Il ponte delle spie (Usa 2015): un film senza anima.

Il ponte delle spie

(marino demata) Dopo aver visto questo film, che dico subito che mi ha lasciato molto perplesso e deluso in moltissimi passaggi, ho letto gran parte della critica osannante Spielberg e questa sua ultima fatica. E naturalmente la mia perplessità è aumentata, perché non si capisce come si possa riuscire a sorvolare su alcuni pesanti difetti del tutto evidenti presenti nel corso del film.
Il film è abbastanza nettamente diviso in due parti, che hanno ritmo, caratteristiche e svolgimento così differenti, da sembrare due film diversi giustapposti l’uno all’altro. Preferibile la prima parte (anch’essa però non esente da limiti non indifferenti), quella che si svolge completamente in America e incentrata sull’incarico conferito all’avvocato Donovan, che fino ad allora si era occupato prevalentemente del ramo assicurativo, di assumere la difesa di ufficio del cittadino sovietico, vissuto a lungo in Scozia, Rudolph Abel, magistralmente interpretato da un grande
Mark Rylance, Il ponte dellespie3già in odore di Oscar quale migliore attore non protagonista.
Tra l’altro è proprio all’inizio di questa prima sezione del film che assistiamo alle sequenze più belle: Abel, che è un vero buon pittore, è impegnato a farsi l’autoritratto. Il che dà l’occasione al regista di una bellissima sequenza con ben tre Abel in contemporanea sullo schermo: il vero Abel, quello che lui sta autoritraendo nel quadro e quello nello specchio, ausilio necessario per ogni autoritratto. E pochi minuti dopo assistiamo a uno spettacolare inseguimento nella metropolitana, ove si ha l’impressione del grande cinema che rende omaggio a capolavori del passato soprattutto quelli di Hitchcock in questo caso.
Purtroppo dopo la bellezza di questo incipit cominciano le dolenti note.
E tuttavia prima di affrontarle, bisogna perlomeno riconosce a Spielberg il merito di farci capire senza mezzi termini che l’incarico dato a Donovan di difendere la spia Abel, è per le autorità un impegno più formale che sostanziale: Abel dovrà essere condannato e spedito sulla sedia elettrica per spionaggio. L’opera dell’avvocato Donovan servirà solo a riaffermare il garantismo del sistema giuridico americano, che vuole che ogni persona abbia una giusta difesa e un processo equo. E un agente della Cia, nonché lo stesso giudice del processo, a colloquio con Donovan, sono fin troppo espliciti in tal senso. Ma Donovan non ci sta: lui crede veramente nel garantismo sostanziale e non formale e vorrebbe un processo senza preconcetti e senza sentenze pre-confezionate. Da questo momento in poi il film procede stancamente per circa un’ora, tra discussioni dell’avvocato col giudice, inevitabili quadretti familiari, che tuttavia hanno perlomeno il merito di farci scorgere l’ossessione inoculata dalla scuola ai bambini americani per un possibileIl ponte-delle-spie.2 jpg attacco sovietico all’America, i colloqui tra l’avvocati Donovan e il suo assistito. E qui già emerge qualcosa che si può sospettare come falso. Donovan, in una delle visite in carcere, chiede ad Abel come sia stato trattato, se sia stato maltrattato e la risposta è assolutamente negativa. Tutto bene. Insomma, in piena guerra fredda, una spia straniera viene catturata: è credibile che chi voleva mandarlo sulla sedia elettrica, allorchè la pena è stata, per merito del bravo avvocato, modificata in 30 anni di prigione, si limiti a far trascorrere una sorta