Que viva Greenaway! “Eisenstein in Mexico”: ultimo provocatorio lavoro del regista britannico.

Eisenstein in M1

(marino demata) “Un architetto non può che amare cinema.” E’ un frase che ad un certo punto viene pronunciata all’interno di un profluvio di altre frasi dal logorroico regista sovietico Eisenstein nella prima parte del film “Eisenstein in Mexico”. Così come è espressa nel film di Peter Greenaway non è una citazione, ma un’autocitazione. Il regista-architetto britannico infatti ha dimostrato attraverso i suoi film di amare il cinema, anche se non tutti i suoi film sono stati parimenti amati. E chi ama il cinema non può non amare quella sorta di re-inventore del cinema che è stato Sergej Michajlovič Ėjzenštejn. Quindi l’appuntamento tra i due registi, Eisenstein e Greenaway era in certo senso predestinato. L’architetto regista Greenaway celebra e onora il grande architetto del Eisenstein-4montaggio Eisenstein, che ha saputo dimostrare in soli tre film (Sciopero, La Corazzata Potemkin e Ottobre) di quali innovazione e di quale forza vitale fosse il suo cinema.
C’è anche un film precedente di Greenaway che reca nel titolo il termine architetto, “Il ventre dell’architetto”, un film considerato minore, ma che in realtà si fa ammirare per la sua storia, contrariamente al solito, molto coerente e umana, che si conclude col suicidio del protagonista.
Eisenstein ha avuto la possibilità e il privilegio di girare il mondo dopo i suoi tre film, di incontrare celebri uomini di cultura, da Brecht a Joyce, da Cocteau a Chaplin, fino a che non incontrò finanziatori americano che gi consentirono di soggiornare in Messico, accolto da Frida Kahlo e Diego Rivera, per girare un film sulla Rivoluzione messicana (conclusasi 5 anni prima di quella Sovietica). In Messico Eisenstein girò kilometri di pellicola, sui quali però il grande Eisenstein-in-Messico-2regista non riuscì mai a mettere le sue abili mani per il conferire ad essi il suo raffinato montaggio. Que viva Mexico dunque o Lampi sul Mexico, che dir si voglia, divenne una sorta di film abusivo, montato da altri nelle maniere più bislacche.
Ma Greenaway si sofferma poco su questi particolari. A lui interessa di più mettere l’occhio nel buco della serratura ed osservare l’evoluzione sessuale del regista-protagonista che scoprirà dopo una decina di giorni trascorsi nella cittadina di Guanajuato di essere omosessuale e di stare bene in compagnia di Palomino Cañedo, dapprima deputato ad essere sua guida turistica nella cittadina, e poi divenuto sua guida sessuale. Al termine del film Greenaway farà dire ad Eisenstein che, dopo aver girato “I 10 giorni che sconvolsero il mondo”, quelli in Messico sono stati i 10 giorni che hanno sconvolto la sua vita sessuale.
Il film del regista britannico ha quel ritmo sfrenato, al quale ci ha spesso abituato. Una sfrenatezza che si manifesta sia nel modo di parlare dei personaggi e specialmente dello stesso Eisenstein, che non riesce quasi mai a tenere la bocca chiusa, sia nel movimento dei personaggi, che Eisenstein-in-Messico3sembrano continuamente voler improvvisare balletti. Incoraggiati in questo dalla solita estrema mobilità della macchina da presa di Grenaway, che qui predilige i movimenti circolari continui e sempre più veloci, che possono piacere o dare fastidio, ma che comunque sono un marchio di fabbrica del regista dal quale non sembra che abbia assolutamente l’intenzione di prendere le distanze. Non mancano neppure altre caratteristiche tecniche che abbiamo notato in atri sui film, come ad esempio la frequente divisione dello schermo in tre parti per ritrarre contemporaneamente tre momenti o tre espressioni diverse del protagonista. Ma in questo caso a volte la divisione dello schermo in tre parti serve anche per mostrare in una o due delle parti scene perlopiù drammatiche tratte dai film del grande regista sovietico.
Qualcuno ha dubitato della veridicità storica della omosessualità di Eisenstein, alla quale invece Greenaway sembra credere ciecamente. In realtà ci sembra un problema che non toglie e non mette nulla di più alla bellezza del film, che resta uno dei migliori tra gli ultimi girati dal regista gallese. Con l’unica obiezione da fare che la parte finale del film cala di ritmo e di intensità, perché il film in realtà raggiunge il suo momento topico nella minuziosa e abbastanza realistica illustrazione della perdita della verginità del regista russo. Dopo tale scena sembra che il film abbia un esaurito un po’ della sua vivacità ed abbia meno da raccontare.
La musica è come sempre un altro degli ingredienti molto curati da Greenaway. Ricordiamo le bellissime colonne sonore di un maestro come Michael Nyman, a partire dal capolavoro di esordio di Greenaway, “Il mistero del giardino di Compton house”, fino ad opere ove troviamo il meglio del compositore inglese, molto utilizzato dal regista gallese, come “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante”, o “Giochi nell’acqua” e tanti altri. Qui non c’è Nyman, ma ci sono le sonate di Sergej Sergeevič Prokof’ev a fare da contrappunto ai continui e sfrenati balletti circolari di Eisenstein e i suoi compagni.

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