“Il colore della menzogna” (FR 1999) di C. Chabrol – La nostra recensione

Il colore della menzogna

(marino demata) Il colore della menzogna è sicuramente uno dei film meglio riusciti di Claude Chabrol. Il regista, uno dei padri fondatori della Nouvelle Vague, ha quasi sempre portato con sé, nei suoi film, una sorta di marchio di fabbrica che lo ha caratterizzato: l’ambientazione nella provincia francese, con i suoi pochi pregi e i molti difetti, dall’ipocrisia, al pettegolezzo, ai vizi occulti di ogni personaggio. Fin dalle sue prime analisi di questo mondo lontano da Parigi e dalla mentalità antitetica, Chabrol ha affondato il bisturi sui limiti e i difetti del mondo piccolo-borghese. Non sembra un caso che uno dei suoi gioielli cinematografici sia stato, a nostro giudizio, “L’amico di famiglia”, con un ottimo Michel Piccoli e Stephan Audran (che diverrà poi la seconda moglie del regista): Il colofe della menzogna 4torbida storia di tradimento e di amore e di assassinio all’ombra di una moglie gravemente ammalata. Una storia che il perbenismo della provincia non riesce a tenere chiusa e segreta.
Ne “Il colore della menzogna” siamo di nuovo in provincia, questa volta a Saint Malo in Bretagna. Il film inizia subito con un assassinio: in un bosco viene ritrovato il corpo senza vita della piccola Eloise e i sospetti da parte del dinamico commissario (Valeria Bruni Tedeschi) ricadono su Renè (Jacques Gamblin), insegnante di disegno della piccola e, a quanto pare, l’ultimo ad averla vista. Nel corso del film assistiamo anche ad un altro assassinio, quello di un presentatore televisivo. Ma in realtà a Il colore della menzogna 3Chabrol le indagini che vengono condotte dal Commissario interessano fino ad un certo punto. Lo schema classico: “delitto – indagini – scoperta del colpevole” non ha mai appassionato Chabrol più di tanto. Al regista interessano ed hanno sempre interessato piuttosto le conseguenze che il delitto suscita nelle relazioni umane di un piccolo centro di provincia. Più che l’itinerario verso la scoperta dell’assassino, a lui interessa scandagliare l’animo umano e verificare fino a che punto esso possa essere scosso da quanto accade. Ci riferiamo soprattutto all’animo umano del mondo alto-borghese di provincia e a quello piccolo-borghese, depositari rispettivamente di grandi e piccole menzogne, sempre celate dietro la facciata perbenista della provincia. E anche qui, come in molti suoi altri film, Chabrol segue uno schema che parte da personaggi che in prima battuta appaiono integerrimi, poi la loro immagine comincia a sgretolarsi ed essi cominciano ad apparire come persone più normali con le loro debolezze e vizi e infine, al termine di questo percorso, si disvelano come depositari di misteriosi ed infamanti segreti. E’ come se la bruma e le nebbie, caratteristiche di un paese come Saint Malo, e che Chabrol ha cura di mostraci nel suo carattere avvolgente che tutto tende a celare, piano piano si diradassero mettendo a nudo le più scabrose verità,fio ad allora tenute segretamente celate.
Ne “Il colore della menzogna” tutto quanto detto viene perfettamente confermato in un quadro in cui tutti sembrano persone per bene e incapaci assolutamente di fare del male. Eppure il male c’è. Ci sono due assassini, ci sono loschi traffici di opere rubate perfino nelle Chiese, ci sono inconfessabili segreti che si annidano dietro la facciata perbenista del piccolo paese. Ma c’è soprattutto il fatto incontrovertibile che tutti mentono e tutti credono di agire nella maniera più giusta possibile. Eppure il pettegolezzo e la diceria sono dietro l’angolo e rischiano di far scricchiolare anche una unione che sembra perfetta, quella tra il professore di disegno e la sua donna (Sandrine Bonnaire, come al solito molto efficace). Ancora una volta, anche in questo caso, il centro reale di interesse di Chabrol è costituito dalla analisi dei rapporti umani: è da questo centro che ogni analisi e ogni accadimento di irradia. E’ partendo da qui che potremo capire quel qualcosa che alla fine può potarci anche alla scoperta del colpevole….

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