“L’ombre des femmes” (FR 2015) – L’amore nell’ultimo film di Garrel.

L'ombre des femmes

(marino demata) Dalla parte delle donne. Come sempre quando si tratta di Philippe Garrel. E in questa ultima bella opera il regista, a scanso di equivoci, affida alla voce narrante (che poi è quella del figlio), che di tanto in tanto interviene esplicitando alcuni concetti e mettendo in chiaro alcune problematiche, il compito di comunicare allo spettatore il suo punto di vista. Che è quello di una ferma condanna di una concezione maschilista tarda a morire, in base alla quale il tradimento da parte dell’uomo è molto meno grave di quello della donna. E’ uno zoccolo duro difficile da scalfire nell’immaginario collettivo: molti a parole sono d’accordo con Garrel, ma poi nel loro intimo magari tendono a solidarizzare col maschio di turno, quel Pierre (Stanislas Merhar), il quale, una volta incontrata Elisabeth (Lena Paugam), non ci pensa su due volte ad andare a letto con lei, tradendo sua moglie Manon (Clotilde Courau). Pierre ritiene che sia sufficiente, come estremo atto di onestà (!), chiarire alla sua amante che lui è un uomo sposato, che con la moglie ci sta benissimo e che da lui non ci si può attendere altro che un rapporto basato solo sul sesso. La sua coscienza sembra essere in tal modo a posto e tutto sembra mettersi nella giusta prospettiva, dal momento che Elisabeth, la sua amante, sembra accontentarsi di questo ruolo da comprimaria, anche perché capisce di non poter aspirare ad altro.
L’Ombre des femmes, presentato con gran successo di pubblico e critica alla Quinzaine a Cannes 1015, ha chiuso ieri sera, con la presenza del regista, l’annuale manifestazione fiorentina “France-Odeon”, uno spaccato del cinema francese più recente. E l’ha chiusa nel migliore Garreldei modi.
Si, perché Garrel come al solito è bravissimo a costruire situazioni-limite in cui l’amore viene visto come privazione, sottrazione di qualcosa, perdita di parte di se stessi. Ritorna dunque, con diversi protagonisti, su quella tesi che costituisce la sostanza e la costante del suo cinema, nei tardi anni ’70 come nel 2015. Allora come oggi, Garrel è forse l’unico regista a sapere come raccontare e affrontare l’amore.
In L’ombre des femmes fin dall’inizio comprendiamo che Pierre e Manon hanno bisogno di trasmettersi non solo amore, ma anche solidarietà. La prima sequenza è scandita dall’irruzione nel loro modesto appartamento di un personaggio (il padron di casa? o l’Amministratore?) che minaccia Manon di cacciarli via dall’appartamento sesso, tenuto in maniera pessima e trascurata da parte dei due ospiti, se il pigione non sarà pagato in tempo. Con questo breve episodio Garrel vuole farci comprendere la precarietà economica della vita dei due protagonisti. Il loro lavoro è fatto più di progetti che di concrete realizzazioni: Pierre è un documentarista e Manon ha tralasciato le proprie personali aspirazioni e attività per dedicarsi esclusivamente ad aiutare suo marito. Li vediamo entrambi intervistare un vecchio combattente della Resistenza (che alla fine si rivelerà un traditore): è il documentario su cui puntano per il futuro i due protagonisti, la cui vita, nell’immediato, sembra riservare nient’altro che miseria e privazioni. Eppure Manon, come rivelerà a sua madre, ritiene che vivere per aiutare il suo amore nel proprio lavoro sia il meglio che la vita le possa offrire.
Pierre per qualche mese sembra trovare una sorta di equilibrio come vertice e asse del triangolo che ha creato attorno a lui, senza rendersi conto che il triangolo è diventato a sua insaputa un quadrilatero, perché anche Manon ha un amante. Il caso ci mette del suo in maniera assolutamente determinante: Elisabeth per pura fatalità scopre in un bar Manon oggetto di effusioni, ricambiate, da parte del suo amante. Ritornerà di nuovo nei giorni successivi in quel bar e rivedrà la medesima scena. Quando lo comunica a Pierre, quest’ultimo non può tollerare l’idea di essere a sua volta tradito: dopo tutto Manon è la vera donna della sua vita e dovrà scegliere. Manon non ha esitazioni. La sua è una scelta a priori. Lascia immediatamente il suo amante. Anche Pierre lascerà Elisabeth. Eppure Pierre e Manon si lasciano. Paradossi dell’amore, sembra suggerire Garrel. Amore che ancora una volta è privazione, perdita di qualcosa. Pierre perde Manon e L'ombre des femmes. 2jpgviceversa. E perdono pezzi di se stessi. Si ritroveranno un anno dopo ai funerali del vecchio resistente ( e traditore). Si rimettono insieme. Lieto fine? No, lo spettatore esce dalla sala con l’impressione che la storia abbia ancora qualcosa da dire. Che la spirale entro la quale si sono avvolti i personaggi non si è fermata, ma potrebbe ancora essere capace di andar avanti. Anche se ci rendiamo ben conto che un verdetto il film lo ha fissato: il vero sconfitto è lui, Pierre, che si credeva il centro del mondo, aprioristicamente immune da ogni senso di colpa, ma in realtà stanato da quelle donne che escono dall’ombra e combattono la loro battaglia con coraggio e intelligenza.
