LA LEGGE DEL MERCATO – La recensione

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(Valter Chiappa) (AG.R.F. 08/11/2015) (riverflash)      Gli orrori della società moderna in “La legge del mercato”. Le assurdità del mondo del lavoro vivisezionate da Stéphane Brizé, regista dalla filmografia ancora breve, in una carrellata implacabile, minuziosa, giornalistica più che narrativa.

Thierry (Vincent Lindon) è un uomo semplice e retto, con una famiglia modesta ed un figlio disabile. Ha superato la cinquantina e ha perso il lavoro: la sua azienda ha licenziato pur con i bilanci in attivo. Thierry preferisce rimuovere quel passato e non partecipa alla lotta sindacale: andrà avanti da solo. Ma ben altre sono le umiliazioni che lo attendono: la truffa di corsi di formazione inutili, colloqui via Skype dove non si parla di competenze ma vengono valutati (e demoliti) l’abbigliamento e la postura, le pressioni della banca che lo invita a vendere la casa su cui grava il macigno del mutuo.

Ma Thierry non cede; pochi i suoi valori, quelli di un uomo semplice, ma incrollabili.

Trova alla fine un lavoro, ma la sua morale ne viene ancora più scossa. Sorvegliante in un supermercato, è costretto a fermare poveri cristi (come lui) che, per bisogno, rubacchiano povere cose. Chiamato ad essere soldato di una guerra fra vittime, anche stavolta Thierry non ci sta.

“La legge del mercato” è il ritratto di un mostro, il Mercato appunto, che è il vero protagonista del film. Un’entità soprannaturale, gelida e onnipotente, i cui occhi si materializzano nello spropositato parco di telecamere con cui Thierry sorveglia corsie e scaffali. Una Divinità Irrazionale, che sembra discendere dalle più antiche mitologie, un Fato crudele che, con regole incomprensibili, governa i destini degli uomini di cui, come marionette, tira i fili. Tutto appare illogico per chi, come Thierry, ha regole semplici o meglio umane. Perché un’azienda deve licenziare se è in attivo? Perchè una “camicia aperta, quindi sciatta” viene valutata più della competenza? Perché investire tante risorse per evitare il furto di beni da pochi spicci? Sì, è assurdo. Ma è la nostra vita di tutti i giorni.

Tutto viene presentato in sequenza, senza narrazione, senza colore, senza musica. La recitazione di Vincent Lindon segue i dettami del regista: indossata una postura dimessa, un’espressione bastonata, un tono di voce fermo ma flebile, l’attore francese va avanti così per tutta la pellicola. Questo, a nostro vedere, limita il giudizio positivo sulla sua prestazione, peraltro osannata a Cannes. Più efficace appare il lavoro della macchina da presa che lo insegue, lo inquadra da tergo o di tre quarti, gli da il fiato sul collo, acuendo il clima claustrofobico, che sembra essere la cifra stilistica dell’autore.

Il riferimento immediato è al cinema asciutto ed implacabile dei Fratelli Dardenne. Anzi, il parallelo diretto è con l’ultima fatica dei registi belgi, il recente “Due giorni, una notte”: anche lì una persona che perde il lavoro, in quel caso una donna; anche lì sopraffazioni, ingiustizie, difficoltà del vivere, miseria materiale e morale. Ma a differenza dei Dardenne, Brizé rinuncia totalmente alla finzione. I primi infatti, nel raccontare il drammatico viaggio della protagonista interpretata da Marion Cotillard, con pochissime pennellate dipingono un mondo che è fatto di dolore, ma anche di redenzione, di cinismo, ma anche di grande umanità, componendo un tessuto narrativo che, nella sua essenzialità, tocca a fondo il cuore dello spettatore. Ma scrivere in punta di penna è un’arte difficile.

Stéphane Brizé sceglie invece un approccio documentaristico: testimonianza ne è l’utilizzo di attori dilettanti, ad eccezione di Lindon. Suo fine è la denuncia che per Brizé, retto come il suo Thierry, non ha bisogno di orpelli, anzi ne deve fuggire. Il risultato è però una noia mortale. Il tono, siamo d’accordo, è volutamente monocorde; programmaticamente non c’è storia, solo una sequenza di episodi; il colore è monocromaticamente plumbeo, l’angoscia costante, senza la minima oscillazione: così ha voluto Brizé. Ma senza la ricerca, pur minima, dell’emotività non si crea empatia. E nemmeno lo sdegno, che pur dovrebbe essere l’effetto di un messaggio di denuncia così forte.

Si esce dalla sala mogi come il povero Thierry. Lo abbiamo compatito, ma non amato. E questa è la sua ultima sconfitta.

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