Woody Allen 80 – “Blue Jasmine” (USA 2013) – Recensione, foto e trailer

(marino demata) Un Woody Allen di nuovo in stato di grazia, coadiuvato da una superba Kate Blanchet nel ruolo di protagonista, fanno di Blue Jasmine un film deliziosamente imperdibile.  Con la consueta levitas, col  tono umoristico delle migliori occasioni, in Blue Jasmine Allen ci consegna un personaggio femminile a tutto tondo che sta alla pari con le migliori protagoniste di precedenti pellicole, in una commedia piena di amarezza e velata di tristezza, che e’ non solo ritratto di una donna perdente, ma anche di una America assolutamente perdente.
Il film si divide equamente in due sezioni: la vita attuale di Jasmine, che si trasferisce dalla sorellastra a San Francisco, dove tenta di costruirsi una nuova identita’, in un ambiente pero’ a lei molto poco congeniale, e la vita del passato a New York, rivisitata dal regista attraverso l’uso costante di flashback che intervallano sistematicamente le scene della attualita’. Con questo espediente narrativo lo spettatore riesce

English: Woody Allen in concert in New York City.
English: Woody Allen in concert in New York City. (Photo credit: Wikipedia)

contemporaneamente a farsi un’idea precisa di tutto il percorso, passato e presente, di Jasmine, le sue due vite, quella inarrestabilmente brillante di New York e quella mediocre e declinante di San Francisco. L’avere poi ambientato le due vite di Jasmine in due citta’ distinte serve ad Allen per creare uno stacco visivo-narrativo, due distinte unita’ di luogo e di azione per rimarcare le differenze di esistenza, di ambiente, di stato d’animo delle protagonista.

Dunque non piu’ solo New York, teatro consueto di tutti i film di Woody Allen girati negli USA, ma, trasgredendo un po ai suoi principi, anche la California: due luoghi diversi per uno stacco narrativo che racconta due situazioni che si sovrappongono nella loro diversita’, unificate soltanto dal medesimo declinante destino della protagonista. Sia ben chiaro: una California diversa da quella alla quale ci aveva abituato Allen nelle sue battute giovanili. Ricordo ancora in “Annie Hall”/”Io e Annie”.  Annie (Dianne Kaeaton) decide di andarsene in California, tra le proteste di Alvy (Woody Allen) che le dice (piu’ o meno) “ma cone, vuoi andare a vivere in California? Ma se e’ come vivere in un Luna Park!” Ma in questo caso il regista sceglie la parte “piu’ seria” della California, lontana dal “luna park” del sud, quella San Francisco, teatro di mille contraddizioni, ma anche di audaci e spericolate innovazioni, di novita’ artistiche e culturali, la culla della beat generation, di luoghi culturali sacri come il “City lights booksellers and publishers”,  o di angoli celebratati in tutto il mondo dal movimento democratico, come l’incrocio tra Ashbury e Haight. Ma e’, nel film, anche la San Francisco degli anonimi quartieri periferici, dove si consuma il dramma e la sconfitta della nostra Jasmine.

