“Post mortem” (Cile 2010) di Pablo Larrain

post mortem 2(marino demata) Pochi mesi dopo il successo che ha circondato Tony Manero, il suo primo film importante (un trionfo al Torino Film Festival), il giovane regista cileno Pablo Larrain richiama a sé gli attori protagonisti di quel film e l’l’intera troupe per girare un’altra impegnativa opera, alla quale darà un titolo dai cento significati, “Post mortem”. Per Post mortem si intendono generalmente tutte le attività, per lo più di natura legale. che sono riferite ad una persona da poco morta. Tra queste sicuramente l’autopsia è una delle più significative e importanti.
Mario (un efficacissimo Alfredo Castro) è appunto un impiegato al reparto autopsie della medicina legale a Santiago del Cile. La sua attività si esplica nel trascrivere a macchina i referti delle autopsie dettati dal medico legale che le ha eseguite.
Mario cerca da sempre di far bene il suo lavoro. Nulla di più. Larrain ci fa vedere anche il “privato” di Mario e ci rendiamo conto di una esistenza mediocre, squallida, senza slanci senza ideali e senza passioni. Le sue serate dopo il lavoro sono scandite dall’uovo al tegamino e dall’uso della masturbazione, segnali questi anche di una post mortem 3profonda solitudine, alla quale Mario sembra essersi autocondannato anche per le proprie convinzioni e fissazioni : “non faccio l’amore con le donne che lo fanno con altri uomini. E’ una cosa brutta”, esclama ad una collega che voleva organizzare una serata con lui!
La vita sembra però regalargli un’ultima occasione: egli si rende conto dell’interesse che suscita in lui una sua vicina, ballerina in un locale di terz’ordine, dal quale sta anche per perdere il posto. Mario se ne innamora profondamente, va a letto con lei, ma si tratta di due mondi distanti anni luce tra loro: tra l’ignavia e l’indifferenza alla vita sociale e politica di Mario e l’impegno politico di Nancy (una bravissima Antonia Zegers), la cui casa è frequentata da militanti pro-Allende e il cui padre e fratello sono personaggi di spicco nell’arcipelago di Unidad Popular, c’è una distanza incolmabile. Il goffo tentativo di Mario per colmare tale distanza (“sposiamoci!”, egli dice ad un certo punto), non merita neppure una risposta da parte della ragazza.
Larrain ci porta dunque con mano non nell’universo dei compagni di Allende e neppure in quello dei suoi oppositori organizzati, quelli, per intenderci che acclameranno e sosterranno Pinochet a partire dal fatidico 11 settembre 1073, ma nell’universo degli indifferenti, di quelli che sono soliti dire, in Cile e in tutto il mondo, “non mi occupo di politica”. Larrain ci fa conoscere il “ventre molle” che in Cile e ovunque ritiene che sia meglio pensare ai fatti propri e non compiere alcuna post mortem 4scelta politica. Illusione! Quel ventre molle di ogni Paese è responsabile, col proprio atteggiamento “neutrale”, dei regimi più efferati, dei mali e dei colpi più gravi e pensanti che possono essere dati ad un Paese come il Cile. Il film dunque è la storia di Mario, che emblematizza i tantissimi “Mario” sparsi in ogni Paese del mondo. Storia privata dunque. Un piccola e squallida storia, che ha sullo sfondo la storia del Paese, la Storia con la lettera maiuscola, che Mario da sempre ha cercato di evitare e di esorcizzare. Ma la Storia, quella grande, quella vera, sembra volersi vendicare affermando che non si può far finta di niente, far finta che non esista. La Storia, quella vera, quella tragica, fa irruzione nel chiuso universo di Mario. E sotto questo aspetto, l’11 settembre 1973 rappresenta un spartiacque ineliminabile: la Storia sì è presentata a pochi passi dalla sua casa, proprio dove abita Nancy. Lo stare sotto la doccia da parte di Mario gli evita ancora per un po’ di sentire i passi rumorosi della Storia, ma poi egli dovrà arrendersi alla realtà: la casa di fronte è stata fatta esplodere. Al suo interno solo rovine fumanti. Tutte le persone che la abitavano e frequentavano sono scomparse, compreso Nancy. C’è solo un piccolo cane ferito di cui Mario, in un breve sussulto di pietà e di tenerezza decide di prendersi cura. Da qui in poi la vita di Mario cambia, nel senso che egli si impegnerà a ricercare la sua Nancy ovunque, soprattutto tra i morti che arrivano in numero sempre più massiccio all’obitorio, occupandone ogni post mortem 5spazio possibile. La vita di Mario dunque cambia nel senso che egli si dedica alla ricerca del suo “amore”, ma non cambia invece il suo atteggiamento verso la realtà del suo Paese. Al contrario egli sembra rallegrarsi di una sorta di promozione sociale sul campo che lo gratifica, senza rendersi conto di essere diventato uno dei servi sciocchi di un regime disumano e terribile che resterà sul collo del popolo cileno per ben 17 anni! Senza modificare il suo atteggiamento nemmeno quando una delle collaboratrici alle autopsie avrà il coraggio di protestare con veemenza e violenza contro soldati del regime presenti all’interno dell’obitorio, nel quale si macchiano di nuovi crimini.
Larrain è riuscito a fare di una piccola storia di un “uomo piccolo piccolo” un grandissimo film, proprio per l’originalità con la quale raffronta la piccola e la grande storia. La prima tutta chiusa in se stessa, la seconda che irrompe prepotente nelle vite di tutti, anche di chi non ne vorrebbe sapere nulla. L’arrivo dei carri armati di Pinochet, l’assalto al palazzo presidenziale, la morte di Allende son eventi che in certo senso restano sullo sfondo e sono come visti dal buco della serratura della Storia stessa. Con la sola eccezione della autopsia di Salvador Allende, alla presenza di generali e funzionari del regime impettiti: una scena di pochi minuti nella quale Larrain ci regala uno squarcio di grandissimo cinema. Senza esagerare forse una delle sequenze più belle della storia del cinema. Pieno di passione e di commozione: ci fa capire di quali miracoli e di quale poesia è capace il cinema.
Si parlava prima dei tanti significati di Post mortem, e di come l’autopsia sia il più pregnante. L’autopsia è nel film l’attività alla quale si dedica Mario, il funzionario dell’obitorio. Ma Post Mortem atinge anche ad altri significati. Tra i quali il post mortem di Salvator Allende, la toccante scena della sua autopsia, è sicuramente uno dei più emblematici. Ma attraverso di essa il nostro sguardo si apre al post mortem dell’intero Paese, all’autopsia del Cile, alla morte civile e politica di un intero popolo.
Il film è stato presentato al festival di Venezia. La Giuria presieduta da Quentin Tarantino non ha ritenuto di dover neppure fare una menzione di questo piccolo capolavoro, preferendogli film che si inscrivono nel solco della convenzionalità e del deja vu. Una scelta alla “Mario” potremmo affermare con un pizzico di cattiveria. Segno purtroppo che il cinema ufficiale dei Festival preferisce non affrontare tematiche come quelle di “Post mortem”, non vuole film disturbanti né gradisce pugni nello stomaco. Né gradisce personaggi ambigui. Un peccato veramente. Un post mortem 6film che avrebbe meritato sicuramente ben altro trattamento e che invece è stato quasi ignorato anche dalla distribuzione nel nostri Paese! Al contrario noi abbiamo individuato in Post Mortem un titolo di assoluto rispetto, un grande film , al quale abbiamo dedicato, assieme a Tony Manero, il dovuto spazio nelle nostre rassegne cinematografiche. Dedicate appunto al grande cinema.

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