“Ritorno alla vita” (CAN 2015) – Win Wenders ritorna al film (e bene)

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(marino demata) Dopo sette anni Wim Wenders ritorna a girare un fim-fiction. L’ultimo era stato Palermo Shooting del 2008: un film su commissione, voluto e finanziato dalla Regione Sicilia, che ha lasciato molto perplessi e col sospetto che si sia trattato di un esperienza non esente da attrattive di tipo “alimentare”, come si dice in gergo. Il film infatti ha fruito di finanziamenti attraverso l’intervento della Regione Sicilia e del Comune di Palermo (poi citato in tribunale) attraverso i fondi P.O.R. della Comunità Europea. Ma questo non ha minimamente influito sulle libere scelte artistiche di Wenders: il film era debole in sé, anche se i più avveduti no hanno mancato di rintracciare qua e là il vero Wenders.
Dunque sette anni senza film-fiction. Cosa ha fatto il nostro grande regista in questo frattempo? Ha realizzato alcuni significativi cortometraggi e si è dedicato al documentario, realizzandone due bellissimi: “Pina”, sulla celebre coreografa tedesca Pina Bausch, e “Il sale della terra” sul grande fotografo Sebastião Salgado”.
Wenders non ci ha mai chiarito, in nessuna delle interviste rilasciate in 7 anni, il perché di questa assenza dalla Ritorno alla vita 1narrazione di storie di finzione. Crisi di creatività, proprio come quella che vive lo scrittore di “Ritorno alla vita?”. Non è esclusa affatto questa analogia tra il contenuto del suo film e il suo “sentire”. Dopo tutto anche la stessa ricerca stilistica dello scrittore è comune all’ansia del regista di offrire allo spettatore immagini “pulitissime”, e curate come sempre in maniera maniacale, questa volta con l’apporto del 3D (in verità non amato molto da chi scrive).
Iniziamo col dire che “Ritorno alla vita” non è il vero titolo del film. E questo non è senza significato. Come al solito in Italia (la distribuzione?) viene storpiato e alterato il titolo del film. Eppure il titolo è, come tutto il film, creazione del regista e meriterebbe un po’ di rispetto. Ma come al solito questo non conta da noi, visto che alcuni evidentemente pensano che con un titolo diverso si possano vendere qualche centinaia di biglietti in più al botteghino. E non parliamo di altri esempi clamorosi di titoli cambiati in tal modo , che hanno costituito veramente una vergogna in passato per il nostro modo di intendere il cinema. Ove non solo si espropriano (solo in Italia!) gli spettatori della vera voce e delle vere inflessioni degli attori in cambio di doppiaggi spesso dilettanteschi e scalcinati (mi perdonino alcuni bravi doppiatori che pure resistono, ma il problema non è questo), ma anche del vero titolo dei film come voluto dal regista. Dunque il titolo vero di questo film è “Every Thing Will Be Fine” (“Tutto andrà bene”). Con questo titolo il regista vuole sottolineare qualcosa di specifico che non c’è nel titolo italiano, che cioè lo sviluppo della storia porterà dei benefici per lo scrittore, che non solo supererà la crisi cui assistiamo all’inizio del film, ma diventerà un autore importante e famoso, perché saprà, un po’ cinicamente, monetizzare al massimo le disgrazie a cui ha assistito. E questo, sia detto tra parentesi, è in verità tipico di una certo modo di fare americano, in base al quale, anche quando succede nel Paese qualcosa di grave o tragico, dopo tutto se ne può trarre pur sempre qualche importante beneficio per qualcuno. C’è sempre qualcuno che si chiede: “perché non farne subito un film?” Eppure chi ha voluto cambiare il titolo doveva essere avvertito dal fatto che l’espressione EveryRitorno alla vita 2Thing Will Be Fine viene più volte utilizzata da Tomas specialmente nella parte iniziale del film, e quindi costituisce una sorta di massima di vita per lui e il titolo più logico dell’opera. Tomas usa questa espressione con i pescatori, che si lamentano della giornata nera per la loro pesca, la usa nei confronti della sua ragazza, con la quale ha un rapporto pieno di contraddizioni, in un raro momento in cui vorrebbe confortarla, la usa parlando con Christofer, il bambino che stava per investire, essendo ancora ignaro del fratellino realmente gravemente investito, la usa infine anche con se stesso.
