“The revenant” (USA 2015) di Inarritu – Recensione e foto

The revenant

(marino demata) Alejandro González Iñárritu, dopo aver vinto a mani basse l’Oscar lo scorso anno con “Birdman”, storia più malinconica che fantascientifica con un ritrovato Michael Keaton, si presenta oggi con sotto gli aspetti del kolossal con The revenant. E sono ben 12 le nomination all’Oscar questa volta.
Si tratta di un film che è difficile non definire bello e maestoso, a meno che non ci si metta con la lente d’ingrandimento a scoprire qualche difetto di cui pure qua e la non è esente.
Storia di cacciatori di pelli nelle gelide e innevatissime terre del Nord Dakota (in realtà il film è stato girato in Canada e nella Terra del Fuoco), alle prese con una natura non sempre prodiga, ma anche con la minaccia incombente dell’arrivo degli indiani Arikara, sanguinari e crudeli come non mai. Questi ultimi attaccano la spedizione e uccidono la maggior parte degli uomini. Restano solo in 12 tra i quali Hugh Glass (Leonardo Di Caprio) e il figlio di questo. Glass però viene aggredito violentemente dalla femmina di un orso, timorosa per i suoi cuccioli, e pur riuscendo ala fine ad ucciderla, esce dalla lotta completamente devastato con i corpo a pezzi e pieno di piaghe. La spedizione The revenant 4ritorna alla base per via terra, essendo pericoloso continuare il viaggio nel barcone su fiume, col rischio di essere ben visibili e attaccati dagli Arikara. Ma il capitano della spedizione, vedendo il corpo a brandelli di Glass e credendolo ormai vicino alla morte, lo lascia in compagnia del figlio e di due altri membri i tra cui il crudele John Fitzgerald (Tom Hardy), rimasto lì solo con la prospettiva di un lauto compenso. Quest’ultimo ritiene Glass molto vicino ala morte e, dopo essersi sbarazzato del figlio, convince con l’inganno l’altro accompagnatore, Bridger, a lasciare morire Glass, garantendogli intanto una fossa nella quale questi viene collocato. Glass invece ce la fa. E ingaggiando una lotta per la sopravvivenza nei confronti della natura, dalla quale poi, come vedremo è anche sostenuto e aiutato, riesce, attraverso una serie di vicissitudini e avventura ad arrivare al forte, per dar luogo alla sua vendetta.
Inarritu si muove con maestria in un ambente certamente non accogliente (girare il film è stata una vera e propria impresa), riuscendo a filmare di questo le parti più selvagge ed aspre. Si sprecano gli aneddoti su quanto successo nel corso della lavorazione: dai raffreddamenti e dalle bronchiti di Di Caprio, con l’attore ugualmente impegnato sul set per dare più realismo alla sua grave situazione di infermità, alle complicate trovate tecniche per dar luogo, anche qui col massimi del realismo, alla lotta tra Glass e l’Orsa. Inarritu si conferma insomma regista di grande spessore, capace come in passato di padroneggiare la materia con grande maestria e senza sbavature.
Inarritu tiene presente il genere western e tanti precedenti. Personalmente, più che citare il western classico, mi piace rifarmi al malinconico “Dead man” di Jim Jarmush. E non a caso. Perché Inarritu prende il genere con le sue regole e lo rivolta come un guanto. Lo spartiacque tra i buoni e cattivi non è razzistico, nel senso dei bianchi buoni e degli indiani cattivi e crudeli: la divisione corre all’interno di ciascuna delle due “categorie”. Ci sono indiani buoni vittime degli indiani crudeli e ci sono uomini di principio vittime di soldati perfidi e THe revenant 2senza scrupoli.
Un discorso completamente a parte merita la fotografia, opera del genio contemporaneo Emmanuel Lubezki, che ormai si concede solo a uno o due film all’anno. Fotografato sempre con la luce naturale, il paesaggio, anche quando c’è la prevalenza del bianco della neve e dei ghiacci, non è mai accecante, ma sempre discreto. Ma il massimo viene raggiunto nei momenti crepuscolari o pieni di ombre, ove lo schermo viene riempito da meravigliosi ed efficaci colori lividi. Possiamo scommettere per l’Oscar a questo grande professionista.
Leonardo Di Caprio ha lanciato con questo film la sua potente sfida per l’ Oscar che probabilmente sarà del tutto meritato. La sua interpretazione, pur essendo spesso urlata, non corre mai il rischio di andare sopra le righe, ma ormai con consumata esperienza, riesce ad essere misurato e convincente. Da notare che l’attore ha voluto dedicare Il Golden Globe recentemente assegnatogli alla popolazioni indigene che lottano per difendere le proprie terre.
E, a proposito di questo episodio, un ‘ultima notazione va dedicata alla natura. Una natura certo aspra e crudele in certi momenti (come potrebbe essere diversamente con 30° sotto lo zero?). Ma anche in questo caso il messaggio che offre Inarritu allo spettatore è quello di una natura positiva, con le sue risorse, dalla quale dopo tutto Glass riesce a trarre il nutrimento e la forza per sopravvivere e per guarire.

 

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2 risposte a "“The revenant” (USA 2015) di Inarritu – Recensione e foto"

  1. Prof.ssore mi conceda due soli appunti …a mio avviso è il caldo e piacevole ricordo della moglie Indiana, che da forza a Glass per riuscire a sopravvivere alle ostilità di una natura “benigna”( fin troppo, ma quali e quanti anticorpi avevano al tempo?)e riuscire a vendicare il figlio straziato sotto i suoi occhi..
    Infine, non so come leggere gli schizzi di sangue che che hanno inbrattavano la telecamera nell’ultima scena di vendetta…errori di ripresa? Voluti o cosa?
    Grazie.

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