Woody Allen 80 – “Magic in the moonlight”(Usa 2014) – Due recensioni e foto

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(valter chiappa) Impagabile Woody. Alla soglia degli 80 anni, la sua penna sembra attingere a una fonte perenne e, cancellati i caratteri cupi con cui, non più di un anno fa, scolpiva la tragica figura di “Blue Jasmine”, si bagna in un inchiostro soave e leggero per regalarci quest’incantevole “Magic in the moonlight”.

Siamo pronti a sguainare la spada contro i critici ad ogni costo, gli intellettuali altezzosi, i cinefili snob, la lunga pletora di coloro che si risvegliano numerosi ad ogni uscita di un film di Woody Allen; contro chi rimpiangerà ancora le vette di “Io e Annie” e “Manhattan”, l’intellettualismo degli anni ’80 e Dio solo quant’altro; e specificatamente contro chi definirà questo film inutile o banale perché leggero.

Perché la vicenda dell’illusionista che, agguerrito, parte per smascherare la seducente sensitiva, ci invita a fare proprio questo, riscoprire la magia. Non quella artificiosa di un uomo razionale fino al cinismo, che è arte di demolire i sogni con l’alibi della necessità, ma quella inspiegabile e irresistibile di un sorriso; la magia che non nega (non potrebbe) l’ineludibile evidenza della realtà, ma la affianca e la colora.

Come il protagonista (ovviamente l’alter ego di Allen), che pervicacemente cerca di imporre al mondo la sua visuale senza speranza, comprende che la cappa di tetri pensieri che lo deprime può essere spazzata via solo dal soffio leggero dell’irrazionalità, il vero Woody, rendendo leggera la mano sulla macchina da presa, ci propone il fatuo non come evasione, ma come viatico per la sopravvivenza.

Lo fa utilizzando i canoni più classici della commedia: l’inganno, l’equivoco e, ovviamente, l’amor vincit omnia. I personaggi che mette in scena sono tradizionali cliché: il burbero fascinoso e apparentemente irraggiungibile, la scaltra ammaliatrice, lo sciocco ganimede. Tesse la scrittura con lo strumento antico e sempre efficace dello scontro dialettico, componendo dialoghi serrati, fitti di battute taglienti.

Ma questo potrà non piacere solo ai depressi e agli incompetenti.

Invece Woody si muove con mano più che mai ispirata, dosa perfettamente tempi ed ingredienti, crea dialoghi esilaranti e raffinatissimi, mescolando evoluzioni verbali a riflessioni mai banali, conia nuove battute memorabili da aggiungere alla sua infinita collezione.

Impreziosisce infine il tutto con un’ambientazione da sogno: il sud della Francia, con la luce, anch’essa magica, che ha illuminato la tavolozza di tanti artisti; gli anni ’30, con gli abiti rutilanti di paillettes, il charleston, lo champagne.

Colin Firth, tirato a lucido, delizierà le signore con il suo charme; gli occhioni di Emma Stone turberanno non solo il protagonista del film.

Insomma non date retta alle persone tristi e noiose che vi diranno che Woody Allen non è più quello di una volta, che fa troppi film o altre banalità. “Magic in the moonlight” è un film che vi divertirà scaldandovi il cuore. Sedetevi comodi in sala, ridete, sognate e, al momento giusto, chiudete gli occhi.

Li riaprirete, magia, su un cielo stellato.

