“Carol” (UK-USA 2015) di Todd Haynes – La recensione

Carol

(Valter Chiappa) (AG.R.F. 11/01/2016) (riverflash) Si può raccontare, come accade in “Carol”, una storia d’amore senza parole? Far sì che l’intesa fra due anime giunga allo spettatore, muta come un flusso di energia? Sì, se il regista si chiama Todd Haynes e le protagoniste sono dotate dell’arma di un invincibile magnetismo, come è per Cate Blanchett e Rooney Mara.

Non è soltanto una scelta stilistica. L’amour fou che travolge Carol (Cate Blanchett), ricca signora imprigionata in un matrimonio in cui non crede più e Therese (Rooney Mara), giovane commessa che “non sa nemmeno cosa mangerà per pranzo” non ha parole perché non può essere detto. Nell’America postbellica, congelata in un moralismo castrante, ancora non riscaldata dai bollori del rock and roll, una storia di adulterio ed omosessualità non può essere concepita se non come una devianza da curare clinicamente.

Non dialoghi, né analisi psicologica ha quindi a disposizione Haynes per far volare ciò che nulla può imprigionare; ha bisogno di sguardi, di gesti, strumenti impalpabili, che devono però avere la forza dirompente del sentimento che devono comunicare. E quindi ha bisogno di due donne meravigliose, che altre non potevano essere se non Cate Blanchett e Rooney Mara, le quali rispondono al loro regista sfoderando nella massima potenzialità la loro capacità di seduzione. Sin dal primo sguardo, scambiato fra la folla di un negozio di giocattoli dove Therese è la commessa e Carol cerca annoiata un regalo natalizio, le due mettono in atto la loro seduttiva comunicazione non verbale. Pochissime parole: gli inviti hanno una risposta diretta, immediatamente “sì” e non potrebbe essere altrimenti. Invece gli sguardi fulminanti e le movenze sinuose della Blanchett, a cui Mara risponde con la pudica ritrosia degli occhi, pronti però a spalancarsi nell’inevitabile consenso.

Carol dal piglio dominante, Therese timida e riservata, complementari ma non antitetiche. A tale asimmetria corrisponde diversa bellezza: imperiale, statuaria, fatale quella della Blanchett, raffinata, delicata come un fiore, ma intimamente pervasiva quella della Mara. La loro immagine trova un diretto riferimento nelle grandi stelle degli anni ’50: se la prima richiama le irraggiungibili dive dalle chiome platinate come Lauren Bacall, la seconda, anche per il trucco, pare essere Audrey Hepburn rediviva. Su questo dualismo si basa essenzialmente la dinamica narrativa di “Carol”, in questo pagando il modesto dazio di una certa staticità. Ma non è, sia chiaro, solo sfoggio di bellezza, bensì una autentica, grande prova attoriale, se è vero, come è vero, che l’animo dello spettatore viene scosso nel profondo da quel dialogo muto e vibra all’unisono col cuore delle protagoniste.

In verità c’è un’altra freccia nella faretra del regista e viene usata magistralmente: la colonna sonora, composta da Carter Burwell, chiamata a sostituire le inesprimibili parole, svolge il suo compito in maniera efficacissima e quanto mai espressiva, con un commento sonoro struggente e mai invasivo.

Todd Haynes ci mette poi il suo, confezionando una regia raffinatissima, fatta di una fotografia morbida, di inquadrature curatissime, volti spesso ritratti dietro superfici vetrate, come i finestrini di un automobile, a simboleggiare la prigione di vetro che, pur rigida e gelida, non può impedire al soggetto di brillare, così come all’amore fra le protagoniste non può essere negato di risplendere.

“Carol” è appunto una grande storia d’amore, perché dell’amore narra la potenza, l’invincibilità, l’ineluttabilità; non c’è ragione che possa imprigionarlo, non c’è obbligo che possa arginarlo, non c’è diga di convenzione sociale che possa contenere l’impeto della sua corrente. E il modo migliore per spiegarlo è appunto metterlo alla prova rinchiudendolo in una fortezza che pare inespugnabile, per assistere alla sua inevitabile, trionfale evasione.

“Carol” si incammina verso la notte degli Oscar, dopo la trionfale accoglienza di Cannes (dove Rooney Mara è stata premiata come miglior attrice) e le 5 nomination ai Golden Globes, forte del sostegno di tutta la critica. Todd Haynes ha giocato una carta rischiosa, affidando il coinvolgimento del pubblico al virtuosismo suo e delle sue Muse. Lo ha fatto, lo hanno fatto nel modo migliore. Forse usare così poche carte potrebbe rivelarsi una strategia perdente ad un tavolo dove siedono giocatori dai mezzi potentissimi. Ma se “Carol” dovesse salire il palcoscenico anche più volte nella notte degli Oscar, senz’altro saremo lì ad applaudire convinti.

 

 

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