Woody Allen 80 – Ancora su “Irrational man”

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(valter chiappa) (AG.R.F. 28/12/2015) (riverflash)      Ci sono evidenti simmetrie ed antisimmetrie nelle due ultime opere di Woody Allen, “Magic in the moonlight” ed il recente “Irrational man”.

Due protagonisti, carismatici e diversamente affascinanti: Stanley Crawford, l’elegante e forbito prestigiatore paladino del positivismo, interpretato da Colin Firth, trova il suo antitetico in Abe Lucas (Joaquin Phoenix), professore di filosofia sciatto e autodistruttivo, l’”Irrational man” del titolo. Entrambi costruiscono un sistema di pensiero che rivela le sue falle; ma se Crawford si fa forte, chiudendosi nella corazza ermetica della razionalità senza eccezioni, Lucas riconosce l’incapacità di vivere, scivolando nel baratro senza fondo della depressione. Per entrambi una giovane donna dagli occhi enormi (non a caso la stessa, la nuova musa di Allen Emma Stone) è lo specchio in cui poter scorgere la possibile salvezza. Faranno scelte diverse, avranno destini diversi.

Abe Lucas giunge in un college, atteso con ansia da studentesse curiose ed insegnanti in calore, preceduto dalla sua fama di studioso originale e trasgressivo e di uomo dal fascino maledetto. Le sue lezioni sono coinvolgenti: disserta di Kant e degli esistenzialisti, narra il suo impegno di attivista, ma al contempo denuncia l’insoddisfacenza di quel sistema di pensiero, che lo ha condotto ad un totale disinteresse per la vita. Accompagnato perennemente da una fiaschetta di whisky, chiuso in casa nell’inerzia, incapace di proseguire i suoi studi per i quali non trova più un senso, a nulla servono le avances di Rita Richards (Parker Posey), la focosa insegnante, che non riesce a ridestarne il desiderio sessuale, ma soprattutto l’affettuosa amicizia che gli offre Jill Pollard (Emma Stone), la più dotata allieva del suo corso. Finché, da una conversazione ascoltata per caso, trova la nuova ragione per vivere: uccidere un giudice corrotto ed insensibile che rischia di distruggere la vita di una giovane madre, togliendole l’affidamento dei figli. Inseguire e condurre a termine il suo diabolico proposito gli ridona energie ed entusiasmo. Ma sarà la sua giovane allieva, nel frattempo infatuatasi del professore, a far volgere la vicenda verso il suo naturale epilogo, una volta compresa la drammatica verità.

Se il personaggio interpretato da Firth giunge ad abiurare la necessità della razionalità e a scoprire il ruolo salvifico e necessario della magia, il professore di Phoenix si dibatte all’interno del pericoloso dualismo fra pensiero e azione (non a caso si arrovella su un saggio fra i legami fra Heidegger e il nazismo). Sceglie quest’ultima, rispetto allo sterile predominio della filosofia, ed agisce in modo estremo: Thanatos, da imporre ad un uomo a lui del tutto estraneo, può ridonargli la vita. Si lascia quindi travolgere dalla Hybris della tragedia greca, la tracotanza dell’uomo che sfida le leggi divine, ma dimentica Dikè, la Giustizia. L’Etica, ritenuta da Lucas insoddisfacente in Kant, in quanto inclusa in un sistema di pensiero adamantino ed inattaccabile che la rende assolutamente teorica, è però una realtà imprescindibile: invano la sua allieva cercherà di farglielo comprendere. Abe Lucas finirà come tutti coloro che, nel corso della storia, in nome dell’Agire abbiano dimenticato il Giusto.

Gli spunti di riflessione in “Irrational man” sono ben più sostanziosi che in “Magic in the moonlight”, commedia che peccava nell’essere troppo incipriata a discapito della sostanza. Oltre ai già menzionati riferimenti filosofici, incombe lo spirito di Dostoevskij, con i continui richiami a “Delitto e castigo”; si cita Hannah Arendt e “La banalità del male”; si ribadisce il ruolo determinante del caso. Temi peraltro già presenti in Allen, ad esempio in “Match point”.

Mantenendo però la specularità fra le sue ultime opere,  in “Irrational man” Allen predilige il registro drammatico, azzerando gli elementi che erano i punti di forza di “Magic in the moonlight” ed, in generale, di molto del suo cinema migliore: la brillantezza dei dialoghi, lo humour corrosivo, la levità di tocco. Schiacciando tutto sotto note e atmosfere cupe, né altresì riscattandosi con la costruzione di un personaggio gigantesco come “Blue Jasmine”, “Irrational man” appare come il divertissement di un intellettuale cinico e forse annoiato, di cui si ammira senz’altro la poliedricità, ma che, come un turista americano in visita in una città europea, svolazza compiaciuto sulle vette del pensiero scattando foto ben inquadrate, ma prive di profondità.

Sia detto, ad averne, di questa scrittura. Ma, senza grandezza tragica, tolta la magia c’è soltanto meno cinema.

 

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