Woody Allen 80 – Prendi i soldi e scappa (USA 1969) – Recensione e film completo in Italiano

(marino demata) Dopo aver partecipato ad alcuni film, ai quali aveva anche dato un contributo alla sceneggiatura, in particolare in “Ciao Pussycat”, nel 1969 Allen esordisce come regista con “Take the money and run” e dirige se stesso. La struttura del film è quella di una inchiesta, che somiglia alle tante inchieste televisive in voga a partire dagli anni 40 in America. Lo stesso Allen, in una successiva intervista ci spiega il perché della scelta del falso documentario: “Prendi i soldi e scappa era uno pseudo-documentario. L’idea di fare un documentario, che dopo perfezionai quando girai Zelig, l’avevo fin dal primo giorno in cui ho cominciato a fare film. Pensavo che fosse un mezzo ideale per la comicità, perché il formato del documentario era molto serio, così che stavi lavorando già in un’area in cui qualsiasi piccolezza contraddiceva l’impostazione seria ed era quindi divertente. E potevi raccontare la tua storia di risata in risata in risata… Lo scopo del film era una risata dopo l’altra.”

Come ogni documentario che si rispetti, non mancano le interviste soprattutto relative a testimoni del periodo giovanile di Virgil, il protagonista. Oltre a quelle al padre e alla madre, che per mantenere l’anonimato indossano una maschera da Groucho Marx (!), segnaliamo quella al suo maestro di violoncello. Lo studio di questo strumento rappresenta una delle pochissime note gentili della giovinezza di Virgil, ci avverte la solita voce fuori campo; ebbene il suo maestro avverte di non essere stato in grado di insegnargli nulla: emetteva delle note che inducevano l’ascoltatore a strani stati di follia.
A diciotto anni il desiderio di Virgil e’ di entrare in una delle gang del quartiere per potersi realizzare, anche se poi prende la strada del “lupo solitario”, cioe’ il crimine “in proprio”. Qui si manifesta una critica ricorrente alla societa’ americana del tempo, quella cioe’ del sogno del successo. E’ il sogno di ogni americano quello di emergere nel proprio campo. E cosi’ anche Virgil non e’ immune da questo obiettivo: si tratta di scegliere bene il proprio campo e per lui non c’e’ niente di meglio che il crimine. Dopo tutto, dira’ ad un certo punto: “E’ un lavoro che offrre delle soddisfazioni. Le ore di lavoro non sono molte. Viaggi e conosci posti interessanti. Insomma è un buon lavoro in generale!”
La prima rapina e’ pero’ gia’ una catastrofe, perche’ si Virgil si accorge in ritardo che la pistola con la quale dovrebbe difendersi dalle pallottole della polizia e’ in realta’ solo un accendino. Finisce in galera. Cio’ accadra’ spesso e una delle sue costanti sara’ occupare il tempo a progettare evasioni, che a loro volta avranno spesso lo stesso esito catastrofico,
come quando riesce a plasmare una saponetta dandole la forma di una pistola e il colore con il lucido da scarpe. Le guardie carcerarie abboccano, fin quando gli scrosci di pioggia fanno sciogliere la saponetta e la finta pistola si trasforma in…schiuma di sapone.
La critica alla societa’ americana, di solito misurata e ironicamente sofisticata, si fa piu’ esplicita e diventa vera satira politica allorche’ la voce fuori campo afferma che il 1956 fu un anno felice per molta gente e come esempio passano le sequenza di Eisenhower e Nixon che giocano a golf. Ma Virgil (e tanti altri Virgil possiamo ritenere sottinteso) non vede e non sa nulla di tutto questo.
Insomma siamo di fronte ad una vera e propria slapstick comedy, con una miriade di invenzioni e di battute. Come quando in prigione gli viene offerta la liberta’ vigilata a condizione che si sottoponga ad un esperimento: lasciarsi inoculare un pericoloso vaccino. Nessun problema, salvo un effetto secondario, che per alcune ore viene trasformato in un rabino! O la sua reclusione, come massima punizione, in una cella di rigore per sette giorni in compagnia di un…agente di assicurazioni. Oppure trovare in un forziere da rapinare una famiglia di zingari della Transilvania, prezios soltanto dal punto di vista etnologico.