E’ stato affermato che questo è un film in cui Wenders tratta diffusamente della “colpa” e dei “sensi di colpa”. Questo è vero. Ma in realtà, a nostro giudizio, questo è innanzitutto un film sul destino e sul caso, perché l’incipit della storia è proprio costituito da un evento del tutto fortuito e casuale che rappresenta la premessa (crono)logica dell’intera vicenda. Tomas, lo scrittore, guidando sul fondo stradale innevato, investe un bambino che era stato malaccortamente pilotato in maniera rischiosa verso l’auto dello scrittore dal fratellino maggiore. L’incidente provocherà la morte del bambino e tanti sensi di colpa per il pur incolpevole guidatore. Dunque tutto nasce da un colpo del destino, in questo caso più cieco che mai. E tutto lo sviluppo della storia prende le mosse da quest’evento fortuito. Questo vuole la sceneggiatura del bravo Bjørn Olaf Johannessen, che appena conosceva Wenders e gli aveva inviato per posta lo “script”, sicuro che il regista se ne sarebbe innamorato, come in effetti accadde. Naturalmente, come sempre in questi casi, cioè nelle storie che prendono le mosse da un evento casuale, nel cinema e nella realtà, molti si saranno chiesti come sarebbe stata la vita di Tomas, se non ci fosse stato un così rilevante intervento del destino. Quali sviluppi avrebbe avuto la sua attività di scrittore? E come sarebbero stati i suoi rapporti umani? Con le donne? E col padre? Nella vita reale non possiamo supporlo. Possiamo solo affermare che la realtà offre in ogni momento tante possibilità e ritorno alla vita 3alternative, delle quali solo una si realizza e determina un percorso particolare per chi è vittima del desino cieco e per tante persone che hanno rapporti con lui. Lo sviluppo di una esistenza prende una certa direzione che poteva essere sicuramente diversa. Nel cinema meno che mai possiamo porci la domanda di come sarebbe stata ad esempio la vita di Tomas senza l’incidente iniziale, per l’evidente motivo che lo stesso incidente è voluto dalla sceneggiatura per mettere in moto quel tipo di storia e di sviluppo del film. Certo è che gli stessi protagonisti hanno la piena consapevolezza che si sia trattato di destino. La poliziotta lo dice chiaramente a Tomas e lo invita esplicitamente a non sentirsi in colpa. La madre del bambino (la bravissima e solida Charlotte Gainsbourg), sorretta anche da una forte sensibilità religiosa, non ha alcun cedimento in questo senso e vuole vedere Tomas non per accusarlo, ma per sorreggerlo e sorreggersi in un rapporto tenero, tenue, indefinibile e celato nell’animo dei due personaggi, che finirà per restare involuto e inevitabilmente senza sviluppo. Ricorre non a caso la parola “destino”. E la usa anche lo stesso Tomas, quando parla di sé e della sua impossibilità ad avere figli: “questo era il destino”, egli dice, quasi a voler rafforzare il ruolo di questa componente risultante così fondamentale nella sua vita.
Il film si sviluppa in un arco temporale di oltre 12 anni, ma viene girato da Wenders in poche settimane e i mutamenti fisici degli interpreti vengono resi (eccezion fatta per Cristopher, il fratello maggiore della vittima dell’incidente, per il quale viene utilizzato un altro attore) con un trucco molto tenue che in sostanza lascia volutamente inalterate le sembianze soprattutto del protagonista. Viene spontaneo il paragone col bravissimo Linklater, che nel recente “Boyhood”, per mostrare una storia che ha uno sviluppo temporale di 12 anni, gira il film proprio in 12 anni, con un contratto con gli attori che impone loro di dedicare ogni anno d’estate alcune settimane al lavoro sul film e preoccupandosi perfino di chi dovesse portare a termine il film in caso di sua morte prima del dodicesimo anno di lavorazione! Qualcosa del genere il diabolico e “indipendente” Linklater aveva fatto anche con la celebre trilogia Ritorno-alla-vita-4dell’amore (Prima dell’alba, Before Sunset – Prima del tramonto e Before Midnight): tre film che narrano di tre fasi di una storia d’amore distanziate di nove anni l’una dall’altra. Ebbene Linklater ha voluto girare i tre film a distanza proprio di nove anni l’uno dall’altro.
