“CREED – NATO PER COMBATTERE” (USA 2015) – La recensione

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(Valter Chiappa) (AG.R.F. 17/01/2016) (riverflash) Diciamocelo: abbiamo sempre amato Rocky. Se le successive sceneggiature non lo avessero trasformato in un pupazzo, quell’uomo semplice, malinconico, romantico, ma dalla volontà incrollabile, quell’antieroe così tipicamente americano sarebbe un’icona immacolata nei nostri cuori. Assieme al suo mondo minimale, fatto di grigie periferie e di persone qualunque: la mite fidanzatina, l’indimenticabile Adriana, Mickey, l’anziano allenatore, Paullie, l’amico macellaio, il cane Birillo.

E se non fosse stato per quella valanga di kitsch che furono i suoi sequel, il primo “Rocky” resterebbe, inattaccabile, non solo nell’immaginario collettivo, ma, si voglia o no, anche nella memoria dei cinefili. Assieme a quelle scene epiche che tutti, almeno una volta nella vita, hanno visto emozionandosi: gli allineamenti sotto la squillante colonna sonora di Bill Conti, l’urlo “Adrianaaa!” al termine del match finale e ovviamente la salita di quelli che ormai sono i Rocky Steps del Philadelphia Museum of Art.

In verità abbiamo amato i Rocky successivi, con quegli avversari da cartoni animati, le frasi ad effetto (come dimenticare “Gli occhi della tigre” o “Ti spiezzo in due”?), le trascinanti canzoni delle colonne sonore. Ma questo attiene alla nostalgia e non al commento cinematografico.

“Creed” ci restituisce quel primo Rocky. È invecchiato, lo Stallone italiano, ma torna finalmente a piacerci. È dimesso, conduce una vita normale, fra la sua trattoria tappezzata dai ricordi del passato e il modesto appartamento. La scontrosità è diventata una semplice saggezza, l’espressione perennemente aggrottata si è aperta in un sorriso bonario. Non pensa più alla boxe, Rocky. Pensa ad Adriana e a Paullie, con cui va a conversare al cimitero. A farlo tornare a bordo del ring ci pensa però un ragazzo nero dal cognome ingombrante: Creed.

Il figlio di Apollo (Michael B. Jordan), che non si chiama Apelle ma Adonis, ha avuto un infanzia tormentata: nato da una relazione extraconiugale e non riconosciuto dal padre, è cresciuto nei riformatori, dove sfoga la rabbia inespressa a suon di cazzotti. Adottato infine dalla vedova di Apollo, cresce nel lusso. Ma la voglia di combattere è un tarlo che non l’abbandona. Abbandona tutto e parte alla ricerca dell’unico uomo che può allenarlo e dargli le giuste motivazioni: ovviamente Rocky Balboa.

Ed ecco quindi questo nuovo capitolo della saga. Sembra che il regista Ryan Coogler, dopo la bella prova di “Prossima fermata: Fruitvale Station”, abbia voluto ricordare, dopo la morte, il padre con cui condivideva la visione dei film della saga, omaggiando al contempo l’eroe della sua infanzia.

Il risultato è un Rocky in salsa black. Tutto procede parallelo: le difficoltà del protagonista, il riscatto attraverso la boxe, i duri allenamenti, l’inevitabile match finale. Tutto si ripete, debitamente aggiornato: il tema di “Gonna fly now”, ripetutamente suggerito dalla colonna sonora ma rivisto con sonorità R&B e rap, la corsa per le strade, con il seguito non più di scolaretti ma dei teppistelli del ghetto che pinnano sugli scooter sgangherati, la salita dei celebri scalini, assieme ad un Rocky zoppicante ed affannato. Sì, perché Rocky è ammalato, ha un cancro. Accetta con serenità il suo destino, fino a che sarà il suo nuovo “nipote” a convincerlo a non mollare. Sconfiggere la malattia, superare il dolore dell’abbandono: entrambi hanno una sfida da vincere, ma entrambi sono nati per combattere.

Cosa c’è quindi di nuovo in questo “Creed”? È proprio lui, Rocky (il resto è semplice, infantile divertimento, d’altronde cosa chiedere di più a questa storia?). All’ennesimo, forse ultimo ritratto del puglie più famoso del cinema, non più lucido di muscoli ma nascosto dietro spesse lenti da miope, con il berretto di lana a nascondere la chioma sfrondata dalla chemioterapia, il personaggio è quanto mai convincente e a lui sono riservate le sole scene che riescono davvero a toccare lo spettatore. Ma se c’è Rocky c’è anche lui, Stallone: il suo volto, da sempre quasi del tutto inespressivo, è la maschera più adatta per Rocky, e Rocky è forse l’unico personaggio che Sly potrebbe mai interpretare.

Sylvester Stallone si presenterà alla notte degli Oscar, candidato come miglior attore non protagonista. Nel 1977, dopo il primo “Rocky” corse sia come migliore attore che per la sceneggiatura, titolo che condivide addirittura con Charlie Chaplin e Orson Welles. Circostanza incredibile per la sua, diciamo così, caratura artistica. Se dovesse essere chiamato a ritirare la statuetta, magari sarà introdotto da “Gonna fly now”, magari salirà di corsa le scale che portano al palcoscenico, magari alzerà al cielo l’Oscar come la cintura che Rocky sollevò dopo aver sconfitto Apollo Creed.

Sì, il miracolo americano si sarebbe davvero compiuto. Ma non ci sarebbe niente da dire.

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