“Joy” (USA 2015) di David O’Russell

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(marino demata) Poche settimane fa abbiamo apprezzato l’ottimo film di Adam McKay, “La grande scommessa”/”The big short”, nel quale il regista brillantemente narra la storia vera della improvvisa fine del boom economico americano, basato sulla enorme espansione del mercato immobiliare. Il film sottolinea che in realtà l’espansione fuori misura del mercato immobiliare americano era basato sulla enorme facilità con la quale si concedevano i muti per la casa. A quell’epoca – e si tratta solo di pochi anni fa – l’ottenimento di un mutuo (e in qualche caso di più di un mutuo) per ottenere la casa in proprietà rappresentava la realizzazione per migliaia di persone di un sogno coltivato per tutta la vita: diventare proprietari. Un aspetto dell’American dream veniva a così a realizzarsi. Ma il crollo dell’intero sistema, su cui scommettono i quattro “eroi” del film in questione, fa crollare i sogni e scricchiolare ogni velleità di realizzazione del sogno americano.
Joy, invece, di David O. Russell, ne rappresenta in certo senso l’esatto contrario: se ne “La grande scommessa “ Joy 4abbiamo il crollo e il fallimento di massa dell’American Dream, qui invece assistiamo, attraverso un continuo alternarsi di alti e bassi, alla sua piena e fortunata realizzazione, attraverso il successo che alla fine arride alla “inventrice” Joe Mangano, creatrice del miracoloso “
Miracle Mop”. Si tratta di un mocio di cotone assorbente che si strizza da solo, con grande vantaggio per l’esercito di casalinghe che vivono più o meno incollate alla TV e a quelle televendite attraverso le quali sarà possibile accreditare tutti gli aspetti positivi del nuovo ritrovato e venderne decine di migliaia di esemplari.
Naturalmente va subito rimarcato che la differenza tra le due storie vere narrate nei due film consiste nel fatto che il fallimento dell’American Dream riguarda migliaia di persone che vengono buttate sul lastrico e ridotte ala disperazione, mentre la sua realizzazione e il successo arride ad una sola persona, su migliaia che cercano di realizzare il “sogno”. Ma è altresì molto chiaro che il grande exploit di una sola persona è funzionale al sistema, perché è la dimostrazione che chiunque ce la potrebbe fare e che qualsiasi persona comune può arrivare al successo.
Il film di O’Russell strizza l’occhio proprio a questo tipo di concezione e, dopo quello che è successo recentemente in America come descritto da “La grande scommessa” suona un po’ fuori tempo.
Nel merito poi può essere considerata una piacevole storia di una donna che tenacemente riesce a realizzare i suoi sogni, quasi moderna Cenerentola, circondata da forze ostili che vorrebbero condannarla in eterno ad una vita mediocre. Il problema vero del film è però che a momenti veramente gradevoli si alternano momenti di caduta di ritmo

Jennifer Lawrence in JOY.
Jennifer Lawrence in JOY.

e di stanca, che potevano essere evitati e che invece contribuiscono a fare crescere a dismisura la lunghezza del film stesso fino ad oltre due ore.
L’espediente narrativo di affidare alla voce fuori campo della nonna di Joe il compito di spiegare la situazione della complessa famiglia “allargata” e della fiducia riposta nel futuro della promettente nipotina funziona fino ad un certo punto. In linea di principio sembrerebbe una buona idea quella di mantenere ugualmente la stessa voce narrante anche dopo la morte della nonna. Ci sono illustrissimi esempi nel cinema americano di morti ai quali viene affidato il ruolo di voce narrante: “Viale del tramonto” e “American beauty”. Il problema riguarda le cose che vengono dette da tali voci fuori campo se cioè esse siano essenziali ed importanti o meno. Nel caso della nonna di Joe non sembra francamente che l’espediente abbia un grande successo né un impatto positivo ed essenziale con il prosieguo della storia e quindi alla fine , dopo quasi due estenuanti ore di proiezione, la nonna morta che continua a parlare fuori campo risulta un elemento fastidioso ed anche un po’ patetico.
Si tratta quindi di un film che probabilmente avrebbe meritato una maggiore stringatezza e scorrevolezza e che invece troppo spesso si impantana e gira su se stesso. Senza nulla togliere alla bravura degli attori, a partire dalla protagonista Jennifer Lawrence, vera mattatrice del film e quasi onnipresente in ogni sequenza, a Bradley Cooper, che O’Russell si è portato dietro dal suo precedente film “American hustler”, ma che qui, pur bravissimo, patisce l’incerta sceneggiatura che gli assegna un ruolo non ben definito e come “sospeso”, fino ad arrivare a Robert De Niro, che interpreta il padre di Joy, che vediamo finalmente in un ruolo non sgangheratamente comico, come in alcuni pessimi film recenti, ma in un ruolo serio e ironico quanto basta per mettere di nuovo finalmente in luce le sue indubbie capacità attoriali e, Joydiciamolo pure, il suo consumato e valido “mestiere”. Un po’ meno a proprio agio ci è apparsa Isabella Rossellini.
Nel complesso il film segna un vistoso passo indietro nella carriera di O’Russell, soprattutto dopo la brillante e schioppettante regia di American Hustle, ove era sorretto da un’ottima sceneggiatura, creatrice di situazioni tra l’ironico e l’umoristico e comunque sempre molto gradevoli e da un cast veramente stellare. E, al d là degli aspetti positivi e negativi di Joe, non ci sembra un buon segno quando di un regista si dice: “si però il film precedente era molto meglio!”

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