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(marino demata) Qualche mese fa abbiamo salutato con entusiasmo l’ultimo film di Woody Allen, Blue Jasmine, e ne abbiamo ammirato quella vitalità che sembra aver conferito nuovo slancio alla recente filmografia del regista, sotto il profilo della costruzione di una storia molto intrigante e dagli esiti non scontati, di un personaggio molto complesso e problematico, di un finale che lascia l’amaro in bocca e fa riflettere sui casi della vita, sulla influenza della cattiva sorte e sull’utilizzo delle proprie esperienze di vita vissuta. Chi pensava che quel film segnasse una svolta importante in questa parte di carriera del regista che in qualche modo potesse essere proseguita con i film successivi, vedendo la sua ultima fatica, Magic in the Moonlight, non può che rimanerne deluso. E si renderà conto che la serietà e l’impegno nel costruire quel personaggio magnificamente sorretto da un’interpretazione ricca di sfumature e di sensibilità da parte di Cathe Blanchett costituiscono Magic in the 1probabilmente un fatto episodico.
Questo non significa che
Magic in the Moonlight sia un film da buttar via, un brutto film, ma è un film nel quale Allen ritorna al divertissement puro, ponendosi pochi problemi e costruendo, contrariamente a Blue Jasmine, personaggi lineari e coerenti, non problematici, convinti delle proprie concezioni e delle azioni conseguenti, e dove l’elemento dialettico imprevisto interviene solo quando qualcosa sembrerebbe scalfire le loro certezze (ci riferiamo in particolare al protagonista, Stanley Crawford/Colin Firth), creando momentaneo scompiglio nelle proprie idee e convinzioni ideologiche.
Convinzioni ideologiche che poi sono esattamente quelle di Woody Allen, che dunque, forse mai con tanta chiarezza e nettezza, espone il suo razionalismo immanentistico e la sua incredulità assoluta in ogni “altro” rispetto alla realtà che ci circonda, per bocca di un Colin Firth che se ne fa portavoce con grande convinzione.Magic in the Moonlight
E quale migliore figura Woody Allen poteva scegliere per esporre la propria concezione laica del mondo se non quella di un illusionista disincantato, che sa benissimo i trucchi del mestiere e soprattutto sa benissimo che l’irrazionale e il mistero che propina al suo pubblico ogni sera, in realtà hanno sempre una spiegazione razionale, un trucco che dà l’illusione del magico e dell’irreale, senza in realtà discostarsi poi mai dalle ferree regole della natura e della ragione? Come nella sequenza iniziale ove il mago riesce a far sparire un ingombrante elefante dalla scena, dando al pubblico l’illusione di un intervento quasi soprannaturale. In verità è proprio l’illusionista la persona più indicata a instillare nel pubblico appunto l’illusione o la convinzione che nelle regole della natura si possano trovare o fare delle eccezioni che vanno verso il soprannaturale ed è la persona più indicata a tener fermo dentro di sé, al contrario, il convincimento che la natura e la realtà non possono subire eccezioni alle loro leggi magic-in-the-moonlight-posterrazionali, perché sanno benissimo che le strane eccezioni che esibiscono al loro pubblico sono solo trucchi, e non potrebbe essere altrimenti.
A ben vedere forse è proprio questa la ragione del ricorso da parte del regista newyorkese al personaggio del mago, dell’illusionista, così frequente nei suoi film: si pensi al
famoso monologo “The Great Renaldo”; al suo racconto breve vincitore del premio O. Henry, “The Kugelmass Episode”; alla sua commedia “The Floating Lightbulb” (nella quale l’interprete principale è un giovane illusionista); all’episodio “Oedipus Wrecks” di New York Stories e a Scoop, dove lui stesso interpreta memorabilmente un mago, The Great Splendini. Nei suoi film sono comparsi anche ipnotizzatori (Broadway Danny Rose, La maledizone dello scorpione di giada), un guaritore (Alice) ed un indovino (Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni). Molti dei suoi altri film, in particolare Zelig, La rosa purpurea del Cairo, Midnight in Paris, hanno simili riferimenti.
E anche l’ambientazione, la Costa azzurra, e la collocazione temporale del film, gli anni ’20 sono funzionali a questa voglia del regista di fare il punto ancora una colta con le sue concezioni laiche e razionaliste, dimostrando in un luogo e in un’epoca ove l’aldilà e i suoi evocatori sono in gran voga più che mai, che si tratta solo di un illusione e chi afferma il contrario è falso e in mala fede. DSCF0410.RAFAddirittura l’incarico che riceve da un amico il mago Stanley Crawford/Colin Firth è proprio quello di sbugiardare la presunta medium Sophie Baker
(Emma Stone), capace a suo dire di evocare i morti e di entrare in trance nell’aldilà. La linearità e la contrapposizione dei due protagonisti viene scalfita da un imprevisto: l’amore, che sembra scompaginare in qualche modo i ruoli prefissati e creare quegli imprevisti dubbi sulle proprie convinzioni e certezze. Ed è questo imprevisto a fare di Magic in the Moonlight uno dei film più romantici di Woody Allen. Il quale non rinuncia ad alimentare il suo razionalismo con quelle battute da par suo, che lo hanno reso famoso (“Tutto è falso, persino il Vaticano!”). Il film, malgrado qualche momento di stanca, risulta comunque gradevolissimo: le musiche sono come al solito scelte divinamente dal regista, i colori della Costa Azzurra risultano piacevolmente brillanti.

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