Appunti su “Il Vangelo secondo Matteo” per il seminario del 4 aprile 2014 all’Università di Firenze

Manifesto Vangelo P.P.P..pdf

(marino demata) Dopo la “Ricotta” con i relativi guai giudiziari, Pasolini pensava di dover urgentemente riprendere il discorso critico sulla purezza della religione cristiana ai suoi albori e sulla per lui affascinante figura di Cristo, ma anche sul tradimento della stessa religione perpetrato dalla quotidiana ipocrisia cattolica e dall’uso che ne fa la borghesia. La prosecuzione del discorso oscilla dunque tra questi due poli e la riflessione su come procedere va avanti in Pasolini anche durante le riprese dei film successivi, come “La rabbia” e “Comizi d’amore”. Ad un certo punto è sembrato che Pasolini volesse proseguire più dando forza agli intenti polemici già presenti ne “La ricotta” e quindi sbilanciarsi decisamente ancora una volta nel senso della critica alle “ipocrisie” della società. Non a caso nasce l’dea di un film, mai poi girato, che sarebbe stato in un certo senso la prosecuzione ideale de “La ricotta”, dal titolo assai significativo: “Sant’Infame”. Pasolini stesso ci fornisce il soggetto di questo film mancato, che è la storia di una santificazione costruita per così dire a tavolino, attraverso la simulazione e l’ipocrisia che porteranno alla vangelo secondo matteo_5soluzione da parte del protagonista dei problemi della vita quotidiana attraverso il suo inganno di santità. Una storia paradossale e cruda, ove il protagonista è comunque suo malgrado costretto a passare attraverso prove terribili e severe  che in qualche modo finiscono per assegnargli comunque una sorta di statuto di santità, pur all’interno di una quadro di mistificazione, di meschinità ed ipocrisia.
Ma Pasolini si rese ben presto conto che ormai il suo interesse si andava sempre più spostando verso una trasposizione cinematografica della figura di Cristo e della sua vita e morte, per mettere in risalto il carattere di purezza rivoluzionaria del suo messaggio e del valore della sua morte stessa. La polemica verso l’ipocrisia borghese e cattolica non doveva essere più qualcosa di diretto come ne “La ricotta” o nel film non fatto, “Sant’Infame”, ma doveva scaturire indirettamente ed automaticamente dalla visione della grandezza della figura di Cristo e dal messaggio originario della Religione. Nasce così l’idea de “Il Vangelo secondo Matteo”.  E nasce soprattutto l’idea di un film in cui lo scopo non doveva essere tanto quello di demistificare la figura di Cristo quale si era andata costruendo da parte della Chiesa nel corso dei secoli, quanto quello di far vivere il non-demistificabile mistero del mondo e della morte:
“Avrei potuto demistificare la reale situazione storica, i rapporti fra Pilato e Erode, avrei potuto demistificare la figura di Cristo mitizzata dal Romanticismo, dal cattolicesimo e dalla Controriforma, demistificare tutto, ma poi, come avrei potuto demistificare il problema della morte? Il problema che non posso demistificare è quel tanto di profondamente irrazionale, e quindi in qualche modo religioso, che è nel mistero del mondo. Quello non è vangelo secondo Matteo 1demistificabile”..
“È dunque assolutamente necessario morire, perché, finché siamo vivi, manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita (con cui ci esprimiamo, e a cui dunque attribuiamo la massima importanza) è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca di relazioni e di significati senza soluzione di continuità”..

