“Boyhood” (USA 2013) di R. Linklater: Un set durato 13 anni!

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  (marino demata) Bohyood è un film decisamente sovvertitore di ogni canone e quindi già per questo marcatamente anti-hollywoodiano. Si tratta infatti di un film dichiaratamente indipendente e sperimentale. Non a caso è stato presentato per la prima volta con successo al Sundance Film Festival (come è noto è il Festival del cinema indipendente a suo tempo voluto da Robert Redford che ne fu il fondatoe) nel 2014, prima di incuriosire e poi conquistare le platee di tutto il mondo fino alla significativa conquista dell’Orso d ‘Argento al Festival di Berlino dello scorso anno. Il regista, autore della storia e sceneggiatore, Richard Linklater, fa del tempo la costante   centrale della sua opera: dopo una lunga preparazione inizia a girare il filmBoyhood-poster-quad nel 2002; poi ogni anno, per quasi 12 anni, gira altri pezzi di film, per far vivere allo spettatore il progressivo scorrere del tempo e quindi l’evolversi e i mutamenti psichicologi e fisici dei personaggi, e in particolare dei membri di una famiglia media del Texas, con un occhio speciale al piccolo Mason (Ellan Coltrane), che vediamo crescere di anno in anno dall’età di sei anni fino al diciottesimo anno di età, quando varcherà le soglie del Collegio e poi dell’Università. In genere in questi casi si usano almeno due attori diversi, uno per l’età più infantile, e l’altro per quella adolescenziale, e naturalmente il trucco e vari altri espedienti per gli altri attori, al fine di rimarcare anche in questi casi il trascorrere degli anni. Niente di tutto questo col bravo Linklater: tutto all’insegna della autenticità e naturalezza. I personaggi sembrano con l’andare avanti del film più attempati o più anziani perché lo sono veramente, perché dall’inizio del film alla fine sono trascorsi dodoci anni veri, che imprimono in tutti la ferrea legge del trascorrere del tempo. Una situazione del genere ricorda un illustrissimo precedente: Truffaut, che descrisse la crescita fisica e intellettuale del suo personaggio,  Boyhoood 4Antoine Doinel,, interpretato da Jean Pierre Leaud, solo attraverso il passare inesorabile del tempo, degli anni. Con una sostanziale differenza però rispetto a Linklater: che il grande regista francese distribuì la crescita in sei film girati naturalmente progressivamente ma in epoche diverse, mentre Linklater ha voluto concentrare tutto in un solo film girato in ben 12 anni. Certo per girare Boyhood ci sarà voluto un patto di ferro con gli attori principali e i comprimari, al fine di fissare un appuntamento annuale per dare corpo ogni volta alle nuove sequenze che il regista riteneva giusto che ricadessero proprio in quell’annata particolare. Facilmente l’accordo con gli attori sarà stato ampiamente contrattualizzato. Come pure uno strano contratto, oltre che una lunga amicizia e il lavoro insieme in molti film, fu da lui stipulato col bravissimo Ethan Awke: questo contratto prevedeva che in caso di morte del regista nel corso dei dodici anni necessari alla lavorazione completa del film, sarebbe stato Awke a preoccuparsi di portarlo a termine, assumendosi dunque anche la responsabilità della regia. E a Boyhood 6propoito di Ethan Awke c’è da dire, come si accennava sopra, che Lintlaker lo stima molto, visto che gli ha affidato ruoli di primi piano ad esempio nella trilogia Prima dell’alba (1994), Prima del tramonto (2004) e Before midnight (2013). Un attore Awke che, a parte Lintlaker, si ha l’impressione che avrebbe potuto fare molto di più e meglio se altri registi avessero avuto maggiore fiducia nei suoi mezzi. Un discorso a parte merita Patricia Arquette, che per questo film ha vinto l’Oscar quale migliore attrice non protagonista, perfetta nella parte della capofamiglia fin dalla separazione con Mason/Awke, preoccupata fin troppo di assicurare una struttura familiare salda per i propri figli che non mancherà di difendere ad oltranza, anche quando i vari mariti che cercherà di pilotare nella