Tra Eschilo e PPP: incroci intorno all’”Orestea”, di Marino Demata

(Articolo pubblciato sul Blog Molteni del Centro Studi Pier Paolo Pasolini – Casarsa della Delizia)
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Al Teatro della Pergola di Firenze, dal 26 gennaio al 7 febbraio 2016 è stata replicato lo spettacolo Orestea di Eschilo, prodotto dal Teatro Stabile di Napoli/Teatro di Catania e diretto dal regista Luca De Fusco. Il lavoro, interpretato tra gli altri da Elisabetta Pozzi, Angela Pagano, Mariano Rigillo e Gaia Aprea (coreografie e musiche originali degli israeliani Noa Wertheim e Ran Bagno; suono di Hubert Westkemper), affonda le radici nella tradizione mitica dell’antica Grecia suddivisa in tre episodi, che vanno dall’assassinio del re Agamennone da parte della moglie Clitemnestra, alla vendetta, dieci anni dopo, del loro figlio Oreste che uccide la madre e il suo amante Egisto, fino alla persecuzione del matricida da parte delle Erinni e all’assoluzione di Oreste da parte del tribunale dell’Areopago.
Questa occasione teatrale ha spinto Marino Demata ad alcune riflessioni sul significato politico che, con particolare sottolineatura, emerge dalla messinscena e che si può idealmente incrociare con il pensiero di Pasolini, sia come traduttore impareggiabile della stessa
Orestea che come autore del documentario Appunti per una Orestiade africana (1970). Un documentario che lo stesso Demata insieme a Franco Zabagli del Gabinetto Vieusseux ha commentato in occasione della proiezione avvenuta a Firenze il 20 novembre 2015 all’interno del progetto “Pasoliniana” organizzato dall’Associazione Rive Gauche con il  Museo Novecento.
Un grazie all’autore per la concessione alla diffusione delle sue considerazioni per appunti.

Il cerchio si chiude:  gli “Appunti” pasoliniani e l’”Orestiade” rappresentata dallo Stabile di Napoli
di Marino Demata

Con la rappresentazione delle Coefore e delle Eumenidi di Eschilo al Teatro la Pergola di Firenze da parte del Teatro Stabile di Napoli, il cerchio aperto qui qualche settimana fa, con la bella serata sugli Appunti per una Orestiade africana di Pasolini, idealmente si chiude.  Quell’evento, organizzato da noi di Rive Gauche in collaborazione col Museo Novecento e con la partecipazione del Gabinetto Vieusseux, è stata infatti non solo l’occasione per proiettare la copia restaurata  degli Appunti pasoliniani, ma anche per fare un ragionamento che aveva al centro l’amore del poeta per l’Orestea di Eschilo, alimentato ed accresciuto dalla sua attività di traduttore in italiano dal greco classico eschileo. Infatti  Vittorio Gassman, che aveva in programma la rappresentazione del dramma al Teatro Greco di Siracusa, commissionò a Pasolini la traduzione dello stesso, parendogli le due traduzioni italiane fino ad allora circolanti molto carenti sotto vari aspetti.
Pasolini, che non conosceva il greco così bene come il latino (aveva  da poco iniziato la traduzione dell’Eneide), accolse la proposta col suo consueto entusiasmo. Tenne presenti le traduzioni eseguite all’estero ma non quelle italiane per non lasciarsi condizionare e alla fine licenziò il suo lavoro che risultò pienamente aderente alle esigenze per le quali era stato commissionato. Il testo infatti fu reso in una lingua e in uno stile ove la poesia sfiora la prosa e la comprensibilità, per gli spettatori della rappresentazione a Siracusa, risultò essere totale.
Ma quello che in particolare ci interessa qui sottolineare, e che idealmente collega il nostro evento sull’Orestiade pasoliniana  (1) alla bellissima versione rappresentata al teatro La pergola, è il giusto spazio e la giusta sottolineatura di quelle parti della tragedia (ovvero delle tre tragedie di cui si compone l’Orestea) che la evidenziano come dramma del passaggio da una società di tipo arcaico e irrazionale alla società fondata sulla democrazia, che manifesta i primi segnali con la istituzione del Tribunale cittadino e governato dagli uomini, fondato da Atena, malgrado la opposizione delle Erinni. Il Tribunale avrà l’incarico di giudicare Oreste, assassino della madre e vendicatore del padre Agamennone, ucciso dalla moglie al suo ritorno dalla guerra di Troia.
Pasolini accende i  fari proprio su quegli aspetti della tragedia, che la rendono  esemplare ed  emblematica  per evidenziare il dramma e le difficoltà di ogni “passaggio” da un tipo di società ad un’altra. Nel caso della Grecia antica descritta da Eschilo si trattava del passaggio da una società di tipo arcaico e patriarcale agli inizi di una società democratica, di cui il Tribunale dell’Aeropago costituisce la prima importante intelaiatura; nel caso dell’Italia, più volte esaminata da Pasolini con la lente di ingrandimento, il passaggio da una società fondamentalmente agricola a quella industriale fondata sui consumi; e, nel caso dei Paesi dell’Africa, attraverso la conquista dell’indipendenza, il passaggio dal regime coloniale alla costruzione di strutture democratiche.  Tutto questo ragionamento e queste analogie non fanno altro che confermare la grande modernità e attualità del discorso di Eschilo.
E si tratta in realtà proprio di quegli aspetti  che la versione dell’opera eschilea curata dallo Stabile di Napoli, per la regia di Luca De Fusco, opportunamente mette in grande evidenza sia sul piano della tensione drammatica, sia su quello scenografico. A ben vedere, infatti, la straordinaria centralità scenica che il regista ha voluto dare alla figura di Athena (una ispirata Gaia Aprea), mentre pronuncia il suo bellissimo discorso che non esitiamo a definire di “alta politica”, ne è la dimostrazione evidente. La scelta del regista è stata quella di porla al centro dell’azione, in mezzo a due grandi pannelli che la rispecchiano e la riproducono a grandezza naturale, in modo che l’occhio dello spettatore sia totalmente occupato dalla triplice immagine della Dea. La quale spicca inoltre per il suo abbigliamento fulgente, che ci ha ricordato da vicino quello dell’eroina di Metropolis di Fritz Lang.

