Rivedere “Babel” (USA 2006) di Alejandro González Iñárritu

Babel

Con Babel il geniale Inarritu costruisce un film con storie a incastro apparentemente indipendenti l’una dall’altra soprattutto nella dimensione spaziale, ma che invece alla fine si vedrà che hanno un filo conduttore che le rende interdipendenti. Questo filo conduttore, tradotto in termini scientifici, è nient’altro che l’”effetto farfalla”, che come è noto è la teoria in base alla quale il minimo battito d’ali di una farfalla può anche provocare un uragano dall’altra parte del mondo. E’ quello che il film appunto vuole dimostrare: che una azione in uno sperduta e lontana altura dell’Atlantide in Marocco può generare effetti a catena che si riverbereranno in altre parti del mondo, senza che nessuno possa farci niente. Un film dunque sul “caso”, ove le azioni dettate dalla umana volontà hanno scarsa o nulla incidenza sul destino degli uomini coinvolti in quello che potremmo anche definire una sorta di effetto domino. Il caso che non guarda in faccia nessuno: le vittime, o comunque le persone coinvolte sono scelte sulla base di una concatenazione che ha qualcosa di meccanico ed anche di necessario, dati i legami che intercorrono tra le persone stesse. E’ in certo senso una ennesima riscrittura, ad alto livello, di “Destino cieco”. babel6-hi
Tutto questo apparirà più chiaro tratteggiando la storia (o le storie) che costituiscono l’ossatura del film:
– Come si diceva, tutto ha inizio in Marocco, in un remoto casolare sull’altipiano dell’Atlantide, ove una guida vende un fucile ad un pastore. Il pastore intravede una grande utilità in tale acquisto, per spaventare o uccidere sciacalli e altri animali che possano attaccare il gregge. Quando si reca in giro per altri affari, lascia il fucile ai suoi due ragazzini, che avranno dunque un’arma in più per difendere il gegge. Nelle mani dei due bambini il fucile diventa un sorta di gioco o di passatempo. Fanno a gara sulla precisione della mira, ne provano gli effetti sulla lunga distanza. Sulla strada sottostante l’altura ove essi si trovano transita in bus turistico e il più piccolo dei due bambini vuole provare se un colpo di fucile riesce a raggiungerlo. Il caso vuole che il colpo di fucile vada a colpire una donna, Susan (Cate Blanchett) seduta accanto ad uno dei finestrini. Il colpo la ferisce gravemente tra la spalla e il braccio. Il marito (Brad Pitt), sgomento, chiede aiuto agli altri passeggeri. L’autista e la guida decidono alla fine di chiedere aiuto al più vicino villaggio, ove però i soccorsi tarderanno ad arrivare, costringendo Richard (Pitt) a rivolgersi ad amici che a loro volta interpelleranno l’Ambasciata. Innescando tra l’altro anche una sorta di conflitto di competenze che ritarderà ulteriormente i soccorsi.
– In un’altra parte del mondo, a San Diego, in California, una governante messicana, Amelia, si prende cura di due bambini: il ritorno dei genitori era previsto in giornata, ma ci sono contrattempi. Alla governante viene richiesto Babel 3telefonicamente di continuare a badare ai bambini, malgrado le sue proteste: dovrebbe partecipare alla festa di nozze in Messico di suo figlio e non può mancare. L’unica cosa da fare è portare con sé i bambini alla festa. Quest’ultima si svolge in allegria e tutto sembra filare per il verso giusto. Ma al ritorno, l’auto, guidata stavolta dal nipote della governante, Santiago (Gael García Bernal), viene fermata ad un posto di blocco al confine tra Messico e USA. La polizia, insospettita dall’atteggiamento ambiguo del giovane vuole vederci chiaro e chiede che l’auto venga parcheggiata per una ispezione. Santiago si lascia prendere dal panico e fugge, per poi lasciare la governante e i bambini in un posto tranquillo. Fin troppo tranquillo: si tratta in realtà del deserto ove, al mattino dopo, governante e bambini non ritrovano più la strada e solo per un caso fortuito riescono ad attirare da lontano l’attenzione di un’auto della polizia. I tre protagonisti di questa brutta vicenda vengono tratti in salvo.
– In una asettica Tokyo la giovanissima Chieko Wataya (Rinko Kikuchi) combatte contro i problemi dell’età adolescenziale, ma anche contro le difficoltà nei rapporti umani dovuti al suo handicap, l’essere cioè completamente sordo-muta. La ragazza reagisce a tali difficoltà cercando di creare, con l’altro sesso, le condizioni per rapporti intimi. Intanto un agente di polizia si rivolge al portiere dello stabile nel quale abita la ragazza per chiedere un colloquio col padre.