Garrel aveva iniziato col film “ Anemone” nel 1966, un film per la TV rifiutato dalla televisione francese, e prosegue poi, pochi mesi dopo, con “Marie pour mémoire”. Le date sono importanti: siamo nel pieno della Nouvelle Vague, di cui Garrel si sentirà sempre uni dei veri eredi e siamo alla vigilia di quel 1968 che tanto inciderà sulla sua vita e filmografia. Due paletti fondamentali nella biografia e nello sviluppo del nostro regista. Dalla Nouvelle Vague non abbandonerà mai l’idea di un cinema lontano da ogni schema e classicità, un cinema più interessato ai sentimenti e alla vita interiore dei personaggi piuttosto che alla storia da raccontare. L’ “ombra” del ’68 sarà sempre presente nei suoi film, dapprima come esaltazione e poi come nostalgia spesso straziante. Questi due riferimenti si intrecciano con un accentuato autobiografismo, nutrito soprattutto del suo amore per Nico, iniziato nel 1968 e che ha nutrito di sé ben 7 film ove Garrel la ha voluta come protagonista e che ne ha influenzati molti altri. Nico era la cantante del gruppo rock Velvet Underground e diva della factory di Andy Warhol. Le circostanze tragiche della sua morte, in un banale incidente mentre andava in bicicletta, costituiranno un altro fattore determinante della sua biografia e filmografia, che quasi si fondono, essendo sempre più i suoi film lo specchio della sua vita e dei suoi sentimenti. Una filmografia certamente molto ampia e corposa, entro la quale, ci piace ricordare alcuni titoli del periodo della maturità: “J’entends plus la guitare” del 1991, premiato a Venezia, ove sempre emerge l’autobiografica malinconia dell’amore perduto, unita a quel senso di fine di un periodo e di una generazione, quella del ’68, che conferisce il senso del titolo del film: la chitarra, simbolo della generazione giovanile sessantottesca, continua ancora a suonare, L'ombre des femmes. 3jpgma “non la sento più…” Chiaro accenno alla sua malinconica lontananza da periodo giovanile, delle speranze e dei sogni. lRicordiamo ancora il bellissimo “La nascita dell’amore”, col quale film ancora una volta Garrel si riallaccia alla Nouvele Vague attraverso il suo protagonista, Jean Pierre Leaud, vera e propri icona e alter ego di Truffaut. Significativmente meraviglioso il colloquio in auto tra i due protagonisti, Leaud e Lou Castel, mentre sono diretti in Italia.
E infine ricordiamo “Les amants reguliers”, film di grande rigore stilistico, col quale ancora una volta Garrel si riallaccia al ’68 francese, dandocene un spaccato intriso di rimpianti.
Quella malinconia e rimpianti che ritroviamo appunto in questo ultimo film, “L’ombre des fammes” e che alimentano i contrastanti sentimenti di cui si nutre l’intero lavoro. Un film realizzato in uno splendido bianco e nero, secondo la migliore tradizione della Nouvelle Vague: una scelta stilistica dettata anche da motivi di necessità: siano nel cinema della crisi economica e occorre risparmiare, dirà Garrel in una intervista. Il colore costa molto di più e inoltre bisogna truccare continuamente gli attori e questo aumenta i costi. Ma direi che lo stato di necessità spesso giova al cinema. L’esempio più eclatante è stato il dopoguerra italiano: gli studi cinematografici erano inutilizzabili e per questo Rossellini ed altri registi furono costretti a girare per strada. Crearono così un nuovo stile e un nuovo modo di fare cinema: anche questa circostanza contribuì a far nascere il Neo-realismo. E così le ristrettezze economiche del cinema di Garrel, non nuove per la verità, obbligano il regista a scelte stilistiche che sono in realtà assolutamente da privilegiare e che hanno reso più bello il suo cinema. Un tipo di cinema purtroppo poco conosciuto in Italia, per quelle assurde congiunture negative tra produzione e case di distribuzione che troppo spesso depauperano i nostri spettatori di grandi e significative opere.

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