Süt/Latte (Tur. 2008) di Semih Kaplanoglu (Il secondo capitolo della Trilogia di Yusuf)

Sut 2

Secondo capitolo della trilogia di Yusuf di Semih Kaplanoglu, girata a ritroso (si parte da Yusuf uomo maturo e si arriva col terzo film del 2010 alla sua infanzia col meraviglioso Bal/Miele). In questo capitolo troviamo Yusuf diciottenne alle prese con le ansie e le contraddizioni della sua età e con situazioni che non gli facilitano l’esistenza.
Yusuf infatti vive con la madre in un piccolo villaggio della provincia turca, a sua volta pieno di contraddizioni, tra tradizione rurale e inizio di industrializzazione e di vita di fabbrica e di urbanizzazione selvaggia e sregolata. Lo stare sospeso di Yusuf tra le sue ansie e contraddizioni si rispecchia dunque nella realtà in cui vive: uno spaccato della Sut 1Turchia più lontana dalla grande città, sospesa tra tradizioni e tentativi di modernità, tra realtà orientale e occidentale.
La convivenza con sua madre sembra, all’inizio del film, idilliaca: Yusuf aiuta la madre nel lavoro di lattaia, distribuisce il latte nelle case del paese, collabora quando si tratta di portare al mercato i derivati del latte.
Ma per Yusuf è pura sopravvivenza: le sue aspirazioni sono altre e più alte. Scrive poesie e vorrebbe affermarsi in tale campo, chiedendo anche aiuto al suo vecchio maestro di scuola, ma le uniche soddisfazioni che riesce a raccogliere sono la pubblicazione di alcune delle sue poesie in oscure riviste di provincia, che il ragazzo non trova nemmeno presenti nelle librerie. Ad un certo punto però la madre, vedova ormai da oltre 10 anni, decide che è arrivato il momento di crearsi una nuova vita e inizia una storia d’amore col locale capostazione. Quando, da molti segni, Yusuf diventa consapevole di ciò che sta accadendo, viene preso da profondo turbamento e sbandamento. L’unico rapporto solido della sua vita, quello con la mare, si sfalda davanti ai suoi occhi e il ragazzo passa dalla acuta gelosia quasi edipica a momenti di dignitosa e sofferta rassegnazione.
Ma la poesia e la madre non sono le uniche prove a cui il ragazzo dovrà sottoporsi: infatti viene anche riformato al servizio militare dopo una visita medica approfondita, per schizofrenia, che chiaramente Yusuf, , come apprendiamo dal film Bal, deve aver ereditato dal padre (la scena di Yusuf caduto a terra dalla moto svenuto e con la schiuma che gli esce dalla bocca, somiglia in tutto e per tutto a quella del padre in Bal/Miele, caduto dal cavallo, con i medesimi sut 3sintomi.) Essere respinto alla leva militare costituisce per Yusuf un altro duro colpo, perché nel tipo di società ancora sospesa tra patriarcalità e inizio di modernità, viene vissuto come una diminuzione e una vergogna.
Come si vede c’è molta carne a cuocere in questo capitolo della Trilogia. Ma non sempre i vari temi sono sviluppati fino in fondo: alcuni di essi restano solo accennati, altri sono come sospesi e sembrano lasciare lo spettatore in attesa di un esito che stenta a venire e si perdono nei lunghi silenzi e nelle sequenze delle sconfinate pianure che Kaplanoglu ci offre in luogo delle risposte alle domande che la storia invano ci pone.
Troppi silenzi dunque: gli ultimi 23 minuti del film sono praticamente del tutto muti. Il regista vuole evidentemente affidarci alle immagini e lasciar parlare quelle. Tentativo lodevole ma a sua volta non sempre ben riuscito. La verità è che il film lascia intravvedere molti elementi positivi che potrebbero tradursi in vera poesia, ma il tutto resta a livello embrionale e senza reale sviluppo, salvo che in qualche scena più felice, ove nel regista prevale quell’artista veramente pregevole che ritroviamo pienamente in Bal/Miele, la storia di Yusuf bambino.

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