I film sognati e mai girati: “San Paolo” di Pasolini

Pasolini a

(marino demata)  «Qui si narra la storia di due Paoli: il santo e il prete. E c’è una contraddizione, evidentemente, in questo: io sono tutto per il santo, mentre non sono certo tenero con il prete»
Con queste Parole Pasolini scriveva a Don Cordero nel 1968 per richiedere alla San Paolo film un finanziamento per la realizzazione del suo progettato film “San Paolo”. La prima richiesta era stata da lui inoltrata due anni prima ma aveva ricevuto solo una risposta interlocutoria. Dunque la sceneggiatura di un film su San Paolo, scritta sotto forma di appunti scritti tra il maggio e il giugno 1968, doveva, nelle intenzioni di Pasolini, essere affidata alla San Paolo Film per la sua trasposizione cinematografica. Ma don Cordero anche questa volta, come due anni prima, non superò le sue perplessità e dunque il progetto subì una brusca frenata, per essere poi ripreso, come vedremo sotto, in altre modalità, nel 1974, ma anche in quel caso senza trasformarsi ìn un film. Racconta Attilio Monge, che dal 1967 affianca Don Cordero per poi sostituirlo due anni dopo, che “Pasolini dedicò i primi mesi del 1968 a scrivere gli appunti su san Paolo e venne due o tre volte a parlarne alla Sampaolofilm: da subito ebbe l’idea della trasposizione di Paolo nei tempi moderni.”. Ma la sceneggiatura non si tradusse in film. Monge ancora se ne rammarica, ma onestamente

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ricostruisce i fatti e fornisce la sua spiegazione, che è quella che tutti abbiamo supposto: “Nonostante la carta d’identità de Il Vangelo secondo Matteo, in campo cattolico la figura di Pasolini, per altri film successivi, e per alcuni episodi di cronaca, non era bene accetta. […] proprio in quei mesi intervenne un fatto che scatenò – e qui posso in parte essere d’accordo – la critica cattolica. Era uscito Teorema e il film, come molte delle altre opere di Pasolini, fece scandalo e il soggetto venne attaccato come osceno da una parte dei cattolici, mentre l’ala più progressista lo esaltò al punto da attribuirgli il premio dell’OCIC (Office catholique international du cinéma).”
Cosa intende Pasolini quando si riferisce ai due Paoli, il santo e il prete? Egli intende la contraddizione tra «il mondo della storia, che tende, nel suo eccesso di presenza e di urgenza, a sfuggire nel mistero, nell’astrattezza, nel puro interrogativo – e il mondo del divino, che, nella sua religiosa astrattezza, al contrario, discende tra gli uomini, si fa concreto e operante». E l’anno successivo spiegherà ancora meglio nel corso di una intervista: «Sto preparando un film su San Paolo, sull’ideologia religiosa del suo tempo, cioè grosso modo sulla Gnosi attraverso le diverse correnti di pensiero del periodo ellenistico. E vado scoprendo sempre di più in proposito, man mano che studio i mistici, che l’altra faccia del misticismo è proprio il ‘fare’, l’agire, l’azione. Del resto, la prossima raccolta di poesie che pubblicherò s’intitolerà Trasumanar e organizzar. Con questa espressione voglio dire che l’altra faccia della ‘trasumanizzazione’ (la parola è di Dante, in questa forma apocopata), ossia dell’ascesa spirituale, è proprio l’organizzazione. Nel caso di San Paolo, l’altra faccia della santità, del rapimento al ‘terzo cielo’, è l’organizzazione della Chiesa».