Pasolini racconta di aver letto per la prima volta i Vangeli nel 1942 e poi nel 1962 mentre era ad Assisi. La scelta cadde sulla versione data da Matteo. Perché? Perché in essa Pasolini, rispetto agli altri Vangeli, aveva trovato uno sbilanciamento narrativo a favore del carattere umano di Cristo e della sua vis polemica nei confronti del fariseismo, come religione al servizio dei potenti in una situazione politica, quella della Palestina di quei tempi, che viene sovente denunciata come oggetto del potere imperialistico di allora, quello cioè dell’Impero Romano, appoggiato, come sempre in questi casi, da uno stuolo di collaborazionisti locali, la classe dirigente abbiente, alleata ai Romani nello sfruttamento di quella sorta di Terzo Mondo del tempo. Si è detto giustamente che Pasolini doveva trarre spunto proprio da Matteo per offrirci una immagine di Gesù combattente, “duro, violento, iconoclasta, inflessibile, come appunto doveva apparire ai suoi contemporanei”, e nello stesso tempo portatore di un messaggio dal valore altamente rivoluzionario, perché è chiaro che la bontà di Gesù ha, in sede storica, un carattere paradossale e rivoluzionario, e che, nel momento stesso che Gesù diceva: “Ama il tuo prossimo come te stesso”, egli diceva qualche cosa che non era soltanto l’espressione di un sentimento, ma soprattutto, rispetto al mondo di allora, qualcosa di oggettivamente sovvertitore.” (A. Moravia).

Concetto questo sul quale Pasolini ritorna direttamente nel corso di un dibattito tenutosi negli ultimi mesi del 1964, ove dichiarò: “[…] mi sembra un’idea un po’ strana della Rivoluzione questa, per cui la Rivoluzione va fatta a suon di legnate, o dietro le barricate, o col mitra in mano: è un’idea almeno anti-storicistica. Nel particolare momento storico in cui Cristo operava, dire alla gente ‘porgi al nemico l’altra guancia’ era una cosa di un anticonformismo da far rabbrividire, uno scandalo insostenibile: e infatti l’hanno crocifisso. Non vedo come in questo senso Cristo non debba essere accepito come Rivoluzionario […]”..

Importante a tal fine è la scelta pasoliniana di non aggiungere nulla al testo di Matteo, che di per sé, secondo Pasolini, ha una forza poetica dirompente, che qualsiasi sceneggiatura avrebbe potuto alterare o necessariamente sminuire, e il suo intento invece era di fare opera poetica e non religiosa o ideologica: “La mia idea è questa: seguire punto per punto il Vangelo secondo Matteo, senza farne una sceneggiatura o riduzione. Tradurlo fedelmente in immagini, seguendone senza una omissione o un’aggiunta il racconto. Anche i dialoghi dovrebbero essere rigorosamente quelli di San Matteo, senza nemmeno una frase di spiegazione o di raccordo: perché nessuna immagine o nessuna parola inserita potrà mai essere all’altezza poetica del testo. E’ quest’altezza poetica che così ansiosamente mi ispira. Ed è un’opera di poesia che io voglio fare. Non un’opera religiosa nel senso corrente del termine, né un’opera in qualche modo ideologica. In parole molto semplici e povere: io non credo che Cristo sia figlio di Dio, perché non sono credente, almeno nella coscienza. Ma credo che Cristo sia divino: credo cioè che in lui l’umanità sia così alta, rigorosa, ideale da andare al di là dei comuni termini dell’umanità. Per questo dico ‘poesia’: strumento irrazionale per esprimere questo mio sentimento irrazionale per Cristo”.

Il film suscitò un ampio dibattito che fu presente in tutte le sensibilità politico-culturali della società italiana e, come succede spesso in questi casi, i consensi e le critiche furono presenti trasversalmente in tutti gli schieramenti. Ma forse il senso vero dell’operazione messa in essere da Pasolini col Vangelo Secondo Matteo fu colto compiutamente da uno degli intellettuali marxisti, come J.P. Sartre,  capace, più degli altri di riconoscere nell’opera “il valore di sottrazione alle istituzioni ecclesiastiche del diritto di amministrare con risposte conservativamente religiose le domande storiche inevitabili  sul senso dell’esistenza, da sempre patrimonio universale dell’umanità (anche precristiana). (Serafino Murri).

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