“Il caso Spotlight” (USA 2015) di Thomas McCarthy

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(marino demata) Con Il caso Spotlight il cinema di Hollywood ritorna a quel genere spesso denominato “film inchiesta” che ha avuto illustrissimi precedenti non solo in America, ma anche in altre parti del mondo, in primis in Italia, se solo vogliamo ricordare un maestro del genere, il nostro grande Francesco Rosi. E all’interno di tale genere, “Il caso Spotlight” è riconducibile ad un sottogenere particolarmente amato negli USA, i film inchiesa a sfondo giornalistico. Uno degli indiscussi capolavori del genere è “Tutti gli uomini del Presidente”, di Alan J. Pakula del 1976, che, come molti ricorderanno, porta sugli schermi la famosa inchiesta di un gruppo di giornalisti del Washington Post nel 1972, che smascherò le responsabilità del Presidente repubblicano Nixon nel cosiddetto caso Watergate, costringendolo poi alle dimissioni due anni dopo. Si tratta certamente del film più famoso del genere. Ma sicuramente non è stato l’unico. Ancora prima c’erano stati altri film che vedevano al centro coraggiose inchieste giornalistiche, come “Barriera invisibile” (1947) di Elia Kazan e “Quando la città dorme” (1956) di Fritz Lang. E, successivamente al film di Pakula, come non ricordare “Cronisti d’assalto” (1994) di Ron Howard, con (guarda caso!) un giovane Michael Keaton, protagonista anche de “Il caso Spotlight”? Ed ancora, tra i tanti titoli relativi ai cosiddetti “cronisti d’assalto”, ricordiamo volentieri una delle opere migliori del talentuoso David Fincher (ma forse anche una delle meno apprezzate): “Zodiac” del 2007.
E allora, mentre aspettiamo tra poche settimane un altro film del genere che sembra ben promettere, “Truth” di James Vanderbilt con Cate caso-spotlight-online-il-nuovo-poster-ed-il-trailer-ufficiale-italiano-v3-247663-1280x720Blanchett e Rober Redford, sul caso Rathergate, e cioè sui favoritismi ricevuti da George W. Bush per evitare la propria partecipazione alla guerra del Vietnam, “Il caso Spotlight” appare come un film assolutamente degno dei suoi illustri predecessori. Un film diretto con discrezione e quasi in punta di piedi da Thomas McCarthy, ma sorretto da una veramente brillante sceneggiatura, che tende ad esaltare soprattutto il lavoro di squadra del gruppo di giornalisti d’assalto, il team Spotlight appunto, del Boston Globe, più che soffermarsi sul protagonismo di alcuni membri del gruppo.
Il giornale di Boston si trova in un periodo poco felice, quando viene chiamato come direttore Martin Baron (Liev Schreiber), dopo le esperienze di successo a New York e a Miami. Primo direttore ebreo nella cattolicissima Boston, Baron intende impostare un lavoro del tutto nuovo, con lo scopo, egli dice “di rendere il nostro giornale non importate, ma indispensabile per i cittadini di Boston”. Chiede pertanto ai suoi redattori di mettere da parte le varie inchieste delle quali si stavano occupando e di concentrarsi sullo scandalo dei preti pedofili, nella certezza che il fenomeno sia più diffuso di quanto non sembri e che abbia subito insabbiamenti e depistaggi. L’equipe di “Spotlight” si lancia con veemenza in questa inchiesta . Certo quando arrivano i primi riscontri positivi rispetto all’ipotesi di partenza, la tentazione di pubblicare qualche scoop con le dichiarazioni di qualche “vittima” della pedofilia dei preti o qualche testimonianza importante è molto allettante. Ma non è questo il risultato che Baron e ‘Robby’ Robinson (Michael Keaton) vogliono raggiungere. Qualche articolo ad effetto emozionerebbe l’opinione pubblica per un breve tempo. Lo scopo invece è andare alla radice del problema, smascherare un sistema di omertà, connivenze e soprattutto insabbiamenti che è il vero cancro che rode la Chiesa di caso-spotlightBoston e di altre comunità ecclesiali americane.
Con la tenacia di un giornalista come Michael Rezendes (Mark Ruffalo) e degli altri collaboratori, tassello dopo tassello si arriva a smascherare il sistema. E, ironia della sorte, uno dei mezzi viene involontariamente fornito proprio dalla Chiesa di Boston, che pubblica annualmente l’elenco dei parroci e che, per alcuni di essi , indica che sono stati trasferiti per ragioni di salute o per altre motivazioni. Si tratta proprio dei preti pedofili, la cui lista viene dunque fornita al team di giornalisti sul un piatto d’argento dalla pubblicazione della curia e il cui numero si avvicina addirittura a 90. Lo scandalo è che quei preti, anziché pagare per le loro malefatte, che spesso hanno provocato il suicidio delle loro vittime, vengono semplicemente trasferiti ad altra diocesi, ove continueranno a commettere altri crimini. Al vertice del sistema omertoso troviamo il numero uno della Diocesi di Boston, quel Cardinale Law, che coinvolto pesantemente nell’inchiesta, che da giornalistica diverrà giudiziaria, al momento della rimozione dalla Duocesi di Boston, riceve paradossalmente, come ricorda il film, varie promozioni, tra le quali quella clamorosa ad arciprete della Papale Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore!
Alla fine tutto sarà pronto per la pubblicazione del primo clamoroso articolo teso a smascherare il sistema e il film termina spettacolarmente con la partenza degli automezzi carichi di copie del giornale per la loro distribuzione. Il coinvolgimento dello spettatore per la conclusione dell’inchiesta è veramente forte.
Si tratta di un film compatto e coinvolgente nel suo svolgimento, come un teorema geometrico che trova alla fine la sua soluzione. Questo non nuoce alla umanità dei personaggi, che, soprattutto nella parte finale, mostrano un aspetto umano: si noti ad esempio l’autocritico rammarico di ‘Robby’ Robinson, di non aver tenuto nel giusto conto denunzie arrivate al giornale anni prima e di non aver già in caso-spotlight-2016-al-cinemaprecedenza aperto un’inchiesta.
La sceneggiatura e lo stesso regista sono molto cauti nel saper distinguere quello che è successo a Boston e in altre città con il senso della fede che riguarda milioni di persone e tanti sacerdoti. Insomma il film è molto lungi dall’essere un attacco al Cattolicesimo. Detto questo però il film rifiuta al contempo il concetto delle poche “mele marce” che si troverebbero ovunque, perché l’indagine riguarda un vero e proprio “sistema” di protezione omertosa e di copertura di crimini perpetrati da un numero fin troppo elevato di preti.
Qualche critico si è staccato dal coro delle lodi al film, sostenendo che la compattezza e la quasi perfezione del film determinano grande interesse, ma non un vera e reale empatia per i personaggi. Si resterebbe in qualche momento un po’ freddi e distaccati. E qualche critico ha parlato della scintilla che non scocca.
A noi tutto questo sembra eccessivo per un’opera che ci restituisce il clima delle migliori pellicole del genere “film-inchiesta” e che in molti passaggi ricorda da vicino “Tutti gli uomini del Presidente”.
Certo a questo punto siamo anche molto curiosi di vedere il film del cileno Larrain, El club, che tratta una tematica simile e, a quanto si sostiene, con maggiore partecipazione e passionalità.

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