Woody Allen 80 -Allen tra Kant e Sarte in “Irrational man”

irrational_man_704_0(marino demata) La prima parola pronunciata e il primo personaggio citato in “Irrational man” è Kant, il famoso filosofo tedesco. E francamente non sembra un caso. La filosofia morale di Kant si inquadra perfettamente all’interno dell’universo filosofico di Woody Allen, quale ce lo ha spiegato in numerose occasioni. Per Kant, anche se non esistesse un Dio (la cui esistenza è comunque indimostrabile) e di conseguenza non esistesse un ordine morale stabilito in questo universo, né comandamenti, né premi per i buoni e punizioni per i cattivi, nondimeno, in un mondo siffatto ove tutto avviene a caso, è possibile stabilire un ordine morale ugualmente valido e saldo: basta ascoltare le regole formali della legge morale che ciascuno porta scolpite dentro di sé.
Quanto precede è il tema della prima lezione di filosofia che il professor Abe Lucas tiene davanti ai suoi studenti del semestre estivo. Abe Lucas aveva accettato questo incarico, anche se il professore che arriva nella bella e verdeggiante università di Rhode Island è un uomo pieno di problemi. Per parafrasare un precedente film di Allen, potremmo intitolarlo “Abe a pezzi”, o, col titolo originale “Deconstructing Abe”. Ha trascorso gran parte della sua vita, oltre che a studiare filosofia, ad agire per il bene del prossimo, sia partecipando a tutte le manifestazioni per le cause più giuste, sia recandosi ad aiutare gli altri nei più remoti e sperduti Paesi del terzo mondo. Ma tutto questo non ha riempito la sua vita, che gli appare vuota e priva di senso.
In realtà Abe si fa perfetto portavoce di quella filosofia di Allen cha abbiamo imparato a conoscere da molti anni e in numerosi film: l’ipotesi kantiana (se non esistesse un Dio), per Allen è una salda certezza: Dio non esiste e quindi non esiste un sistema di valori religiosi o comandamenti morali a cui ancorarsi. Non esiste alcuna entità trascendente che possa mettere a posto le cose del mondo o comunque punire chi le sconvolge. La realtà è dominata esclusivamente dal caso e “randomness” (casualità) è uno dei termini più usati da Abe. Di fronte questa verità il compito degli uomini di buona volontà è quello non di abbracciare la astratta e formale morale kantiana, ma di fare delle scelte in direzione del bene del maggior numero di persone possibili. Lo stesso omicidio, che in astratto da tutti viene giudicato cosa riprovevole, potrebbe divenire cosa positiva se porta con sé l’eliminazione di persone malvagie che fanno male ad altre persone. Bisogna assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Ecco perché ad un certo punto il professore di filosofia, più che in Kant, trova un ancoraggio in Sarte, alla sua famosa massima: “l’inferno sono gli altri”, alla sua filosofia esistenzialista, alla assunzione di responsabilità da parte degli uomini delle proprie azioni.
Dunque quando Abe intravede la possibilità di fare delle scelte coraggiose, anche se in astratto riprovevoli, come l’omicidio, per salvare una fetta di umanità da un giudice corrotto e ingiusto, è come se rinascesse. E’ come se fosse ritornato in India o in Bangladesh a soccorrere i bisognosi. Purtroppo per lui la studentessa che lo ama, Jill (Emma Stone) non riesce a condividere il ragionamento di Abe, che le sembra tortuoso e ingiusto.
Si dirà che qui Allen diventa ripetitivo, non tanto perché espone una concezione filosofica che già ci ha esposto in passato (non un gran peccato in verità mostrare la coerenza delle proprie concezioni per tutta la vita!) ma perché riprende il tema dell’omicidio in un mondo privo di ogni divinità e controllo morale. Tuttavia qui c’è una differenza non di poco: i protagonisti di “Crimini e misfatti” e “Match point” uccidono per il proprio tornaconto personale, per risolvere i loro problemi e riprendersi il posto al sole nella società. Abe Luas invece vorrebbe risolvere un problema che affligge una parte della società ove lui temporaneamente vive: eliminare una persona cattiva e ingiusta, anche se a lui personalmente non gliene verrà alcun tornaconto se non la propria soddisfazione e convinzione di aver agito nel giusto. Insomma siamo in una situazione rovesciata rispetto ai film precedenti, anche se l’impianto filosofico di fondo è il medesimo.
Come è reso da Allen tutto questo? Purtroppo questo film patisce il paragone con gli illustri esempi dei film precedenti che abbiamo citato, dei quali è sicuramente inferiore. Il punto debole di “Irrational man” è a nostro giudizio sicuramente la sceneggiatura, che era invece il punto di forza di “Crimini e misfatti” e “Match point” e di altri film che toccavano le medesime tematiche. I due protagonisti sono molto bravi, i paesaggi di Rhode Island fantasticamente fotografati, la musica gradevole. Ciò non impedisce al film di avere momenti di stanca e di ripetitività nella sua parte centrale. Inoltre sono risultate piuttosto fastidiose le voci fuori campo dei due protagonisti, che in molti casi non ci fanno conoscere i loro pensieri reconditi, ma quello che faranno o hanno già fatto. Se ne poteva fare tranquillamente a meno.
Per riassumere: è un film dalle intenzioni serie sulla responsabilità delle scelte degli uomini in un mondo dominato dal caso. Con l’aggiunga questa volta che anche nelle scelte più convinte, determinate e consapevoli degli uomini può metterci lo zampino di nuovo il caso con la sua imprevedibilità, che sconvolge tutti gli esiti previsti e manda all’aria le stesse umane determinazioni.

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