Intervista a Roberto Valdes, il regista di “Algien” vincitore del II Firenze FilmCorti Festival

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Roberto Valdes, regista del film messicano Algien, vincitore della Seconda edizione del Firenze FirmCorti Festival ci ha concesso una intervista esclusiva:

– Rive Gauche – ArteCinema: Che effetto ti fa aver vinto il primo premio al Firenze FilmCorti Festival 2015, in aggiunta ai molti altri premi vinti?
– Roberto Valdes: Sono molto felice di questo riconoscimento ottenuto qui Firenze. Sono venuto in Italia soprattutto per stare a Firenze ed ho partecipato a questo Concorso-Festival con la speranza di avere un riconoscimento, perché per me Firenze ha un significato speciale. Desidero cogliere questa occasione per ringraziare la Giuria del Festival per avere non solo selezionato il mio film “Algien”, ma per averlo premiato come migliore film in concorso.

– RG: Come è nata l’idea di “Algien”?
– RV: Da un sogno! Ho sognato questa storia! Quando mi sono svegliato ho sentito l’esigenza di scrivere subito qualcosa in merito a questa storia. La convinzione era tale che in poche ore sono riuscito a scrivere una bozza di sceneggiatura

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che mi consentiva già di poterci lavorare sopra.

RG: Credo che il film ha avuto successo perché è una storia accattivante con un finale a sorpresa. Ma anche perché il film è tecnicamente molto valido: c’è una mano professionale. Hai avuto ottimi collaboratori?
RV: In realtà se ci si riflette sopra, il finale non dovrebbe apparire tanto una sorpresa. Che il protagonista sia un alieno lo si dovrebbe capire già dal titolo e da altri indizi lungo il film. Ma è comunque vero che per molti il finale è una sorpresa e la storia è come restasse sospesa fino alla fine. Abbiamo cominciato a girare sull’Autostrada piena di autotreni e siamo andati avanti. Il film può definirsi un road-movie.
E’ vero, ho avuto ottimi collaboratori, a partire dal protagonista, Bernardo De La Mora , molto bravo e professionale. Gli ho lasciato svolgere il suo lavoro con creatività, senza opprimerlo con quello che io avrei voluto che facesse. Io credo molto nella autonoma creatività del lavoro dell’attore: bisogna che l’attore plasmi il personaggio nel modo che ritiene più congeniale e più valido, senza troppe imposizioni da parte del regista.
Sono stato fortunato anche col direttore della fotografia, un vero professionista che si era distinto già in altri film importanti. Anche in questo caso a me bastava chiarire le mie esigenze, poi lui si metteva al lavoro autonomamente per trovare le migliori soluzioni.

RG: Che ne pensa del cinema di Jim Jarmush. Ritiene che questo regista lo abbia ispirato?
RV: Devo dire che non conosco benissimo questo regista e che comunque non amo molto. Escludo quindi che sia stato fonte di ispirazione per me. Tuttavia quello che trovo simile del suo cinema al mio è che anche lui, come me, non ha fretta: per raccontare una storia prende tutto il tempo che è necessario.

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RG: Quali sono allora i registi da considerare tuoi punti di riferimento?
RV: A me piace moltissimo Alfred Hitchcock e Steven Spielberg. Questi sono i miei preferiti. Oltre a questi mi piacciono i film di David Lynch, Christopher Nolan, di Sergio Leone, Dario Argento, Martin Scorsese. I loro film mi piacciono. E comunque credo che un cineasta si porta dietro un po’ di tutti i registi che ama.

RG: Giri con la pellicola o sei passato al cinema digitale?
RV: Se intendiamo il cinema come prodotto artigianale, allora la pellicola va bene. Ma il digitale ha aperto molte possibilità. Soprattutto se giri all’esterno, esso ti offre grandi possibilità. Naturalmente sei condizionato da fattori climatici, e arriva improvvisamente una nuvola o se si fa troppo tardi e c’è il tramonto e così via. Io comunque sono contento del digitale.

RG: Woody Allen compie 80 anni. Quale è il tuo parere sulla carriera artistica di questo regista?
RV: All’inizio non mi piaceva il cinema di Woody Allen, ma ho cominciato ad apprezzarlo col tempo. Quando poi ho cominciato a capire il suo sarcasmo e il messaggio che voleva trasmettere ho cominciato ad apprezzarlo. Manhattan e Hannah e le sue sorelle sono due esempi del miglior cinema di Allen. Si tratta di un regista molto intellettuale. Credo però che in questi ultimi anni sta girando troppi film. Dovrebbe forse prendersi più tempo tra un film e l’altro e cercare di fare film belli come una volta.

RG: Per il futuro certamente farai lungometraggi. Tu aspiri diventare un regista hollywoodiano o un regista indipendente?
RV: Credo che un regista no si possa catalogare da sé nella prima o nella seconda categoria. Anche perché questo dipende dalla storia che uno intende raccontare. Ci sono storie che necessitano di superproduzioni e storie che invece possono essere anche rese bene attraverso una produzione indipendente. Ad esempio io ho una storia pronta che si intitola PROFUNDO, che si svolge anche sott’acqua e pertanto necessita di una superproduzione. Ho un’altra storia che si intitola PANICO che può essere perfetta anche per una produzione indipendente. Se mi chiamassero ad Hollywood a lavorare per un film io sarei molto contento. Così come sarei molto contento se mi chiamasse una scuola di cinema in una città a fare un film. A me appassionano le storie e fare di queste dei film. Il modo produttivo come il film si realizza è per me alla fine un fatto secondario.

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