“Born in the U.S.E.” (“Nato negli Stati Uniti di Europa”) di Michele Diomà

Born in the USE

(marino demata) Abbiamo rivisto a distanza di quasi un anno il meta-documentario “Born in the U.S.E.” , ovvero “Nato negli Stati Uniti di Europa”. Chi è nato in Europa? Naturalmente “il cinema”. Questo è il soggetto sottinteso che il regista Michele Diomà ha voluto dare al titolo del film. Che quindi è essenzialmente un film sul cinema, che, a distanza di mesi dalla prima visione, ci è piaciuto e ci ha interessato e avvinto ancora di più.
Cinema sul cinema dunque, come lo era l’altro documentario “Cinema anno zero”, dal titolo parafrasante il celebre film di Roberto Rossellini. Il quale Rosellini è uno dei punti di riferimento più saldi e ricorrenti del cinema di Diomà. A Rossellini si riferisce subito, all’inizio di “Born in the U.S.E.” per istituire un paragone tra l’ansia di verità e di realtà del grande regista neo-realista e invece la distanza dalla realtà e dai problemi dell’attuale cinema italiano.
Tale paragone diventa subito una domanda e il tessuto di una mini-inchiesta rivolta ai suoi interlocutori (RenzoBorn in the USE2 Rossellini, Rosi, Tornatore, Bacalov, Ranvaud): Rossellini – dice Diomà – non ha girato le spalle alla realtà, al contrario ne ha narrato gli aspetti più problematici, la guerra e il dopo-guerra in Italia e in Germania con le sue tragedie e i suoi drammi umani. Dimostrando in tal modo che il cinema, pur essendo l’arte della bugia (nel senso di finzione creativa), però può permettersi di raccontare delle verità. Anzi, aggiungeremmo noi – dovrebbe sentire il dovere di raccontare delle verità. E dunque – ecco la domanda da cui si parte – se Rossellini e il neo-realismo sono stati capaci di raccontarci anche verità atroci attraverso il cinema, come mai oggi, che pure viviamo in un momento di gravissima crisi economica e sociale e la gente si dibatte in mille problemi, il cinema sembra incapace di descrivere e affrontare questa situazione?
Partendo da questa domanda – che è anche una provocazione – Diomà conferisce al suo film subito l’andamento dell’inchiesta. Ed è sembrata molto lucida l’analisi di Tornatore che innanzitutto parla della difficoltà che nasce dalla scarsa visibilità della crisi attuale, rispetto allo scenario di distruzione post-bellica. Questo è un dato oggettivo che però non può essere un alibi per i registi di oggi nell’evitare gli aspetti sgradevoli della realtà. L’altra ragione è data dal fatto che – secondo Tornatore – i grandi politici di un tempo amavano l’arte e la cultura. Oggi con i banchieri al potere tutto è diverso. Ed è complicato voler mostrare tutti gli aspetti della crisi. Oggi non sarebbe possibile fare un film come “Il caso Mattei”, come invece fu possibile grazie al coraggio di Francesco Rosi.
E appunto Rosi, del quale apprezziamo nel film di Diomà l’ultima lucidissima intervista prima di morire, è forse il più esplicito nei confronti dell’attuale cinema italiano. Un tempo – egli dice – c’era la “commedia all’Italiana”. Oggi non non solo quella non c’è più, ma non si girano più nemmeno commedie, ma solo… commediole. E questo – egli aggiungeBorn in the USE3 – non fa certo bene alla cultura!
Come non essere d’accordo col severo giudizio di Francesco Rosi, che ha dimostrato in tutta la sua carriera artistica di essere capace di andare avanti con le sue idee e con le sue inchieste spesso molto scomode, malgrado gli ostacoli che il potere gli ha posto davanti? Personalmente, quando parliamo di questo gigante del cinema italiano, ricordiamo sempre le difficoltà e gli ostacoli alla realizzazione di “Uomini contro”. Ostacoli e barriere che avrebbero scoraggiato qualsiasi regista. Gli fu finanche impedito di girare in Italia, e lui prese la sua macchina da presa e la portò, assieme alla sua troupe, in Jugoslavia. Il film si fece e fu un capolavoro.
E anche Renzo Rossellini, dal suo osservatorio di Produttore di grandissima esperienza, non può fare a meno di lamentare la mancanza di coraggio e di innovazione nei copioni, nelle sceneggiature e nelle idee di film che gli vengono sottoposti. I problemi reali dell’oggi, afferma Renzo Rossellini, sembrano al di fuori dell’orizzonte del nostro cinema. Perfino l’ecologia con le sue gravi problematiche è assente dalle idee dei nostri filmakers.
“Born in the USE” va avanti sempre col ritmo dell’inchiesta. Ma Diomà è capace di farci vivere anche momenti di autentica poeticità, staccando per qualche minuto la spina dell’inchiesta stessa e regalandoci squarci di meravigliosa fiction. Come quando ci mostra la neve che scende copiosa e silenziosa su Vienna: lui che si era recato in quella città per ascoltare musica ed invece viene attratto dai silenzi della neve. Che poi sono anch’essi musica! Oppure quando ci mostra i mille disegni realizzati dalle nuvole, o il volo dei gabbiani. Piccoli quadri poetici che in qualche modo si ricollegano a quel filone di fiction da Diomà già praticato con “L’ultimo sogno di Howard Costello”(anche lì Born in the USE4protagonisti i gabbiani!) e al quale pensiamo che prima o poi il nostro regista debba tornare in grande con una fiction che riesca a consacrarlo ancora più fortemente nei confronti del grande pubblico. Perché noi crediamo che oggi il cinema abbia bisogno di registi come Diomà, in grado di partire con coraggio e con forza dalla sua stessa affermazione che abbiamo ascoltato in “Born in the U.S.E.”, che cioè “Il cinema deve provare ad essere sempre rivoluzionario.”

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