Cover of "Annie Hall"
Cover of Annie Hall

In effetti, per rimanere alle due citta’, New York e San Francisco, chi pensasse di rivisitare nel film luoghi significativi (alla  maniera del migliore Woody Allen) resterebbe deluso. A parte una bella veduta del Golden Gate Bridge dalla balconata della casa ove Jasmine spererebbe di andare ad abitare, se andasse in porto il suo progetto di matrimonio, non e’ dato vedere molto altro in esterno: le due storie parallele si svolgono quasi esclusivamente in interni, si tratta di “due gruppi di famiglia” in altrettanti “interni”, ove si consumano due spaccati di uno stesso dramma, dagli stessi esiti devastanti per Jasmine.
La quale Jasmine e’ condannata dal suo stesso orgoglio, dall’essersi cucita addosso le sembianze di una persona brillante, ad essere capace di reggere a proprio agio in un ambiente altolocato di Manhattan, dove gli affari loschi del marito la hanno inevitabilmente sospinta. Un orgoglio che non dismettera’ mai, neppure nella mediocre esistenza a cui sembra destinata nello squallido appartamento della sorella a San Francisco.
E se la sua “colpa” e’ l’orgoglio, invece l’esito, il fine e la fine e’ la solitudine piu’ profonda e piu’ sorda: Jasmine paga per il suoi errori: le sue scelte impulsive e radicali hanno generato del male, l’arresto e il suicidio del marito, la dipendenza e poi il rancore e l’odio da parte del figlio del marito stesso, che non vuole mai piu’ vederla. Anche la speranza di rifarsi una vita agiata a San Francisco viene vanificata dal suo passato che ritorna nel momento meno opportuno prepotentemente alla ribalta, sotto le sembianze dell’ex cognato che le rinfaccia violentemente di essere stato da lei raggirato durante la sua permanenza a New York.

Cover of "Broadway Danny Rose"
Cover of Broadway Danny Rose

A Jasmine non resta che restare con se stessa, che parlare a se stessa, in un colloquio difficile, impossibile, dagli esiti incetti. Ed e’ giusto e bello che il film si concluda con un brandello di tale disperato colloquio.
Dunque con questo bellissimo film Woody Allen ci ha dipinto il quadro di un personaggio perdente, destinato alla sconfitta per proprie scelte sbagliate, per il proprio orgoglio e, come se non bastasse, per il concorso di circostanze fortuite che purtroppo sempre in questi casi si accompagnano e si accaniscono. Non e’ la prima volta che il regista ci presenta personaggi perdenti: lo ha fatto altre volte e quasi sempre con successo pari solo alla grande sensibilita’ con la quale riesce a renderli, fondendo situazioni grottesche e risvolti inquietanti, umorismo e senso tragico.  In questo momento me ne viene in mente uno di questi personaggi, immortalato in un film di molti anni fa, Broadway Danny Rose, un vero perdente, talent-scout e impresario di artisti improbabili perlopiu’ assolutamente privi di talento, con i quali Danny cerca di arrabattarsi, attraverso vecchie conoscenze nel mondo dello spettacolo, per procurare qualche piccola scrittura. E paradossalmente proprio quando il successo arride ad uno dei suoi assistiti, questi si rende conto della inadeguatezza di Denny come impresario e percio’, proprio perche’ il successo gli ha arriso, decide di affidarsi ad un manager piu’ in gamba.  Anche questo film, come Blue Jasmine, ti lasciava con un senso di profonda tristezza e solitudine. La solitudine e la tristezza di chi sembra destinato per sempre a perdere, qualunque cosa accada, anche quando il successo sembra a portata di mano.
Infine non si puo’ non sottolineare una lettura socio-politica di Blue Jasmine, inteso come vero e proprio spaccato della crisi dell’economia e della finanza americana. La crisi che ormai da molti anni attanaglia gli Stati Uniti trascina nelle rovina ceti sempre piu’ vasti che un tempi si sentivano protetti. E uno degli effetti non secondari della crisi e’ il proliferare di avventurieri della finanza senza scrupoli, costruttori di imperi di carta, che vanno avanti con espedienti fino a che un qualsiasi intoppo non fa crollare tutto. In una recente intervista a proposito di Blue Jasmine, Woody Allen ha appunto messo il relazione il suo film con la crisi economica e sociale che attanaglia l’America, che miete viuttime e…legioni di perdenti: «Per pura coincidenza – egli dice –  la crisi ha regalato maggiore risonanza alla vicenda di Jasmine. Negli ultimi dieci anni in America tutti hanno perso: ricchi, classe media e poveri hanno fatto un passo indietro. Ma io sono partito dal dramma personale, storia vera e tragedia greca insieme. Una creatura dell’alta società precipita in una realtà insostenibile e matura l’orribile consapevolezza di essere stata strumento della propria distruzione». Tutti hanno perso….Soprattutto i perdenti.

 

 

 

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