“THE TRIBE”: la recensione

 

 The-tribe

(Valter Chiappa)(AG. R.F. 09/06/2015) (riverflash)  “The tribe” è come Guernica, devastante e desolante, un quadro dipinto con un solo colore. È privo anzi di contrasti, un uniforme monocromo grigio, perché la realtà che racconta non ha varianti, non ha alternative ed un solo ingrediente: violenza. Violenza assoluta, violenza senza soluzione di continuità, violenza in tutto. Attorno solo squallore che è vuoto, che è il niente. Neanche parole.

“The tribe” ha infatti una particolarità: è girato interamente con il linguaggio dei segni. Ma non perchè sia un film sulla disabilità. La mancanza di fonemi è solo un espediente narrativo. Perché forse la violenza non ha bisogno di parole.

Siamo in Ucraina, o in un qualunque paese fatto di squallidi locali, di muri scrostati, di cieli perennemente grigi. Una scuola, un istituto professionale per sordomuti. Il direttore ha loschi traffici con l’Italia, un insegnante porta le ragazze a prostituirsi sui camion di un parcheggio, i ragazzi sono organizzati in bande con crudeli riti di iniziazione. Tutto è brutto, bruttissimo, da nessuna parte la speranza. Un ragazzo arriva in questo regno del Male e rapidamente vi si inserisce assimilandone le regole. Ma a un tratto l’imprevisto: l’esplodere del sentimento per una delle giovani prostitute. Nell’unica scena satura di luce due corpi fanno l’amore su uno sfondo azzurro; e quello di lei, povera carne malamente sbattuta, si muove finalmente con armonia.

Queste le premesse di una storia angosciante oltre ogni limite. Il giovane regista esordiente Myroslav Slaboshpytskkiy, voleva colpire e indiscutibilmente lo fa in maniera dura e senza possibilità di replica, dimostrando tecnica e padronanza dei mezzi a disposizione.

C’è un problema: manca la storia. Nonostante l’originalità del linguaggio di Slaboshpytskkiy, in “The tribe” non c’è nulla che non sia stato già visto o raccontato. Perché il Male in sé è stato descritto, ritratto, analizzato, da ogni penna e con ogni colore. Troppo sottile è il filo narrativo; creare disturbo è un risultato che senz’altro richiede tecnica e mano capace, ma non è più sufficiente.

Speriamo quindi che le prossime opere di Myroslav Slaboshpytskkiy non siano esperimenti, ma film. Le attenderemo.

 

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