“LA FELICITÀ È UN SISTEMA COMPLESSO” – La recensione

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(Valter Chiappa) (AG. R.F. 07/12/2015)(riverflash) Già il titolo, “La felicità è un sistema complesso”, del nuovo film del regista emiliano Gianni Zanasi (“Nella mischia”, “Non pensarci”) ci mette sull’avviso.

Perché “La felicità è un sistema complesso” è innanzitutto un film contro le convenzioni: tutto ciò che ci viene propinato come scontato, logico, naturale in realtà non lo è affatto e nasconde profonde contraddizioni e sofferenze interiori faticosamente e malamente rimosse. In una scena emblematica il protagonista non riesce a capacitarsi del fatto che la sua ospite preferisca dormire per terra e torna più volte ad offrirle un confortevole, tradizionale letto. È proprio su questa ormai quasi congenita incapacità di comprendere che Zanasi insiste, per suggerirci una possibile via per la felicità che, come il titolo ci ricorda, non è affatto retta e piana.

Enrico Giusti (Valerio Mastrandrea) svolge per una società d’affari un compito del tutto particolare: circuisce giovani rampolli destinati per successione a guidare aziende pericolanti e, carpita la loro fiducia, li invita a mollare e cambiare vita, cedendone il timone. Tutto appare piano agli occhi di Enrico: ha di fronte bamboccioni imbelli e viziati, da inseguire in interminabili notte in discoteca; dall’altro lato ci sono posti di lavoro a rischio, che una gestione irresponsabile condannerebbe inevitabilmente. La sua stoica determinazione è allora quella del Giusto (non solo nel cognome) che, pur inserito nel sistema, vuole non minarlo, ma dall’interno emendarlo delle sue colpe. Perché anche Enrico ha un peso da cancellare; non suo, ma ricevuto dal padre, fuggito in Canada dopo aver causato il fallimento della sua azienda.

Due imprevedibili presenze demoliranno le sue certezze: una ospite inattesa, l’israeliana Achrinoam (Hadas Yaron), ragazza fuori da ogni schema e solo apparentemente fragile; ed infine le sue nuove prede, quelle che sembrano le più abbordabili: due adolescenti (Filippo De Carli e Carlotta Martini), rimasti in modo tragico orfani ed eredi dell’impero di famiglia.

Il volto pulito del ragazzo deciso a tenere in piedi l’attività per tutelare la dignità dei suoi dipendenti; lo sguardo dolce ma implacabile della ragazza, che sottolinea l’assurdità e la disumanità di ciò che ad Enrico sembra ineluttabilmente giusto, mostreranno finalmente al protagonista la retta via: la felicità si raggiunge solo scrollandosi di dosso regole che vincolano come un’armatura; compiendo un gesto anticonvenzionale come un repentino tuffo in piscina, improvvisando un improbabile passo di danza, dormendo finalmente sul pavimento nudo.

Scrollandoci di dosso le eredità.

È questo l’altro grande tema del film, strettamente correlato al primo: la trasmissione da padre a figlio di un fardello di cui è difficile alleggerirsi e che tutti cercano di ammantare di consolanti ragioni fittizie. Così Enrico con il suo lavoro tenta solo di sublimare le colpe paterne; il figlio del suo capo (Giuseppe Battiston), che nel lavoro ha invece l’unica forma di dialogo col genitore, ne segue le orme a costo di doversi aiutare con la droga. Ma non sempre le colpe dei padri ricadono sui figli. Per Filippo e Camilla, i (non a caso) giovanissimi successori al trono, l’atto di ereditare diventa occasione di catarsi, perché hanno la purezza necessaria a metabolizzare positivamente quegli schemi vetusti. E così anche per Enrico la torta della nonna, come recita il testo della strampalata canzone cantata da Mastrandrea in una scena clou, diventa una inedita “torta di noi”.

Ricchezza e profondità di temi nel film di Zanasi. Il quale però si avvale di una scrittura difficile, spigolosa, dissonante. Volutamente certo: la visione di “La felicità è un sistema complesso” deve essere ed è disturbante, deve pungolarci, trasmettere disagio. E deve spiazzare, perché abituarsi ad uscire dagli schemi è il messaggio che il regista lancia. Valerio Mastrandrea, poi, con la sua ironia surreale e l’espressione disincantata, ben si presta al discorso dell’autore.

Rimane per lo spettatore la fatica di seguire un film che esige severo impegno ed autoriflessione. Alcune scelte stilistiche rendono più gravoso il compito: l’uso intenso della metafora e del simbolico conducono a sequenze inutilmente criptiche, come la scena in cui Enrico ed Achrinoam, forse innamorati, levitano; la colonna sonora, pur scelta con grande competenza musicale, è proposta invasivamente, sovrastando in modo a volte inopportuno il girato.

Ma la visione dell’opera di Gianni Zanasi è quanto mai opportuna per una generazione che ancora non ha fatto i conti con il suo passato e che, con passo incerto, è alla perenne ricerca di un senso. C’è da lavorare, però.

Perché, sì, “La felicità è un sistema complesso”.

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