propria casa, dimostreranno di non essere degni di tale donna, né di poter assicurare un futuro decente per i ragazzi. Quando penso a Patricia Arquette mi ritorna costantemente alla mente quello che io considero il suo film migliore, quel “True romance” (in , italiano il poco significativo titolo “Una vita al massimo”), in coppia col bravo Christian Slater, del grande e purtroppo scomparso Tony Scott autore di grandi titoli e ottimo direttore di grandi attori, anche se spesso la sua bravura è stata offuscata dalla fama del fratello Ridley Scott.Boyhood7 Si diceva: una famiglia media del Texas seguita lungo l’arco dei 12 anni necessari alla lavorazione del film. Ma ovviamente sullo fondo di questa piccola storia c‘è la grande storia degli Stati Uniti: un periodo non certo esaltante, come spesso nella prima parte del film rimarca Mason ai suoi ragazzi, che con grande puntualità e senso di responsabilità va a prelevare ogni week end per trascorrere due giornate serene con loro. Ad un certo punto Mason esplicitamente manifesta il suo odio per Bush e dice ai suoi ragazzi: l’Iraq non c’entra niente con le torri gemelle! Con quella baldanza e volontà di affermazione dei propri ideali democratici che ricordano tanti personaggi dei film degli anni ’70. E, facendo un balzo in avanti, arriviamo al 2008 e alla campagna elettorale a favore di Obama. I ragazzi sono ormai più grandi e capiscono anche molto meglio il senso di quelle scelte: si daranno da fare, assieme al padre, a infilare paletti con cartelloni pro Obama e Biden nei cortili delle case lungo la strada. E’ l’America che sembra aver imboccato una via democratica verso un futuro migliore. Insomma è l’America vista con gli occhi di un giovane padre ancora pieno di entusiasmi democratici e di due ragazzi che sono da lui conquistati a seguirne le orme. Linklater deve aver necessariamente elaborato una sceneggiatura molto aperta, nella quale probabilmente di anno in anno ha assicurato un ruolo fondamentale ai Boyhood_69909mutamenti della famiglia e dei personaggi principali, ma ove ha dovuto lasciare spazi aperti alla descrizione delle nuove realtà socio-politiche che di volta in volta, di anno in anno, caratterizzavano la vita americana. Film dunque sul tempo che passa, e film sul cambiamento e sui cambiamenti. La sceneggiatura in questo senso è data dalla realtà stessa nella sua continua mutevolezza, perché il film di Richard Linklater, è la realtà, che più di così non si potrebbe. Negli ultimi anni della storia anche Mason/Awke comincia però a darsi una calmata. Lui ne è consapevole e in una delle ultimissime scene (siamo in tempi reali nel 2012), nella bellissima sequenza del colloquio tra padre e figlio (Mason senior e junior), afferma di essere diventato più tranquillo, specie dopo il nuovo matrimonio dal quale ha avuto un figlio, che lo ha responsabilizzato e dice “Ecco, ora sono proprio come tua madre avrebbe voluto che fossi prima che ci lasciassimo. Bastava che lei avesse avuto più pazienza e più fiducia e la vita si sarebbe svolta diversamente”. E Mason Junior risponde: “ed io mi sarei risparmiato una serie di padri adottivi ubriaconi per casa.” E, sempre nella stessa scena fondamentale Mason Junior racconta al padre delle recenti disavventure amorose e chiede “Ma quale è il senso ? Quele è il sensodi tutto?” e il padre: “E io che cazzo ne so? Non lo sa nessuno! Stiamo tutti improvvisando. C’è di buono che provi qualcosa e devi aggrapparti a questo!” Una filosofia che riflette sicuramente il pensiero del regista a cui Awke da voce e riflessione con grande efficacia. La sorella maggiore di Mason Jr. , molto più sciolta e sicura del fratello, è interpretata da Lorelei Linklater: brava attrice in erba, figlia del regista. In dodici anni tutto cambia, o almeno moltissime cose cambiano. Il cambiamento è il vero protagonista di questo bel film, che è stato un po’ una scommessa e un po’ un coraggioso esperimento. Film come questi danno un senso nuovo e incoraggiante al cinema in generale.

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