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E, proprio come avrebbe voluto Pasolini, le scelte sceniche, lo stesso gioco di luci, la maestà con la quale viene pronunciato il famoso discorso, accentuano a tal punto l’evento storico della nascita della democrazia, da far passare perfino in secondo piano il dramma personale di Oreste, da cui tutto aveva preso le mosse.
Infatti con la nascita del Tribunale ateniese, il “caso” di Oreste potrebbe essere definito il primo “thriller giudiziario” della storia.  Di  cui le figure chiave sono le Erinni, che simboleggiano la parte irrazionale e inconscia dell’uomo (e della società), nonché le forze conservatrici e ostili ad ogni modifica delle strutture della società stessa.  Esse saranno, grazie al diretto intervento  di Atena (metafora della razionalità e della sapienza) all’intera vicenda, domate e trasformate in Eumenidi, cioè in entità benigne.
Nel “caso Oreste” abbiamo   un assassino reo confesso, un comune sentire popolare (rappresentato dalle Erinni), decisamente ostile a lui, una difesa incarnata da Apollo, e la prima Giuria della storia, presieduta da Athena, incapace di arrivare ad un verdetto unanime, ma anzi spaccata esattamente in due parti, tanto che il voto decisivo sarà proprio quello della Dea, che determinerà l’assoluzione dell’accusato.
Alla fine, giustamente, a nostro giudizio, nella rappresentazione curata dallo Stabile di Napoli, la figura principale non è quella di Oreste, ma di Athena, e la vicenda fondamentale non è quella rappresentata  dalla tragedia famigliare e politica della reggia di Argo, ma è quella che porta alla nascita della prima istituzione democratica della storia.
Un “taglio” che sarebbe piaciuto veramente molto a Pier Paolo Pasolini. Sì, perché il poeta, nella Lettera del traduttore (siamo nel 1960), posta come introduzione al volume dell’Orestea  da lui tradotta, ci porta direttamente nel cuore di quel primato della politica sulle vicende dei personaggi, che informa di sé la regia di De Fusco della rappresentazione dello Stabile di Napoli: “Il significato delle tragedie di Oreste è solo, esclusivamente, politico. Clitennestra, Agamennone, Egisto, Oreste, Apollo, Atena, oltre che essere figure umanamente piene, contraddittorie, ricche, potentemente indefinite (….) sono soprattutto  (…)dei simboli: o degli strumenti per esprimere scenicamente delle idee, dei concetti: insomma, in una parola, per esprimere quella che oggi chiamiamo una ideologia.  Il momento più alto della trilogia è sicuramente l’acme delle Eumenidi, quando Atena istituisce la prima assemblea democratica della storia. Nessuna vicenda, nessuna morte, nessuna angoscia delle tragedie dà  una commozione più profonda e assoluta di questa pagina. “

Note
(1) Naturalmente non esiste una Orestiade di Pasolini. Intendiamo con questa espressione la sua concezione dell’Orestiade, che ricaviamo dall’insieme costituito dalla grande ricchezza di riflessioni del poeta nell’ora di film Appunti per una Orestiade africana, dalle peculiari caratteristiche della sua traduzione e dalle sue riflessioni contenute nella introduzione alla traduzione stessa.

Info

Marino Demata, già docente di filosofia, è Presidente dell’associazione Rive Gauche – ArteCinema per la quale organizza eventi, convegni e cicli di proiezioni. Autore del saggio Il destino nel cinema e nella realtà,  in Lo sguardo critico per la rivista “Nuovo Fedic Notizie”,  sta lavorando alla pubblicazione del romanzo I due soli, storia di un affermato regista in crisi creativa, e a un ampio saggio sui film sognati e mai realizzati da parte dei più importanti registi di tutto il mondo.

Rive Gauche-ArteCinema, associazione di cultura cinematografica e arte,  opera a Firenze dove ha curato numerose rassegne e proiezioni tra cui quelle legate al Nuovo Cinema Latino-Americano, al cinema turco, a Xavier Dolan e al mondo orientale. Nel 2014 ha organizzato in collaborazione con l’Università di Firenze una giornata di studio per il 50° anniversario de Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini. Attualmente sta curando una rassegna di film sperimentali.