“Tom à la ferme” (CAN 2013) di Xavier Dolan –

Un thriller psicologico degno di Hitchcock

(marino demata) Quarto gioiello del giovanissimo regista canadese Xavier Dolan, dopo “J’ai tuè ma mere”, “Hearthbeat” (o “Les amours imaginaires”), e dopo “Laurence anyways”, “Tom à la ferme” rappresenta l’ennesimo miracolo del regista meno che venticinquenne. I primi tre titoli furono presentati al ritmo di un film al’anno in altrettante edizioni del Festival di Cannes, raccogliendo consensi e premi, che non sono mancati neppure in altri Festival ai quali Dolan si è affacciato con le sue opere. Tom à la ferme invece fu presentato al Festival di Venezia del tom a le ferme32013, ove ha vinto il premio FIPRESCI. Neppure questo è bastato ai nostri distributori per acquisire questo notevolissimo film e “sdoganare” finalmente in Italia un autore ormai noto e ammirato in tutto il mondo come Xavier Dolan, non a caso il membro più giovane della Giuria, guidata dai fratelli Coen, dell’ultimo Festival di Cannes. C’è da dire che solo con la sua quinta e più recente opera, “Mummy ” i nostri distributori si sono accorti finalmente dell’esistenza di Dolan e hanno diffuso il film anche nel nostro Paese.
A differenza dei primi tre film, basati su belle e coinvolgenti storie melodrammatiche, qui in “Tom à la ferme” Dolan cambia registro e realizza un film noir che attinge ai toni del Thriller alla Hitchcock, con incursioni perfino nei territori dell’Horror.
Tratto da una piece teatrale di Michel Marc Bouchard, che Dolan in una intervista ha dichiarato di aver visto un paio di anni prima di girare il film e di esserne rimasto impressionato, Tom à la ferme è un film pieno tom a le fermedi contrasti e di irrisolte svolte dialettiche. Il giovane pubblicitario Tom parte da Montreal in auto per un lembo lontano della sconfinata campagna canadese, al fine di partecipare al funerale del suo compagno, Guillaume. La permanenza nella fattoria della famiglia di Guillaume sarà piena di sorprese. Tom comprende che lì la madre di Guillaume non solo ignora del tutto la sua esistenza, ma è inconsapevole anche della omosessualità del figlio. In un drammatica scena notturna il fratello di Guillaume, Francis, impone a Tom di stare al gioco e di mentire sistematicamente, per non creare uno shock alla madre, che pensa che Guillaume sia stato fidanzato con una impiegata del paese, di nome Sarah. In una sorta di gioco in cui tutti mentono, Tom inventa storie su Sarah e sui rapporti amorosi con Guillaume, ricavandone il compiacimento della madre. Il meccanismo sembra impadronirsi a tal punto di Tom, che pensa perfino di poter cambiare vita e di poter restare in campagna molto a lungo, come dichiarerà a Sarah, che ad un   certo punto, presa anch’ella nel meccanismo della tom a le ferme4menzogna, comparirà in scena per recitare davanti alla madre il ruolo della fidanzata del figlio. Solo le rivelazioni di un barista sulla natura rozza e violenta di Francis riporteranno Tom alla ragione e alla città. Le ultime scene in tal senso sono bellissime, punteggiate da un commento musicale scelto appropriatamente dallo stesso Dolan, che ci ha ormai abituati nei suoi film a selezioni musicali straordinarie, con le quali è in grado di passare dalla musica classica ai successi rock, con estrema disinvoltura e sempre quando la situazione lo richiede.
Alla fine il film termina da dove è iniziato, un road movie all’incontrario che segnala, con colori vividi e con l’adattamento del formato (ad un certo punto Dolan sente il bisogno di schiacciare i suoi personaggi nello schermo del Cinemascope), il fallimento di un sogno e il ritorno alla realtà cittadina. La dicotomia campagna-città termina col trionfo di quest’ultima, perché il mondo della fattoria, incarnato da Francis, rivela la sua arretratezza e le sue aberranti certezze a costo di menzogne prolungate nelle quali sono tutti coinvolti, dando così torto a chi parla di spontaneità del mondo della natura, di limpidezza e di sincerità di chi tom a le ferme5non sarebbe inquinato dalla vita cittadina. Ad esserne affascinato, come si accennava sopra, è lo stesso Tom, prima di rendersi conto di come stanno realmente le cose e prima di scoprire la vera natura di Francis, che pure ha esercitato il suo fascino su di lui, la sua ottusità, la sua violenza.
Il film procede a strappi lungo le varie tappe di un dramma psicologico che si arricchisce e si incrementa di scena in scena in una sorta di “accumulo” senza soluzione di continuità. Sullo sfondo sempre la campagna, la provincia canadese, passata al microscopio dei rapporti umani, mai veramente autentici, mai spontanei, ma sempre inquinati dalla menzogna, dall’ambiguità e dalla falsità perbenistica.
Dolan anche in questa occasione, e forse ancor più che nei film precedenti, sa essere raffinato e claustrofobico ad un tempo: sembra aver improvvisamente imparato la lezione vera del cinema, che per essere veramente tale deve portare con sé una buona dose di ambiguità. Quella ambiguità che accompagnava il personaggio di Lawrence nel terzo “fluviale” ma pur meraviglioso lavoro di Dolan, che qui diventa non appannaggio di un solo personaggio, ma dell’intero impianto narrativo e sua vera e autentica cifra stilistica.

 

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