“Tony Manero” (Cile 2008) di P. Larrain

Tony Manero

(marino demata) Pablo Larrain diresse Tony Manero nel 2008 quale secondo film della sua carriera di regista, dopo Fuga del 2005. Si tratta del primo titolo significativo di una carriera per ora non ricchissima di opere, che però hanno il pregio di essere tutte estremamente significatve nel raccontare tematiche e problemi del suo Paese, il Cile, con occhio critico e con un visione spesso pungente della verità storica. Ricordiamo che dopo Tony Tony Manero2Manero Larrain si cimenterà con il tema dell’indifferenza e della morte con Post Mortem, che forse è la sua opera più pregevole e densa di significati. Successivamente si cimenta con aria più scanzonata con il referendum contro Pinchet (“NO – I giorni dell’arcobaleno”), fino ad arrivare a “El club”, ove affronta il problema della pedofilia nella Chiesa. Quest’ultimo film ha avuto grandi riconoscimenti al Fesitval di Berlino ove ha vinto quest’anno ll Gran premio della giuria, per poi misteriosamente scomparire dalla circolazione.
Anche Tony Manero è un film bellissimo, nel quale Larrain ci fornisce uno spaccato della sua terra sotto la dittatura di Pinochet, che durò 17 anni anche per la sua capacità di penetrare subdolamente nelle coscienze della gente, condizionando tutti gli aspetti della vita quotidiana e servendosi di tutti i mezzi più biechi. Tra questi vediamo emergere nel film il mito del consumismo di tipo americano assieme ad uno spregiudicato uso della TV e degli altri mezzi mediatici, che propinano una sub-cultura fatta di falsi miti capaci di riempire le giornate e le Tony Manero3menti delle persone semplici, impedendo loro di “pensare”.
Anche in questo film, come sarà poi in Post-Mortem, il protagonista, in entrambi i casi interpretato dal bravissimo Alfredo Castro, è un apolitico, che, pur assistendo allo sfacelo della società intorno a lui e alla feroce repressione della dittatura che non risparmia i suoi colleghi con i quali condivide uno spettacolino nel quale si esibisce ogni sabato sera in un localino di periferia, in realtà se ne disinteressa del tutto. Significativa la scena nella quale la polizia fa irruzione per interrogare Goyo, ballerino del gruppo e attivista comunista, che sarà arrestato assieme alla sua donna. L’unica preoccupazione di Raul sarà quella di nascondersi, di non farsi vedere per avere la possibilità di partecipare ad uno show televisivo in cui gareggiano i sosia del Tony Manero travoltiano, in una degli ennesimi spettacolini della TV cilena.
Con queste sequenze siamo verso la fine del film, ovvero del percorso della alienazione che si impossessa del protagonista Raul, il quale fa Tony Manero4dell’imitazione di Tony Manero il vero scopo della sua vita. In una delle bellissime scene iniziali lo troviamo seduto in una sala cinamatografica semideserta ad osservare, probabilmente per l’ennesima volta, le movenze e i passi di danza di John Travolta ne “La febbre del sabato sera”, con sguardo tra l’attento e il commosso. E noi spettatori osserviamo questo alternarsi di sentimenti sul volto di Raul, perché il regista ce ne mostra il primo piano, mentre guarda il suo film. Poi, con un rotazione della macchina da presa, il regista ci offre la visione contemporanea dello schermo ove si proiettano le gesta idi Tony Manero e del suo spettatore, Raul, trasformando così noi che vediamo l’intera scena in spettatori di secondo grado, ovvero spettatori di uno spettatore speciale.
Fatto sta che diventare “come” Tony Manero, ovvero diventare proprio Tony Manero divene lo scopo della vita di Raul. Passa le intere giornate ad esercitarsi nei passi di danza visti tante volte sullo schermo e che poi esibirà nello spettacolino del sabato sera e nella famosa serata televisiva in competizione con gli altri imitatori di Travolta. L’alienazione è tale che tony-manero-61tutto il resto passa in secondo piano e non ha molta importanza. Compreso il sesso che per lui non ha alcun rilievo e del quale in realtà si disinteressa. Per questo motivo Raul può passare indifferentemente dalla danza a qualsiasi altra attività che svolge senza alcun interesse e partecipazione, compreso l’omicidio o la rapina per procurarsi i mezzi del proprio sostentamento. Il tutto con freddezza e senza alcun rimorso, in uno stato di alienazione sempre più invasiva e di follia progressiva.
Insomma il protagonista è immerso in uno squallore senza fine, se gettiamo l’occhio sull’ambiente nel quale si trova: un Cile con un tessuto sociale in completo disfacimento, un popolo tenuto a balia con l’aiuto di un quotidiano “scemenzaio” propinato dalla Tv a sua volta di uno squallore senza fine. In questo quadro deprimente si staglia a sua volta lo squallore della figura di Raul, che arriva al punto – tanto per raccontarne una – di sporcare con i suoi propri escrementi l’abito bianco alla Tony Manero di un suo concorrente al concorso per sosia!
Per molti spettatori probabilmente il film raggiunge il suo scopo: assestare un violento pugno nello stomaco. Chi riuscirà a resistere si godrà questo piccolo capolavoro, tra l’altro superpremiato al Torino Film Festival. Chi accuserà il colpo invece potrebbe non farcela…..

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