Partendo da queste premesse, nel film si succedono spesso i passaggi da una situazione all’altra e quindi da un continente all’altro. Nell’ultimo giro si sciolgono, in un modo o nell’altro, tutti i nodi, alcuni in senso positivo, altri inBabel 5 senso negativo, altri i senso fortemente drammatico.
– Sulle montagne del Marocco la polizia, avendo individuato la traiettoria del proiettile, è sulle tracce dell’autore dello sparo. Dapprima si imbatte nel cacciatore che aveva venduto il fucile, poi nella famiglia dei pastori. Il padre e i due figli fuggono, ma vengono braccati dalla polizia. In uno scontro a fuoco uno dei bambini vene ucciso, mentre il più piccolo confessa di essere stato l’autore dello sparo.
– Dopo una lunghissima attesa arrivano i soccorsi per Susan, che viene trasportata in elicottero in ospedale. Subirà una complicata operazione, ma si salverà. A questo punto Inarritu ci fa cogliere i primi legami tra le varie storie. Richard parla a telefono con Amelia, la governante. I due bambini lasciati in California con la governante sono i figli suoi e di Susan.
Nel frattempo ad Amelia la polizia ha trovato varie irregolarità, innanzitutto la mancanza di qualsivoglia permesso di soggiorno. Amelia viene dunque considerata una immigrata clandestina e viene espulsa dagli Stati Uniti.
– A Tokyo Chieko chiede di parlare urgentemente – sebbene sia sera inoltrata – col poliziotto che al mattino aveva chiesto informazioni del padre. Il portiere dello stabile rintraccia il poliziotto, che viene invitato da Chieko a salire nel proprio appartamento, ove tenta di sedurlo. Dichiara poi l’innocenza del padre nelle circostanze della recente morte della madre suicida. Andando via, il poliziotto si imbatte nel padre, al quale dice il motivo reale della sua visita. Se è stato mai di sua proprietà il fucile in possesso di una famiglia di pastori in Marocco. La risposta è affermativa: è stato da lui regalato alla propria guida come ringraziamento della bravura e dei favori corrisposti durate le battute di caccia.
Dunque, con quest’ultimo episodio, il cerchio si chiude e lo spettatore comprende fino in fondo il legame che unisce le varie storie collocate nelle più disparate parti de mondo e come un evento dominato dal caso possa a sua volta determinarne altri in luoghi lontanissimi.
Film forse troppo “costruito” nei suoi intrecci e nei voluti legami tra le varie situazioni e quindi meno brillante e spontaneo delle precedenti opere della cosiddetta trilogia del dolore umano, che comprende, oltre a Babel, anche “Amores Perros” e “21 grammi”. E tuttavia la mano del grande regista è presente in tutte le situazioni per costruire un film sul dolore sordo, sulla umana sofferenza e sulla solitudine. Accentuata quest’ultima da varie circostanze: la solitudine dei ragazzini alle prese col fucile, cioè con un gioco più grande di loro, la forzata solitudine e quasi abbandono di Richard e Susan in uno sperduto villaggio dello stesso Marocco, la terribile solitudine di Amelia sperduta coi due bambini sotto il sole cocente del deserto e ancora sola alle prese con le autorità e con le leggi, e infine la solitudine della ragazza giapponese, cui non pervengono gli assordanti suoni della discoteca di Tokyo, né altri segni di vita normale, ma è condannata a restare chiusa e sola nel suo mondo.
Da sottolineare come Inrritu abbia voluto dare un senso diverso ai finali della varie storie, tenendosi lontano, come da lui era da aspettarsi, da un generalizzato e stucchevole happy end. Finisce infatti bene la vicenda di Richard e della moglie ferita. Finisce con un rinsaldato rapporto tra padre e figlia, finora chiusi in universi diversi, la storia che si svolge a Tokyo, ma terminano invece tragicamente la storia dei due ragazzi col fucile da caccia, nonché quella della governante Amelia, espulsa dagli States.
Con questi finali così dissimili Inarritu ci ha voluto lasciare un messaggio particolare, oppure tutto è casuale? I finali sono di questo tipo, ma avrebbero potuto essere diversi? Naturalmente sì, avrebbero potuto svolgersi diversamente, se la trama del caso avesse accentuato l’uno o l’altro aspetto. Ma a nostro giudizio un messaggio particolare si può cogliere nella scelta di questo genere di conclusioni delle storie: a soccombere alla fine sono sempre i più deboli, la poverissima famiglia di pastori sulle montagne del Marocco, con uno dei ragazzi ucciso, e la governante messicana Amelia, cacciata dalla California e rispedita alla povertà della sua gente.
Incetta di premi in tutto il mondo per questo film. Tra questi spicca il premio per la migliore regia al Festival di Cannes.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...