di lunga villeggiatura allo spione, in un ambiente dopo tutto niente male per essere un carcere? Senza tentare con ogni mezzo di far confessare la spia e di conoscere quali sono i segreti politici e militari che egli ha inviato ai suoi datori di lavoro sovietici? Ma andiamo! E’ impossibile che Spielberg ignorasse quali sono i sistemi carcerari americani e le “strategie”per far confessare i detenuti politici. Forse un viaggetto a Guantanamo, i cui “sistemi” hanno inorridito lo stesso presidente Obama, Spielberg se lo potrebbe anche permettere!
E invece tutta la prima parte del film continua ad essere la celebrazione del garantismo e della carta costituzionale americana (che contiene principi assolutamente e ineccepibilmente validi) . A tal proposito c’è una battuta illuminante. Donovan/Hanks dice: Abel non può essere considerato un traditore, perché è un cittadino straniero che lavora per un Paese straniero. I Rosenberg invece erano traditori perché Americani e sono stati condannati. E con questa battuta Spielberg liquida sbrigativamente la questione Rosenberg, avvenuta solo pochissimi anni prima del periodo descritto nel quale si svolge il film. . Ma detta da un avvocato garantista suona veramente molto strana. Infatti è altamente ST. JAMES PLACEprobabile che i coniugi Rosenberg siano effettivamente stati delle spie filo-sovietiche. Ma non è questo il punto. Il problema vero è che in quel processo è mancata del tutto ogni forma di quel garantismo di cui Donovan si fa paladino. A parte i notevoli dubbi sulla loro reale colpevolezza, portati avanti da illustri giuristi americani fin dall’inizio, e che ancora oggi, a distanza di tanti anni, non sono affatto sopiti, la maggioranza del mondo giuridico americano ha rilevato come i Rosenberg siano mandati sulla sedia elettrica dopo un processo molto frettoloso e che non è scandaloso definire “sommario”, anche in omaggio alla isteria colpevolista di una parte della opinione pubblica (che riscontriamo poi in alcune scene del film anche nei confronti di Abel). E, sempre sulla mancanza di garantismo verso i Rosenberg, va anche rimarcato come una parte dell’opinione pubblica americana non approvava una tale condanna a morte con tanti dubbi, e organizzò centinaia di manifestazioni in tutto il Paese e comitati con lo slogan “Save the Rosenberg”.
D’altra parte l’epoca della condanna a morte dei Rosenberg è stata anche l’epoca della caccia alle streghe e del maccartismo. Forse il peggior periodo della storia interna americana. E quando Donovan fa continui e giusto appelli al garantismo e alla Carta Costituzionale ci saremmo aspettati che obiettivamente Spielberg facesse almeno un accenno a quale triste fenomeno, terminato solo pochi mesi prima di quanto descritto nel film, nel quale fu costruito un mostruoso sistema giuridico e processuale parallelo (la Commissione per le attività anti-americane), nel quale non valeva più alcuna garanzia per gli imputati, che potevano sperare di farla franca solo confessando i nomi di amici e colleghi di lavoro sospettati di simpatie filocomuniste. Come è noto infatti la Commissione era nata con l’intento di estirpare “il cancro” del comunismo in America con ogni mezzo, sospendendo per i sospettati ogni garanzia costituzionale e introducendo il reato di opinione (che sarebbe invece escluso dalla Costituzione). E sappiamo bene che poi ad essere attaccati e incriminati furono non solo i simpatizzanti comunisti, ma centinaia di membri del Partito