Nella relazione con la bellissima Louise (una meravigliosa Janet Margolin, che gia’ conoscevamo in film come “David e Lisa”, “Il segno degli Hannan” e “Nevada Smith”), intravvediamo in alcune sequenze quello che sara’ poi uno dei tempi preferiti da Allen, l’amore. Quando si conoscono nel parco, la solita voce documentaristica fuori campo viene sostituita da quella di Virgil, che spiega al pubblico le sue precedenti difficolta’ nell’approccio con le donne. Ma anche le difficolta’ attuali verso Louse: “potevo mai dirle che io ero un criminale che non ha fatto mai niente di buono?” E si lascia quindi andare, sempre rivolto al pubblico ad espressioni come “lei era cosi’ dolce, cosi’ tenera”, che, assieme alle immagini che lo ritraggono con Louise mano nella mano passeggiare sulla spiaggia deserta in inverno, lasciano presagire opere successive come “Io e Annie” e “Manhattan”. Ma la battuta verbale e’ in agguato, e’ piu’ forte di lui, che in questo film e’ un vulcano di battute: “dopo quindici minuti avevo gia’ deciso di sposarla; dopo mezz’ora avevo del tutto rinunciato all’idea di rubarle la borsetta!” E dopo il matrimonio, al quale Virgil puo’ arrivare grazie ad una evasione una volta tanto ben riuscita, allorche’ Louise gli comunica di aspettare un bambino e che questo evento va considerato il suo regalo per Natale, Virgil risponde: “ma a me bastava una cravatta!”
Ma non mancano nel film momenti di comicità visiva oltre che le battute. Esse talvolta ricordano i classici della comicita’ del muto. Un esempio e’ la doccia che non funziona e che poi Virgil scopre che viene azionata dalla leva dello sciacquone del gabinetto o, subito dopo, osserviamo il frigo che era stato da lui adattato ad appendiabiti. Oppure quando si veste con eleganza per il primo appuntamento con Louise, esce e non si rende conto di non aver indossato i pantaloni. Il nonno, colpito da una palla di baseball, crede di essere il Kaiser Guglielmo II. Qui – prosegue la voce fuori campo – possiamo vedere alcune rare immagini del vecchietto insieme con altri pazienti del manicomio statale. In realta’ la comicita’ rovesciata della situazione consiste nel fatto che si vedono le vere immagini di Guglielmo II ad una parata militare! E segnaliamo ancora quando la banda creata da Virgil si riunisce per visionare il filmato della banca da lui girato: il filmato è preceduto da un documentario sulla pesca della trota in Quebec e uno dei componenti dice: “Il documentario prima del film non lo scansiamo mai!”. Da notare che produttori del documentario, nella lista dei credits, risultano essere Rollins e Joffe, che sono appunto i produttori di Woody Allen.
Questo è probabilmente uno dei film comici di Allen meglio riusciti e con più profondi significati, malgrado le apparenze. Infatti il più grande paradosso del film è che Virgil non è un delinquente incallito vero e proprio, ma un inetto, un incapace di delinquere. Eppure viene considerato e trattato come un pericolosissimo delinquente, come ci lascia intendere la stessa voce narrante fuori campo, che parla col linguaggio dei mass media, cioè con la consueta falsa obiettività. Insomma qui si evidenzia l’incongruità tra la inchiesta obiettiva e la distorsione dei fatti che fanno diventare una persona quello che non è. E l’incongruità è sempre una delle chiavi del comico.
Numerosi sono i riferimenti a film del passato, nonché all’intero filone dei film di gangster e al sotto-genere dei film carcerari. In alcune inquadrature Allen tiene presenti momenti chiave e inquadrature di un film fortemente innovativo come “Bonnie and Clyde” (“Gangster story”) di Arthur Penn. E infine citiamo tra le tante note positive la meravigliosa colonna sonora di un maestro come Marvin Hamlish.

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