Woody Allen 80 – “Match point” (UK 2005) – Recensione e video kissing scenes

(marino demata) Nel 2005, a 16 anni di distanza da “Crimini e misfatti”, Woody Allen, con “Match point” ritorna sulle medesime tematiche con un’opera che richiama esplicitamente il suo precedente, ma lo supera in brillantezza, equilibrio e consumata capacità di creare un film bellissimo sempre in bilico tra dramma e thriller non lontano dalle atmosfere hitchcockiane.
Le analogie tra i due film riguardano essenzialmente la necessità che ad un certo punto hanno i due protagonisti (rispettivamente Martin Landau e Jonathan Rhys Meyer) di commettere un’azione turpe quale l’omicidio per non compromettere il proprio status sociale. Entrambi si sentono in certo senso “costretti” ad uccidere la propria amante, che avrebbe rovinato la loro vita agiata. Ulteriori analogie sono di carattere filosofico e sono costituite dagli iniziali sensi di colpa e dal sopravveniente desiderio di confessare tutto e di essere puniti (“Se venissi preso e punito almeno ci sarebbe un qualche piccolo segno di giustizia. Una qualche piccola …speranza di un possibile significato.” – afferma Chris, il protagonista di questo film, a se stesso). Ma si tratta in entrambi i casi di un solo iniziale fare i conti con la propria coscienza, che molto presto sarà messa a tacere, col ritorno alla vita brillante di sempre. E in entrambi i casi la verità sta esattamente nell’opposto della affermazione di Chris rivolta a se stesso: no, dice Allen, non ci sono in questo mondo reali e veri segni di giustizia. Non c’è nessuna speranza che esista un possibile significato nelle nostre azioni e in generale nella vita e nel mondo. Non c’è un Dio che possa essere in qualche modo ricondotto alle sue responsabilità, non c’è regola o comandamento che possa indurre gli uomini ad agire in un modo o nell’altro. Tutto il mondo e la vita dei singoli esseri sono lasciate al caso.
E in questo esistono delle differenze tra i due film. In “Crimini e misfatti” il libero arbitrio era l’elemento centrale. Judah Rosenthal decide che l’amante debba essere eliminata perché egli non perda il ruolo sociale e la tranquillità familiare che aveva conquistato. La sua è una azione consapevole e libera che egli giustifica con se stesso soprattutto nel meraviglioso colloquio finale con il suo alter ego, Cliff Stern (Woody Allen), di idee diametralmente opposte. Match point invece è un film nel quale, pur essendo ugualmente presente la libera e consapevole scelta del protagonista (Jonathan Rhys Meyer ) di eliminare la propria amante (Scarlett Johansson), l’elemento centrale e determinante per l’intera storia è costituito dal caso, dal destino, che opera a favore dell’impunità del protagonista/assassino. Nel secondo film inoltre manca quell’alter ego che in Crimini e misfatti era costituito dallo stesso Allen, che interpreta la parte di chi vuole credere che al posto del nulla su questo mondo posa instaurarsi un sistema morale che impedisca alle persone di fare del male e che viceversa incentivi ad operare per il bene. Mancando questo contraltare al personaggio che interpreta il male, Match point si presenta dunque come un’opera intrisa di un più cupo pessimismo. Come se i 16 anni trascorsi tra i due film avessero lavorato nella mente e nella coscienza del regista in questo senso, modificando ulteriormente la sua visone filosofica!
Quale sia il ruolo della casualità, cioè di ciò che molti chiamano destino, Allen ce lo fa capire con quella voce fuori campo che abbiamo ascoltato anche in Crimini e misfatti, nella parte finale. Qui, in “Match point”, fin dal’inizio, quasi che Allen voglia cominciare proprio da dove era finito il film precedente, la voce fuori campo commenta la visone di una rete che separa le aree dei due giocatori di tennis e della pallina che indugia per un attimo sopra la rete stessa, prima di cadere da una parte o dall’altra: “A volte in una partita (di tennis) la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no …e allora si perde. “ Questo significa che “chi disse “Preferisco aver fortuna che talento” percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo.” Così fin dall’inzio Allen ci fa capire che la storia che sta narrando ha a che fare essenzialmente con la fortuna e col caso. Cioè: nulla governa il mondo se non la casualità.
Qual’è l’elemento decisivo che fa pendere la fortuna dalla parte del giovane assassino della propria amante? Il delitto era stato preparato bene da Chris: ammazzare l’inquilina della casa sottostante quella di Nola, fingere una rapina riempiendosi le tasche degli oggetti di valore trovati in casa, uscire da quell’appartamento e ammazzare con un secondo colpo di fucile la propria amante che nel frattempo arrivava nel palazzo, fingendo che si tratti di una persona che stava scoprendo il delitto. Un piano ben congegnato, che però la polizia era su punto di smascherare grazie al ritrovamento del diario di Nola. Ma a questo punto il caso soccorre il giovane assassino: per liberarsi dei valori trafugati in casa della vicina di Nola, Chris li lancia verso il Tamigi. Tutti vanno a finire nel fiume, tranne la fede della vicina assassinata, che urta sulla balaustra prospiciente il fiume e per questione di millimetri non finisce in acqua ma rimbalza sul marciapiede. Ebbene la fede sarà trovata e trafugata da un drogato che viene trovato morto non lontano dalla casa di Nola. Il possesso di quella fede vale più di una confessione. Il caso è risolto e Chris può continuare (proprio come Judah in “Crimini e misfatti”) a godersi la sua vita nella high society di Londra, e a restare nella famiglia benestante che lo ha accolto. La fede che è rimbalzata al di qua della ringhiera è proprio come la palla da tennis che non scavalca la rete, ma ritorna indietro.
Dunque la fortuna, il destino favorevole, sono elementi importanti in una realtà che non ha regole o leggi predeterminate: “Il lavoro è importante ma hanno tutti paura di ammettere quanta parte abbia la fortuna. In fondo gli scienziati stanno confermando sempre di più che la vita esiste solo per puro caso. Nessuno scopo, nessun disegno.”
In “Crimini e misfatti” Allen sentiva il bisogno di creare una contrapposizione dialettica tra Judah e il personaggio interpretato da lui stesso, Cliff Stern, che crede nelle possibilità di un ordine morale ed è alla fine perdente su tutta la linea. Una contrapposizione dialettica qui non più necessaria. Perché siamo perdenti tutti. O almeno tutti coloro che si illudono che possa esserci una qualche giustizia o che possa costituirsi un qualche ordine morale. Lo sguardo disilluso si Allen nel finale di “Crimini e misfatti” si slarga e coinvolge tutti quanti noi. Allo spettatore viene buttato addosso una bella croce e un bel tema su cui riflettere. Illudersi o avere la consapevolezza di essere totalmente perdenti?
Il film è stato girato a Londra, per le difficoltà di Allen a trovare adeguati finanziamenti per poterlo girare nelle zone “bene” di New York. L’offerta della BBC venne dal regista considerata allettante. Per la parte femminile si era pensato a Kate Winslet, che rinunciò solo una settimana prima delle riprese. Allen dunque scelse Scarlett Johansson, musa di altri suoi film, qui impegnata dal regista anche in scene particolarmente conturbanti.
La colonna sonora del film è costituita da brani di musica lirica cantati prevalentemente da Caruso. Questa scelta serve a sottolineare i momenti drammatici del film, ma anche in qualche caso ad anticiparli ed è correlata al gusto musicale dei protagonisti.

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