THE LOBSTER – La recensione

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(Valter Chiappa)(AG.R.F. 28/10/2015)(riverflash)       Non un è mondo fantastico quello raccontato da Yorgos Lanthimos; piuttosto un universo kafkiano, dove non è la realtà ad essere assurda, ma è l’assurdo che diviene reale. Il cambiamento modale, che pur costringe lo spettatore ad un difficile esercizio mentale, consente al regista greco di effettuare una analisi della nostra società ancora più spietata. Il cinismo la sua maschera, l’ironia dissacrante la sua arma.

David, il protagonista della vicenda (Colin Farrell) vive una tragedia in due atti. Lasciato dalla moglie in una società che non ammette singoli, viene trasferito in un grande albergo dove, fra altri nella sua stessa condizione, dovrà, in 45 giorni, cercare e trovare una nuova compagna; pena l’essere trasformato in un animale a sua scelta (l’aragosta del titolo). Lo fa. Sceglie una donna di ghiaccio (Angeliki Papoulia). Ma la vita con la nuova partner è e deve essere priva di sentimenti, anzi scevra da ogni trasporto emotivo, incluso il piacere sessuale.

David fugge e si rifugia fra i “solitari”, ribelli al sistema che rifiutano l’accoppiamento, si impongono anzi di non avere legami. Vivono nel bosco circostante l’albergo come guerriglieri, li guida una ancora più algida Lea Seydoux. Ci si accorge ben presto che lo scenario non è cambiato: se diverso è il credo, altrettanto rigide e castranti sono le regole. Sparisce anzi quella corrosiva ironia che, per certi versi, alleggeriva la prima parte del racconto. Conosciuta fra i ribelli una donna miope (Rachel Weisz), David mette in atto la rivolta definitiva: scegliere, contro ogni regola, in cambio di un prezzo altissimo, l’amore.

Messaggio potentissimo quello di Yorgos Lanthimos: contro le convenzioni, contro le ideologie, quali che siano, contro gli assolutismi del pensiero. Messaggio poetico: l’amore unico strumento di ribellione, unico veicolo per la libertà. Messaggio cupamente pessimista: scegliere il cuore, anteporlo alla ragione relega inevitabilmente ad un mondo senza luce. Tutto questo è “The lobster”: un film bellissimo, cerebrale ma non criptico, denso di geniali metafore, rutilante di trovate talora esilaranti (a denti strettissimi, ovviamente). Non perfetto: la vulcanica inventiva dell’autore ha difatti il fiato corto e la seconda parte della storia a tratti si trascina abbarbicata all’idea di fondo. La fotografia livida è in sintonia con le tinte del racconto. Gli attori ben assecondano il registro imposto dal regista, basato su una asetticità che evidenzia l’uso dell’assurdo. Espressiva la Weisz, bella la Seydoux. Particolare menzione va alla prestazione di Colin Farrell che, per esigenze di copione, rinuncia alle potenzialità espressive adottando una recitazione monocorde e cela l’abituale prestanza sotto una pancetta da 20 chili.

Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, Yorgos Lanthimos, qui alla sua prima prova internazionale, conferma la forza espressiva della nuova ondata del cinema greco. Come altri compatrioti (ad esempio Alexandros Avranas di “Miss Violence”) tende ad avvalersi di un linguaggio potente, magari aggressivo, comunque di forte impatto. In più il nostro, oltre alla padronanza del mezzo tecnico comune ai suoi colleghi, introduce una scrittura visionaria, estremamente feconda nei suoi momenti migliori, creando un prodotto destinato a scuotere violentemente lo spettatore, sradicarlo dagli schemi usuali, piacendo o non piacendo. ma comunque lasciando un segno.

Tecnica, coraggio, innovazione: la Grecia del cinema non è affatto in crisi.

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