Brooklyn lawyer James Donovan (Tom Hanks) is an ordinary man placed in extraordinary circumstances in DreamWorks Pictures/Fox 2000 Pictures' dramatic thriller BRIDGE OF SPIES, directed by Steven Spielberg.
Brooklyn lawyer James Donovan (Tom Hanks) is an ordinary man placed in extraordinary circumstances in DreamWorks Pictures/Fox 2000 Pictures’ dramatic thriller BRIDGE OF SPIES, directed by Steven Spielberg.

Democratico, assolutamente non comunisti! Al contrario di Spielberg, un altro cinema si è occupato di questo problema con “Il prestanome” con Woody Allen, “indiziati di reato” con Robert De Niro, e con altre opere rimarchevoli e coraggiose.
Con la seconda parte de “Il ponte delle spie” è come se iniziasse un nuovo film, probabilmente più apprezzato dagli amanti degli “spy movie” e dei film di azione, ma nel complesso inferiore alla prima.
Un aereo-spia americano viene abbattuto dai sovietici e il soldato alla sua guida catturato. Donovan viene spedito a Berlino est per trattare con l’Ambasciata sovietica lo scambio con Abel. E qui inizia un guazzabuglio confusionario di situazioni entro il quale Spielberg sembra addirittura perdere il controllo, tra ladruncoli che rubano il cappotto a Donovan (!), file da scansare per prendere la metropolitana da Belino Ovest a Berlino Est, corse in taxi, i colloqui con i dirigenti dell’Ambasciata sovietica e con gli uffici della DDR, frenetiche trattative nelle quali, di propria iniziativa, l’avvocato inserisce anche un’altra pedina di scambio, un giovane laureando americano che era stato arrestato dalla polizia tedesca orientale. Spielberg ci fa anche vedere episodi della costruzione del muro. Le strade sono innevate e c’è ghiaccio per un gelido inverno. Neve e ghiaccio sono cinematograficamente più spettacolari del sole e aumentano la drammaticità dell’azione. Ma a discapito della verità: in realtà il muro è stato edificato in assolate giornate estive. E inoltre la fascia di rispetto perché le guardie fossero facilitate nell’uccidere i fuggitivi, è stata edificata successivamente, nonché anche le torrette di controllo.
Tutti conosciamo i metodi di interrogatorio usati dai sovietici e non va certo contestato Spielberg per averci mostrato il soldato americano svegliato in piena notte e immediatamente sottoposto alla luce accecante di due fari a un metro di distanza. Cosi’ come in definitiva il quadro deprimente della Berlino est mantenuta in stato di distruzione e di disfacimento e il cinismo del dirigente degli uffici della DDR e tanti altri episodi che contribuiscono a conferire un aspetto sinistro all’intera situazione. Quello che però sicuramente non va è il confronto tra la situazione descritta dal regista in questo secondo tempo e la smaccata apologia del sistema americano profusa a piene mani nel primo tempo. Insomma riemerge una visione manichea, propria di tanti film dell’epoca della guerra fredda e successivi, per la quale ci sono i buoni in assoluto e i cattivi in assoluto, il bene da una parte e il male dall’altra. Con una unilaterale apologia Il ponte-delle-spiedegli USA, del suo garantismo e suo sistema giuridico e carcerario che di questi tempi sembra veramente fuori luogo. Io credo che il cinema dovrebbe rendere giustizia a molti luoghi comuni e a molti preconcetti e pregiudizi e restituire la verità allo spettatore che già di suo, qui da noi, è bombardato dai media da discutibili o false versioni di tanti accadimenti di oggi.
Per ritornare al film, sembra francamente stucchevole, oltre che confusionario, il finale, con impostazione decisamente “buonista”e con il tipico “happy end” di marca hollywoodiana.
Ma, a parte tutto, è our vero che si ha l’impressione di un’opera impeccabile da un punto di vista “professionale”.Spielberg è un grande professionista della macchina da presa e si circonda di eccellenti professionisti. Fa un film tecnicamente quasi ineccepibile, ma senza pathos, in definitiva senz’anima. Il freddo e il gelo che avvolgono gli scenari dell’ultima parte sembrano emblematici per esemplificare quel senso di gelo che ci ha lasciato. Lo paragonerei ha un dotto professore universitario che fa la sua lezione dalla quale traspare il suo sapere. Ma nella quale non c’è alcuno slancio emotivo e non si realizza alcun sentimento di empatia con i propri alunni. Il che è molto grave, come è noto.
Ho letto molti commenti di lettori alle varie recensioni. Ne cito una che colgo congrua col mio stato d’animo (io che ho amato molto Schindler’s List): “Dopo tutto Spielberg ha fatto grandi film. Perciò un film come questo si oggi ce lo possiamo anche tranquillamente buttare dietro le spalle!”

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