Woody Allen 80 – “Manhattan” (Usa 1979) – Recensione e video it. delle scene finali

(marino demata) Ogni volta che comincio a rivedere Manhattan penso che la volta precedente ho esagerato nell’amare di una amore illimitato questo film e che forse sarà la volta buona per trovare qualche difetto e ridimensionare il mio precedente giudizio. E invece capita esattamente il contrario. Ogni volta, ad ogni rivisitazione per un motivo o per l’altro del film, il mio amore e la mia ammirazione per quest’opera cresce. Mi conforta che proprio oggi mi trovavo a confrontare i miei giudizi con quelli di uno dei più importanti e famosi critici cinematografici americani, quel Roger Ebert, sotto le cui forche caudine passano, e spesso soccombono, film altrove acclamati e celebrati. Ebbene Ebert ha recensito Manhattan ancora nel 2001, dopo averlo rivisto a distanza di 20 anni, se ne è probabilmente re-innamorato, ed ha ulteriormente migliorato – se possibile – la sua precedente recensione, scritta quando il film uscì nel 1979. E dice, aprendo la nuova recensione, “Io avevo dimenticato con quale perfezione Woody Allen ha girato Manhattan. Con quanta grazia il film è in grado di oscillare tra commedia e film d’amore. Io non lo avevo rivisto da anni e ricordavo che era sostanzialmente una storia d’amore tra un uomo d mezza età e una liceale. Vedendo oggi di nuovo il film mi sono reso conto che si tratta di qualcosa di più complesso. Non è un film sull’amore, ma sulla perdita. Ci sono tante bellissime canzoni nella colonna sonora del film, ma quella che parla direttamente all’eroe del film è Stanno suonando canzoni d’amore, ma non per me (”they’re playing songs of love, but not for me.”)”
Non c’è alcun dubbio che Manhattan è innanzitutto un atto di amore di Woody Allen per la sua New York. L’amore di Allen per la sua città è immenso, ma non arriva mai al punto da fargli tacere i difetti, o da darci una visione da cartolina illustrata. Al contrario. Accanto ai luoghi ove si consumano le sequenze più belle o più romantiche, come la famosa panchina (raccomando a tutti i lettori che prima o poi si trovassero in quella città di andarla a vedere da vicino quella panchina!), o come il Central Park, teatro di frequenti passeggiate di Isaac/Allen con Mary (Diane Keaton), o altri luoghi memorabili, Allen non trascura di farci vedere i difetti le degenerazioni negative nelle cose (in barca al Central park mette la mano nell’acqua e la tira su piena di melma) e nelle persone, sotto forma di quelle angosce metropolitane e quelle nevrosi che abbiamo già conosciuto in “Io e Annie”. Insomma, sembra dirci, le cose che si amano si continuano ad amare, anche se prima o poi manifestano difetti. E, si diceva, niente immagini da cartolina illustrata. Al contrario. Allen ci mostra spesso New York di sera o di notte, con colori lividi o smorti passati attraverso il suo meraviglioso bianco e nero, che conferiscono alla città un senso di realistica bellezza e fascino. Sì, perché Allen, contro il parere dei suoi stessi produttori, ha voluto girare un film in bianco e nero, il suo primo film in assoluto non a colori, vincendo anche questa sfida. Come ha motivato questa scelta? Perché il cinema che lui per primo ha conosciuto era il cinema in bianco e nero e perché voleva rendere pienamente partecipi gli spettatori di questo suo amore per il cinema classico. E inoltre perché voleva proprio rendere in modo sobrio e non luccicante la bellezza della sua città. Inoltre, altro dato tecnico, ha imposto che il film fosse girato in Panavision, ovvero in formato cinemascope, con i due bordi scuri al di sopra e al di sotto dello schermo, perché gli sembrava il formato più perfetto possibile per fotografare e per rendere al meglio la bellezza della sua città.
In questo meraviglioso e contraddittorio contesto si consumano le angosce metropolitane dei personaggi del film e le loro nevrosi (sullo sfondo c’è sempre qualche costoso psichiatra non sempre capace di leggerle correttamente).
Isaac si accompagna ad una ragazza molto più giovane di lui, Tracy (splendida e dolcissima Mariel Hemingway), appena 17enne. E’ una relazione sulla quale lei punta moltissimo. Ma Isaac, pur essendo felice con lei, è fin troppo consapevole della impossibilità che tale rapporto duri illimitatamente, per la eccessiva differenza di età (“sono più vecchio di suo padre”). Per questo motivo cerca di restituire a Tracy il senso della temporaneità del rapporto e poi di convincerla ad andare in Inghilterra, ove lei è stata invitata per un corso universitario. A complicare le cose Isaac si imbarca in una relazione amorosa con Mary, che si è appena separata dal suo amante (uomo sposato), Yale (Michael Murphy), cioè il suo migliore amico.
Ma la storia di Isaac, come capita spesso nei film di Allen, è la storia di un perdente, come ha giustamente sottolineato Ebert nella sua seconda recensione. Così come perdente era Alvy/Allen in Io e Annie.
La relazione con Mary non va avanti perché questa è ancora innamorata di Yale. E intanto Isaac si rende conto di aver cacciato via dalla sua vita Tracy in maniera eccessivamente impulsiva e prematura.
Siamo alle sequenze finali di Manhattan. Isaac, sdraiato su divano registra appunti per il suo libro e si ritrova a fare l’elenco delle cose per le quali val la pena di vivere. Spontaneamente cita anche il volto di Tracy. Un momento di pausa: Allen cambia espressione e sul suo volto c’è impresso il rimpianto per un amore improvvidamente respinto, il senso della perdita di qualcosa di importante. Il resto del finale del film è la folle corsa per le strade di New York per raggiungere casa di Tracy prima della sua partenza per l’Inghilterra e, una volta raggiunta, il disperato tentativo di convincerla a restare, mentre le valige della ragazza sono ormai già nel taxi. La macchina da presa indugia ancora un attimo sul volto deluso di Isaac e poi stacca per riprendere una nuova panoramica dello skyline di New York, mentre la musica di Gershwin, che ha accompagnato Isaac nella sua folle corsa, continua a scandire le sue note. Un quarto d’ora di memorabile sequenza che rappresenta probabilmente la cosa più bella e commovente mai creata da una macchina da presa.

 

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