di tenerne debito conto. Certo quel peso istituzionale e politico non sempre è stato esercitato nella maniera giusta, ma a volte anche in maniera pacchiana e volgare. Clamoroso il caso del Festival di Cannes de 1954. Eravamo agli albori della manifestazione, ebbene, come ricordano il Presidente della giuria, Jean Cocteau e Luis Bunuel (altro autorevolissimo membro della Guria), tutti i giurati avevano già decisa la vittoria finale e il primo premio assoluto per il capolavoro di Carlo Lizzani, “Cronache di poveri amanti”, dal romanzo di Vasco Pratolini. La notizia arrivò subito ai dirigenti governativi DC italiani, che si recarono immediatamente dal direttore del festival Jean Cocteau, chiedendo che il film non venisse premiato per …non fare avanzare i Comunisti. Cocteau ebbe l’ingrato compito di comunicare a Pratolini che il film non sarebbe stato premiato, pur meritandolo, per non creare un incidente diplomatico. Dunque peso politico, eccome! Esercitato nella peggiore e più vergognosa maniera possibile! Successivamente, in altre occasioni tale peso si farà sentire per cause più degne di tale nome.
Resta il fatto che i premi a Cannes, come in altri Festival, troppo spesso vengono distribuiti per motivazioni che nulla hanno a che vedere con la bellezza dei film, i messaggi positivi in essi contentuti, il loro essere o meno opere d’arte.
Tutto quanto precede è il motivo per il quale personalmente devo confessare che non amo i Festival, se  non come occasione per vedere una sequenza di film nuovi, alcuni dei quali di sicuro valore. Non amo i Fesrival proprio perché sono sempre stati il terreno della più smaccata ingiustizia perpetrata in nome di valori che nulla hanno a che vedere con la qualità dei film, che quasi mai viene riconosciuta. Prevalgono sempre equilibri diversi di carattere politico e istituzionale ed altri fattori, come la composizione della giuria, ecc. Io decisamente sto con Woody Allen, che ha sempre aborrito lungo tutto l’arco della sua brillantissima carriera, i festival, i premi, e tutto quanto ruota intorno a quel genere di kermesse, rifiutandosi perfino di andare a ritirare premi già a lui assegnati, compresi i ben quattro premi Oscar riconosciutigli. Alla fine, per evitare questo genere di riconoscimenti da lui decisamente aborriti, prese la decisione, allorchè un suo film veniva invitato a qualche Festival, di presentarlo solo come fuori concorso, avendo la facoltà di imporre questo tipo di scelta! Così nessuno poteva azzardarsi a premiarlo e neppure a menzionarlo nei momenti della premiazione. Grande Woody!

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