“Onyricon” di Andrea Gatopoulos – Recensione e trailer

(marino demata) Onyricon è un film corto di circa 25 minuti realizzato da Andrea Gatopoulos come opera prima. Un autore che appare subito dotato di indubbio talento e intelligenza, nonché della giusta ambizione che lo porta innanzitutto a far precedere la sua opera da una congrua citazione di Godard: “Lo scopo dell’intelligenza è cercare in quale misura si può trovare un poco di ragione in questa assurdità.” E poi a indicare come punti di riferimenti bibliografici autori di grandissimo spessore come Brecht, Péter Szondi e soprattutto David Foster Wallace, all’opera del quale esplicitamente si richiama il film. Per inciso, su Foster Wallace proprio qualche mese fa è uscito negli USA un bellissimo road-movie/intervista dal titolo “The end of the tour”, realizzato da James Ponsoldt e tratto dal libro/intervista di David Lipsky.
Onyricon si apre con la sequenza del protagonista che impugna una camera a mano e riprende in primo piano il volto di una ragazza, di una attrice dalla quale non riesce ad ottenere l’espressività che vorrebbe. Ricorre allora ad alcuni espedienti: le dice di pensare intensamente a qualcosa di blu. L’attrice protesta di aver bisogno di “una storia, di un canovaccio, di una traccia…” per potersi calare nel personaggio, ma il protagonista/regista non ne vuol sapere: “Mi dispiace, ma bisogna fare così”.
Cinema sul cinema. Il bravo Valerio Mammolotti, che interpreta il regista/operatore, espone nel conciato dialogo iniziale le idee sul cinema del regista Andrea Gatopoulos e soprattutto quale sarà il senso del film che stiamo cominciando a vedere.
L’attrice soltanto al pensiero di qualcosa di rosso tende a sbloccarsi in una emozione/espressione più intensa. Il suo pensiero corre al sangue sparso nella vasca da bagno e fuori di essa di un piccolo ragazzo ucciso (o suicida?): un’immagine che evidentemente riempie il suo passato ed ingombra la sua mente.
Rosso è anche il colore prevalente in una delle sequenze successive: è il colore che un pittore utilizza maggiormente sulla tela nell’opera che sta creando. Come rosse sono le poltrone e il sipario del teatro nel quale l’azione si sofferma e rosso è il vestito di quella che pensiamo possa essere l’amica o compagna del pittore. E quando il sipario si apre assistiamo ad un beve spettacolo un po’ clownesco con qualche trucco.
Vale la pena di riportare qui di seguito le ultime parole pronunciate dal regista con la piccola camera a mano: “La gente dice in continuazione: non succede mai nulla.
Invece il guaio è proprio il contrario: il nulla succede continuamente.
L ‘avverti all’improvviso, nella gola, appena ti accorgi che c’è qualcos’altro oltre la vanità ed il piacere.
E all’improvviso non sei più qui. Sei dall’altra parte di qualcosa e sai che non puoi più tornare indietro, che la festa è finita, che ciò che ti attendeva alle porte del buio tornerà a prenderti, che tra 100 anni di tutte queste persone, compreso te, sarà rimasta solo cenere. Forse neanche quella.” Il tutto in un’atmosfera onirica che in qualche modo rispecchia il titolo del film.
Si diceva “cinema sul cinema” in questa bella opera prima di Gatopoulos: non tradisce i grandi autori a cui espressamente dichiara di fare riferimento, ma anzi in più ci un’occasione li tira in ballo con eleganza e discrezione. L’opera di Gatopoulos risulta tecnicamente curatissima e da questo ci rendiamo conto che il giovane regista riesce a circondarsi di un team di tecnici di ottima levatura che lui sa coordinare con perizia.
Per Gatopoulos la storia da narrare non ha grande importanza, così come fa dire al suo alter ego all’inizio del film, di fronte alle proteste dell’attrice che vorrebbe sapere proprio “la storia” per calarsi nel personaggio. La cosa importante per lui non è la storia o una storia da narrare, ma sono le immagini e i messaggi che vuole mandare agli spettatori attraverso le immagini stesse e gli effetti ad esse connesse. Cioè cinema allo stato puro, come linguaggio per immagini, con un dialogo ridotto all’essenziale, talvolta solo per introdurre le immagini stesse, oppure, quasi didascalicamente, per spiegarci il senso del tutto.
La giudichiamo un’opera di valore, una più che valida opera prima che lascia presagire un grande futuro per il regista stesso. A patto che gli sia data la possibilità di restare sulla stessa lunghezza d’onda di Onyricon.

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