“Steve Jobs” (USA 2015) di Danny Boyle – Recensione e foto

Steve Jobs

(marino demata) Ricordate Danny Boyle, il regista inglese che venti anni fa ci ha fatto innamorare tutti di un film, Trainspotting, che aveva in sé tanta freschezza e sfrontatezza da sembrare un’opera anni ’60? E che, passando attraverso una visitazione di vari generi, è arrivato fino all’Oscar del 2009 con The Millionaire? Ebbene realizza pochi mesi fa il suo primo biopic, “Steve Jobs” con mano leggera e facendo non uno, ma due passi indietro , cioè facendo pesare il meno possibile la sua personalità e quasi inchinandosi di fronte a quella del grande genio della tecnologia recentemente scomparso, del quale racconta genialità e difetti, con la discrezione di chi non vuole assolutamente alterarne la fisonomia..
Boyle è facilitato nel suo compito da una sceneggiatura di ferro, oltre che di grande efficacia, di Aaron Sorkin. Quest’ultimo, a sua volta, aveva già messo in mostra il suo talento di sceneggiatore, vincendo l’Oscar per il film “The Steve Jobs2social network” (2010) di un altro acclamato regista, David Fincher. Non ci sembra un caso che “The social network” è l’appassionato biopic di un altro genio della tecnologia, Mark Zuckerberg.
Sorkin ha parlato molto, più di Boyle, di questo film, durante la lavorazione e soprattutto a prodotto finito, allorchè si sono levate perplessità produttive e distributive in USA (iniziali bassi incassi al box office) e quache protesta da parte di alcuni collaboratori di Jobs o membri di quel mondo teconologico che ruotava ne bene e nel male inotrno a lui. Sorkin sembra aver padroneggiato bene la situazione e alla fine si è dichiarato soddisfatto del prodotto finale e delle reazioni da parte della maggioranza dei personaggi del film, in particolare quelli che conoscevano bene Jobs durante l’arco di temporale 1984-1998. E cita un toccante scambio di email con Joanna Hoffman, la più stretta collaboratrice di Jobs (Kate Winslet nel film) e soprattutto la reazione, alla visione del fim, di Andy Hertzfeld, (nel film interpretato da Michael Stuhlbarg) .
Sorkin riferisce a Variety che “E ‘venuto fuori dalla sala di proiezione e ha detto :’ Questo è incredibile. Niente di tutto quello che ho visto è successo, ma è tutto vero. ‘”
Sorkin non sceglie la strada di quasi tutti i biopic, di narrare la vita del protagonista “end to end”, ma di selezionare solo alcune parti di essa. In tal modo “Steve Jobs” nasce così come un film geometrico, incentrato sui tre fondamentali segmenti della vita del protagonista, e quindi idealmente diviso in tre parti. Si parte nel 1984 dai frenetici preparativi Steve Jobs3per il lancio del “cubo”, il Macintosh 128K, che fa impazzire Jobs e i tecnici perché sa fare tutto, tranne che dire “ciao” (e salutare in tal modo il pubblico per Jobs è essenziale!). Si passa poi al 1988, e cioè al lancio del NeXT Computer, per poi arrivare al 1998, all’IMac. E in tutte le fasi preparatorie delle tre presentazioni notiamo un Jobs con gli occhi sempre puntati al futuro, a quello che si vuole, si può e si deve fare di nuovo all’indomani, senza mai fermarsi: lui è l’anima del progresso tecnologico e deve per forza guardare avanti.
Da notare che le presentazioni dei tre prodotti sono viste nella loro preparazione e nel contempo nei risvolti dei rapporti e spesso litigi con i collaboratori ed ex-collaboratori che arricchiscono il tessuto drammatico della storia. Nulla ci viene raccontato delle tre presentazioni nel loro svolgimento né di ciò che succede immediatamente dopo: scelta di giusta sobrietà, anche per evitare la ovvietà, perché ben certificata dalla storia reale, delle eccitazioni del pubblico, specie giovanile e delle conseguenti ovazioni.
Vediamo invece tutto quello che precede. E tra quello che precede c’è un largo spazio, in tutti e tre i periodi considerati, per le vicende personali e famigliari di Jobs (interpretato dal bravissimo e ormai quasi onnipresente, nei film di qualità, Michael Fassbender), coadiuvato dalla sua inseparabile “aiutante” Joanna Hoffman (Kate Winslet). Parliamo fondamentalmente del complicato rapporto con la figlia Lisa, che nella prima tranche del film relativa al 1984 ha appena cinque anni: Jobs litiga con la moglie già separata e finisce col dubitare della sua stessa paternità. E tuttavia Steve Jobs4rimane stupito del primo disegno che la piccola svolge con l’ausilio del Macintosh: lo conserverà per tutta la vita. Col passare degli anni, e malgrado i sempre attenti consigli della Hoffman, i rapporti tra padre e figlia continueranno a viaggiare sul filo dell’incomprensione fino alla quasi estraneità. Solo nel 1998, in occasione della terza delle presentazioni dalle quali è scandito il film, Jobs si convince della necessità di instaurare un vero rapporto paterno col la ragazza. Bella la scena nella quale Jobs urla alla figlia reticente ad ogni pacificazione: “Un giorno metterò nel tuo taschino cento, mille, centomila canzoni in una volta”, prefigurando quello che sarà la rivoluzione dell’Ipod di lì a poco. La pacificazione avrà luogo dietro le quinte della presentazione del suo nuovo prodotto e costituirà, in un certo senso, un forse troppo sdolcinato happy end del film.
Veramente opportuno il grande elogio che Jobs fa di Alan Turing, il quasi sconosciuto scopritore del codice Enigma ai tempi della Seconda guerra mondiale. Come è noto, e come ci è stato narrato nell’eccellente film di Morten Tyldum, “The imitation game”, la scoperta di Turing riuscì a far conoscere in anticipo agli Americani i programmi bellici del nemico, e fu pertanto determinante per il successo degli Alleati. Jobs, conversando con i collaboratori deplora il fatto che in America nessuno lo conosca, mentre, egli dice, “Dovrebbe esservi una sua statua ad ogni angolo di strada.
Insomma siamo di fronte ad un film che ha qualche limite, il primo dei quali è quello di essere eccessivamente sbilanciato sulle vicende personali di Jobs. Ma in ogni caso è sicuramente da apprezzare lo sforzo di sceneggiatore e regista per restituirci in maniera veramente efficace la figura del grande personaggio, senza inutili orpelli agiografici né santificazioni, ma anzi non tacendo le spigolosità e le contraddizioni della sua complessa personalità.
Il talentuoso Michael Fassbender ci offre un’altra interpretazione indimenticabile, con la quale ha già ricevuto la meritata Nomination per gli Oscar. Parimenti la sempre bellissima Kate Winslet è una Joanna Hoffman perfetta (come riconosciuto dal personaggio reale), da meritare a sua volta la nomination. Se la vedranno con avversari difficili. Ma hanno le loro chance!

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