Ma Wenders e Linklater partono da concezioni ed esigenze molto diverse e così il primo non potrebbe mai condividere l’iperrealismo del secondo. Nel caso specifico di questo film inoltre a Wenders sta a cuore maggiormente, malgrado lo sviluppo del tempo, che ha una funzione fondamentale, la voluta immutabilità espressiva di James Franco/Tomas, la sua freddezza e il suo cinismo. Malgrado il fatto che questo è anche un film sullo scorrere del tempo, come tanti altri film di Wenders, nei quali la componente temporale è fondamentale, perché a lui interessa se e come cambiano col tempo gli stati d’animo delle persone, le loro concezioni, come determinati eventi vengono col tempo metabolizzati. E così “Im Lauf der Zeit”/”Nel corso de tempo”, per usare il titolo molto significativo di uno dei primi film del regista tedesco, assistiamo alla metabolizzazione del senso di colpa e del dolore da parte di Tomas, che decide, come si diceva sopra, di utilizzare quanto il destino ha voluto che accadesse per migliorare le sue capacità artistiche di scrittore. Per inciso va detto che questi passaggi sono poco esplicitati e lasciati involuti nella sceneggiatura. Così come solo per caso veniamo a conoscenza dei titoli, pur molto significati nel contesto della storia, di alcuni suoi romanzi, per i quali Cristopher vorrebbe l’autografo di Tomas: Inverno, L’uomo sperduto e Fortuna.
Vuoti e lacune che sono il vero difetto del film, ai quali Wenders cerca di porre rimedio con la sua indubbia capacità di usare benissimo la macchina da presa, per mostrarci le espressioni dei personaggi fin nei primisssimi piani, e, attraverso queste, i loro stati d’animo. Il problema vero è che la cosa funziona benissimo per tutti i personaggi femminili, veramente perfetti, ma funziona male per il protagonista interpretato da un James Franco, la cui inespressività, dietro la quale dovrebbero celarsi il cinismo e la chiusa discrezione dello scrittore, rimane sempre la stessa per dodici anni, qualunque cosa accada. Così in parte voleva il regista, ma l’impressione è che l’attore sia andato veramente oltre il segno e per questo non abbia certamente dato il meglio di sé. Per questi motivi, a voler essere fiscali, il film risulta imperfetto e inferiore ad altri capolavori del regista tedesco. Ma ovviamente siamo sempre nell’ambito della grandezza di un impareggiabile regista che sa ancora stupirci nel mostraci immagini meravigliose e ritorno.alla_.vita_5indimenticabili e che, nell’abbraccio finale tra Tomas e Christofer riesce del tutto ad evitare di cadere nel melenso e nella facile commozione, offrendoci invece una conclusione la più logicamente umana che si potesse utilizzare per concludere il film bilanciando – solo in parte – il cinismo dello scrittore.
La cui vicenda, sviluppata nell’arco di 12 anni, è stata definita un vero e proprio “thriller dell’anima”. Definizione veramente propria, se si considera, tra l’altro, che di tanto in tanto il film scivola proprio verso momenti di thriller, che certamente aiutano lo spettatore a seguire con interesse lo sviluppo della storia. Personalmente parlerei però più di itinerario o viaggio dell’anima. Non dimenticando che uno dei temi da sempre preferiti da Wim Wenders è proprio il tema del viaggio, inteso come scoperta che provoca mutamenti profondi e spesso irreversibili nell’animo dei personaggi. E’ il caso di ricordare che il tema del viaggio informa di sé la maggior parte dei film del regista tedesco fin dagli inizi della sua carriera e dunque non viene meno, sia pure in senso virtuale e metaforico, neanche in questo film.

 

 

 

 

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