Dalle “Lettere paoline” che aveva letto attentamente, Pasolini trae l’immagine di una Paolo che demolisce “con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo e soprattutto lo schiavismo”. Ma per Pasolini San Paolo ha due Pasolini cfacce, quella del profeta e quella per lui molto meno attrente dell’organizzatore della nuova Chiesa, delle nuove regole per la società. Pasolini non manca egli stesso di identificarsi in tale contraddizione, di sentirla profondamente in sé, come si evince nella Lettera a Don Giovanni Rossi del 27 dicembre del 1964 ove dice di sé: «Non sono mai stato spavaldamente in sella (come molti potenti della terra, o molti miseri peccatori): sono caduto da sempre, e un mio piede è rimasto impigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte nella polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio». Ma la contraddizione è presente nella intera società, tant’è che “si coglie, dal testo della sceneggiatura, nell’infiammata attività di San Paolo, nella sua predicazione controcorrente, nella continua provocazione lanciata contro il ristagno morale di un’epoca di crisi, i tratti della battaglia culturale e civile che Pasolini andava conducendo.” (“San Paolo progetto per un film” in Pasolini.net/Il cinema).
La sceneggiatura del San Paolo pasoliniano subisce continue modificazioni e rifacimenti fino al 1974, allorchè abbiamo l’ultima stesura con una importantissima novità: la trasposizione ai nostri giorni dell’intero svolgimento dell’azione del film e il mutamento anche della toponomastica con la scelta di nuove location rispetto a quelle originarie degli “Atti”. La Roma degli Atti, capitale dell’Impero, diviene New York. L’Atene di allora diviene la Parigi di oggi. Antiochia diviene Londra. Egli dice: “Qual è la ragione per cui vorrei trasporre la sua vicenda terrena ai nostri giorni? È molto semplice: per dare cinematograficamente nel modo più diretto e violento l’impressione e la convinzione della sua attualità. Per dire insomma esplicitamente, e senza neanche costringerlo a pensare, allo spettatore, che «San Paolo è qui, oggi, tra noi» e che lo è quasi fisicamente e materialmente. Che è alla nostra società che egli si rivolge; è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce e teneramente abbraccia.” E allora, se “è chiaro che San Paolo ha demolito rivoluzionariamente, con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società Pasolini dfondata sulla violenza di classe, l’imperialismo e soprattutto lo schiavismo; …è dunque di conseguenza” anche “chiaro che alla aristocrazia romana e alle varie classi dirigenti collaborazioniste va sostituita per analogia l’odierna classe borghese che ha in mano il capitale, mentre agli umili e ai sottomessi vanno sostituiti, per analogia, i borghesi avanzati, gli operai, i sottoproletari del giorno d’oggi.”
A Silvia Giuliani (“San Paolo secondo Pasolini: ascesi e organizzazione” in Cahiers d’études italiennes, 9 | 2009, 115-125.) si deve una delle analisi più approfondite e puntuali della sceneggiatira del 1974. “San Paolo, il fariseo (di famiglia romano-giudaica), è rappresentato come un borghese la cui caratteristica è di vivere in uno stato di “inconsapevole insincerità”. Le sue vicende cominciano sulla via di Damasco (nella versione pasoliniana Barcellona), la città dove si sono rifugiati Pietro e i suoi fedeli e dove Paolo chiede di continuare la sua persecuzione contro i cristiani. Per raggiungerla deve però attraversare il deserto, cioè le strade dell’Europa, e proprio in una di queste strade, “piene di traffico e dei soliti atti della vita quotidiana, ma perdute nel silenzio, Paolo è colto dalla luce. Cade, e sente la voce della vocazione”. (ibid.) E’ a questo punto che inizia la sua predicazione, che lo porta anche in Germania, in seguito ad un sogno (trasposizione del Sogno del Macedone) e poi a subire un processo a Vichy (Cesarea nel testo paolino). Paolo chiede però di essere giudicato a Roma (cioè New York nella sceneggiatura) e lì viene imprigionato e condannato a morte.

