Blog/Editoriale – Parola d’ordine: Rassicurare, rassicurare, rassicurare.

Crisi PA(marino demata) Per caso ieri in auto ho sentito un notiziario che riportava la notizia di agenzia che vicino Palermo un uomo, licenziato dalla ditta di trasporti per la quale lavorava da poco, si è chiuso in auto con una tanica di benzina e si è ucciso dandosi fuoco. L’ultimo gesto è stato inviare un sms alla figlia che adorava: “Perdonami per quello che sto facendo, ti voglio bene…”.
Si tratta dell’ultimo suicidio in ordine cronologico, di una lunghissima, interminabile catena di morti di cui devono sentirsi responsabili le scelte economiche e politiche nel nostro Paese, che salva le Banche, ma non gli uomini in carne ed ossa. E non formula nessuna proposta per far fronte alla crisi che miete ormai decine e centinaia di morti. In realtà siamo di fronte ad una vera e propria strage di uomini che perdono il lavoro e di giovani che non lo trovano, che, spinti alla disperazione, si tolgono la vita. E’ uno stillicidio quasi quotidiano. L’altro giorno a Guastalla una coppia di 40enni si è tolta la vita col gas do scarico: lui era senza lavoro. Sempre nella stessa giornata a Fogliano si è impiccato un uomo che aveva perso il lavoro. E stiamo parlando solamente di quello che è accaduto negli ultimi 3 giorni!
Eppure sembra impossibile che, all’indomani di quella anonima lettura di una nota di agenzia, stamane la grande stampa nazionale ignori completamente il fatto. Come ha ignorato gli altri morti dei giorni precedenti. Ad esempio su Repubblica troviamo la notizia solo nella edizione di Palermo. Questo significa che il resto dei lettori di tutta Italia dovrà ignorare il dramma che si è consumato in quell’auto. Altre testate hanno scelto il silenzio totale, sicchè la notizia è stamane presente solo su fogli locali e su qualche sporadico portale.
Si dirà che la legge del giornalismo ritiene che fatti de genere sono ormai così frequenti che non fanno più notizia. Ma questa è una argomentazione veramente ridicola. La verità è decisamente un’altra. Ormai nel nostro Paese siamo alla censura e autocensura di tutte quelle notizie, come il suicidio di ieri, che possano turbare o allarmare l’opinione pubblica. Insomma gli “altri”, tutti quelli che hanno i mezzi di sostentamento o non rischiano la perdita del lavoro o del reddito devono essere rassicurati che dopotutto in Italia si sta ancora bene e non succede niente di cui preoccuparsi.

Questo vale per la stampa, ma vale anche per la cultura, a partire dal cinema. Salvo rare e lodevoli eccezioni, il cinema italiano oggi , attraverso la mediocrità e stupidità dei suoi film, Muccino in testa, è impegnato a lanciare messaggi il più possibile “rassicuranti”. Non c’è traccia della crisi, non c’è traccia della realtà che è a pochi passi da noi. E’ passata in maniera strisciante la parola d’ordine che il cinema non debba occuparsi di questi problemi. Nel recente film documentario. “Nato negli USE”, di Michele Domà, viene chiesto ad alcuni nomi importanti del cinema (Tornatore, Renzo Rossellini, Bachalov, ecc.) come mai il cinema di Roberto Rossellini aveva fatto una scelta diametralmente opposta, cioè quella di occuparsi dei problemi della realtà, attraverso la quale sono nati tre grandi indiscussi capolavori: “Roma città aperta”, “Paisà” e “Germania anno zero” e invece oggi la realtà è semplicemente espunta, ignorata? E come mai, attraverso i suoi coraggiosi film-inchiesta, il compianto Francesco Rosi aveva realizzato capolavori come “Il caso Mattei” o come “Le mani sulla città” e tanti altri ed oggi niente di tutto questo? Nel film documentario di cui stiamo parlando la risposta ce la fornisce lo stesso Rosi, in quella che è stata la sua ultima intervista: “purtoppo oggi in Italia, oltre a non fare più film-inchiesta, non si producono più neanche le commedie. Oggi si vedono solo “commediole”. Tutto questo fa molto male alla cultura.”

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