THE DANISH GIRL – La recensione

The danish girl

(valter chiappa)(AG.R.F. 25/02/2016) (riverflash)    Fra quelle che potremo definire le specializzazioni dell’attore, c’è ne una che descrive esattamente Eddie Redmayne: un trasformista. La capacità e la propensione a diventare sul set qualcosa di assolutamente diverso da sé pare sia la frontiera che con la sua arte egli intenda esplorare. Dopo il prodigioso lavoro in riduzione sulle potenzialità fisiche, richiestogli dal ruolo di Stephen Hawking e dalla descrizione del progredire della malattia degenerativa dello scienziato (vero valore di un film non eccelso come “La teoria del tutto”), performance che gli ha fruttato l’Oscar come migliore attore nel 2015, l’attore britannico, grazie a questo “The Danish Girl”, tratto dall’omonimo, fortunato romanzo di David Ebershoff, ha potuto spingere all’estremo la sua ricerca, investigando le profondità dell’animo maschile alla scoperta di quell’identità più meno forte, più o meno nascosta che alberga in ogni uomo. Un ruolo ideale per lui: quello di Lili Elbe, l’artista danese che negli anni ’30 decise di non convivere più con la sua conflittuale identità e si sottopose, prima nella storia, a una serie di interventi chirurgici che le donassero un corpo femminile.
Nata con attributi maschili come Einar Wegener, l’artista contrasse matrimonio con Gerda, anche lei pittrice talentuosa. I due formavano una coppia assai in vista negli ambienti culturali della capitale danese, complice ed affiatatissima. Proprio da un gioco di travestitismo organizzato dalla stessa moglie, scoccò la scintilla che illuminò l’inconscio di Einar, riportando a galla la rimossa identità femminile. Da allora l’artista convisse a lungo con una duplice identità, trasformandosi però in Lili sempre più frequentemente. Fino alla drastica decisione: Einar sarebbe morto, Lili sarebbe stata finalmente libera in un corpo che, grazie alla chirurgia, avrebbe potuto riconoscere come suo. Combatté impavidamente la sua battaglia, pagando con la vita, spenta da quegli interventi che all’epoca erano solo meri esperimenti. Einar, nonostante l’inevitabile divorzio, non fu mai abbandonato dalla moglie Gerda, che, dopo lo sconvolgimento iniziale accettò e sostenne fino alla fine il cammino dell’ex marito.

Un cambiamento graduale e tormentatissimo, fino al raggiungimento dell’opposto di sé: cosa avrebbe potuto chiedere di meglio Eddie Redmayne? E difatti risponde con un’altra interpretazione eccezionale, aiutato invero anche dalla efebica bellezza, sottolineando, più che con le movenze o le posture, con la naturale mutevolezza dello sguardo, pronto ad accendersi di repentini bagliori o ad obnubilarsi per sopraggiunte tempeste, un processo di mutazione, di cui il regista Tom Hooper ha voluto enfatizzare la componente interiore piuttosto che quella fisica, come poteva essere scontato.

Eppure, in “The Danish Girl”, a brillare non è Redmayne, bensì la giovane svedese Alicia Vikander, chiamata ad interpretare Greta.

Certo, è davvero bello il ruolo assegnatole: una donna pulsante d’amore ma forte e determinata, trasgressiva ed emancipata ma al contempo devotamente legata al suo uomo, anche quando uomo non sarà più. Tutt’altro che una comprimaria, bensì presenza fondamentale: il solido tronco dove il fiore di Lili potrà abbarbicarsi per riuscire a sbocciare.

Ma se il primo, pur dipingendo efficacemente i tormenti interiori della protagonista, sembra indulgere nel tecnicismo, sottintendendo un certo autocompiacimento per le sue straordinarie doti, la seconda fa vibrare di pura emozione il suo personaggio. Se Redmayne suscita ammirazione, la Vikander trova con naturalezza la via del cuore dello spettatore e gli parla da dentro.

Entrambi sono candidati all’Oscar, entrambi forse lo meriterebbero. Ma Redmayne è salito troppo di recente sul palco degli Academy Awards per essere annoverato fra i favoriti e per di più si scontra con la gigantesca candidatura di Leonardo Di Caprio; la Vikander si trova invece a competere nella premiazione dai pronostici più incerti, dove si confronterà con avversarie di assoluto livello quali Rooney Mara (“Carol”), Jennifer Lason Leigh (“The hateful eight”), Kate Winslet (“Steve Jobs”).

Se “The Danish Girl” è senz’altro un bel film lo si deve principalmente all’interpretazione dei due protagonisti, capaci di accendere di partecipazione emotiva e far risuonare di intime ed intense vibrazioni una storia, che poteva essere raccontata in molti modi.

Ma non vorremmo negare meriti al regista Tom Hooper (“Il discorso del re”, ”Les Misérables”), nonostante molte critiche gli attribuiscano la colpa di un eccessivo distacco, a causa della ricerca esasperatamente estetizzante che caratterizza il suo lavoro, qui concretizzata in inquadrature curatissime e dal gusto pittorico, oleografici paesaggi, attento studio di luci e cromatismi.

Nel narrare la vicenda di Lili Elbe forse molti attendevano lo scandalo, ma questo fa parte di pregiudizi ancora vivi. Bene fa, a nostro giudizio, Tom Hooper a puntare l’obiettivo nel profondo dei suoi personaggi, bene fa ad usare un tocco rispettosamente delicato. Per Tom Hooper “The Danish Girl” non è la storia di un transessuale; è, come deve essere, il racconto di un viaggio interiore, una intima vicenda di cambiamento, una storia di coraggio, una storia d’amore.

E l’amore, fatevene una ragione, non fa scandalo, ma soprattutto non ha limiti di sesso.

 

 

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