L’unico elemento che non viene mutato è il dialogo, perché proprio come ne “Il Vangelo secondo Matteo”, Pasolini resta rigorosamente fedele ai dialoghi che trova nei testi sacri e nemmeno una parola ne viene modificata: “come ho già fatto per il Vangelo, nessuna delle parole pronunciate da Paolo nel dialogo del film sarà inventata o ricostruita per analogia. E poiché sarà naturalmente necessario fare una scelta dei discorsi apostolici del santo, farò tale scelta in modo da riassumere l’intero arco dell’apostolato”.

In tal modo, mentre le domande che i contemporanei rivolgono a Paolo sono ovviamente moderne e riguardano problematiche attuali, le risposte di Paolo, sempre desunte dagli “Atti”, sono universali ed eterne. In questo modo, aggiunge Pasolini, proprio attraverso lo scarto tra l’attualità delle domande e l’atemporalità ed eternità delle risposte, il film rivelerà la sua profondità tematica “che è contrapposizione di “attualità” e “santità” – il mondo della storia, che tende, nel suo eccesso di presenza e di urgenza, a sfuggire nel mistero, nell’astrattezza, nel puro interrogativo; e il mondo del divino, che, nella sua religiosa astrattezza, al contrario, discende tra gli uomini, si fa concreto e operante.” (Pasolini, San Paolo, Einaudi, Torino 1977)
Il film doveva iniziare nella Parigi tra il 1938 e il 1944, con la descrizione della quotidianità della vita sotto l’occupazione nazista e al conformismo del’epoca degli apostoli doveva sostituirsi quello della realtà contemporanea. Egli dice: “Gli antichi dominatori romani sono dunque sostituiti dall’esercito hitleriano, e i farisei dalla classe conservatrice e reazionaria francese, tra cui naturalmente i collaborazionisti di Pétain.”
La contraddizione cui si faceva cenno sopra tra il San Paolo santo e prete viene resa da Pasolini con la trasformazione di San Luca, l’estensore degli atti degli apostoli, in un diavolo che in qualche modo, col suo intervento, introduce nell’alto elemento profetico santo del personaggio l’elemento terreno e organizzativo proprio della Chiesa per edificare la quale occorre non temere «di tacere su cose che si dovrebbero dire, di non fare cose che si dovrebbero fare, o di fare cose che non si dovrebbero fare. Non dire, accennare, alludere. Essere furbi. Essere ipocriti (…). Perché noi non siamo una redenzione, ma una promessa di redenzione. Noi stiamo fondando una Chiesa» (Pasolini, San Paolo, Einaudi, Torino 1977, pag. 114). Aggiunge la Giuliani: “Paolo, strumento operativo nelle mani di Satana, ha compiuto la sua volontaria-involontaria missione, ha fondato la Chiesa dotandola in potenza di tutte le efferatezze e gli abusi che non tarderà a perpetrare. Che Paolo ascenda pure gloriosamente al Terzo Cielo, ormai il suo dovere è compiuto” (Silvia Giuliani: ibid.). E Pasolini aggiumnge: “Egli [Satana] entra nel palazzo e sale all’appartamento di Luca. […] Luca riassume ghignando al suo capo la continuazione della storia di Paolo. Praticamente ormai il fine è raggiunto. La Chiesa è fondata. Il resto non è che una lunga appendice, un’agonia. A Satana non interessa il destino di Paolo: si salvi pure e se ne vada pure in Paradiso. Satana e il suo sicario sghignazzano soddisfatti. Luca si alza, prende da un mobiletto dello champagne e i due brindano ripetutamente alla loro Chiesa. Bevono e si ubriacano, evocando tutti i delitti della Chiesa: elenco lunghissimo di papi criminali, di compromessi della Chiesa col potere, di soprusi, violenze, repressioni, ignoranza, dogmi. Alla fine i due sono completamente ubriachi e ridono pensando a Paolo che è ancora là, in giro per il mondo a predicare e organizzare.” (Pasolini, 1977, pp. 143-144)
Una soluzione quella del San Luca/Diavolo che serve a Pasolini per far vivere e vedere plasticamente la nascita e lo sviluppo in San Paolo della contraddizione tra il profeta e il prete. Ma in realtà Pasolini ritiene che questa contraddizione sia innata nell’uomo e lui per primo la sente propria, sulla sua pelle.
Per la Giuliani è la carità il concetto chiave “della meditazione pasoliniana sulla Chiesa e nello stesso tempo marca principale della predicazione paolina….Pasolini sembra infatti pensare a una ecclesia che attraverso la carità non solo possa riscoprire l’originario spirito di amore fraterno, ma anche quel particolare sentimento del sacro che solo potrebbe portarla a ripristinare (o più probabilmente a generare) costumi e consuetudini capaci di sottrarla e di renderla tenace avversaria del nuovo universo capitalistico”. (1)
La storia di San Paolo narrata da Pasolini si conclude con la morte del Santo, anche in questo caso naturalmente con la completa trasposizione nel tempo e nello spazio, nella New York dei nostri giorni, ove egli viene ucciso da sue colpi di fucile mentre si trova in un alberghetto di New York, nello stesso modo col quale, pochi giorni prima di questa nuova stesura di sceneggiatura, era stato ucciso a Menphis Martin Luther King.
Il film nelle intenzioni di Pasolini doveva realizzarsi con il ritmo di una “tragedia episodica” e cioè, non essendo possibile narrare in un film l’intera storia della vita di San Paolo, bisognava fare una scelta e riportare solo alcuni degli episodi più significativi della vita del Santo. Il regista stesso riferisce alcuni degli episodi cui intende soffermarsi, accennandone anche la descrizione. Essi sono ad esempio Il martirio di Santo Stefano, La folgorazione, L’idea di predicare ai Gentili, Le avventure della predicazione, Il sogno del Macedone, San Paolo a Roma.

(1) film su San Paolo, che avrebbe dovuto intitolarsi Bestemmia: “Ho sempre fatto film col sole […] adesso farò un film tutto di pioggia […] Evidentemente, questa mia violenza contro la Chiesa è profondamente religiosa, in quanto accuso san Paolo di aver fondato una Chiesa anziché una religione. Io non rivivo il mito di san Paolo, lo distruggo”.

 

 

 

 

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