IL FIGLIO DI SAUL – La recensione

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(valter chiappa)(AG.R.F. 29/02/2016)(riverflash) Si poteva dire ancora qualcosa sulla Shoah? Sì, se tralasciata ogni consequenzialità propria di un racconto storico, la si rende l’archetipo di ogni idea di Male, un immenso Mare Nero dove far galleggiare il flebile e purtroppo effimero lume di una Speranza. Sì, se la dipinge come Caos sommo, negazione di ogni Ordine che è alla base del concetto di umanità. “Il figlio di Saul” è questo ed oltre.

Un racconto surreale. Saul Ausländer (Géza Röhrig), prigioniero ungherese nel campo di sterminio di Auschwitz, è arruolato nei Sonderkommand. Il più infame dei compiti: al servizio del proprio carnefice accompagnare i confratelli verso le camere a gas, raccoglierne i corpi, stiparli nei forni crematori. Premio: quattro mesi di vita in più, prima del cambio della guardia. Saul adempie con sguardo assente, senza dire parola, mentre attorno a lui è il caos. Finché un giorno, nel viso di un bambino moribondo, riconosce, o meglio crede di riconoscere, suo figlio. Non può salvargli la vita, ma almeno cercare di dargli degna sepoltura secondo il rito ebraico, evitandogli la dissoluzione dell’incenerimento. Sempre silenzioso si affanna per occultarne il cadavere e trovare fra i prigionieri un rabbino. La ricerca, purtroppo folle, purtroppo vana, di una speranza, di un qualcosa in cui credere, diventa l’unica possibile ragione per vivere.

Come narrare tutto questo? Come tessere un filo continuo dove tutto è frammentazione, come inseguire un senso dove è  la Ragione ad esser negata? László Nemes, regista ungherese esordiente, ci riesce con una tecnica registica spericolata ed innovativa. Con il movimento continuo della camera a mano, sussultante, traballante, spara immagini quasi psichedeliche che disorientano, scuotono, rivoltano il senso dell’equilibrio. Le scene si susseguono freneticamente, i movimenti sono convulsi, le voci sono urla, le nenie ebraiche, flebile ma inarrestabile leitmotiv, un mantra ipnotizzante. Tutto è volto creare disturbo, a colpire lo stomaco, strizzare il fegato, ottundere la mente. E tutto ciò senza centrare mai l’occhio sulla violenza, ma lasciandola come uno sfondo indistinto. Perché il viaggio del misero Saul è il solo oggetto della sua camera. L’obiettivo mette a fuoco solo la figura del protagonista, tutto il resto è sfocato, la massa dei corpi, il sangue, così come i suoni, assordanti, stridenti, rimbombanti ma indistinguibili. Forse perché l’orrore è inenarrabile o forse perché il folle proposito di Saul, quell’esile, tenacissimo filo, è ciò che solo è sensato in una follia immensamente più abnorme.

Oltre che dal genio di László Nemes il film è sostenuto dalla straordinaria interpretazione del protagonista, Géza Röhrig, fatta di un’espressività ineffabile, di movimenti automatici, di totale straniamento, sintomi dell’annullamento dell’umanità fine ultimo della Endlösung. Artista affatto originale Röhrig: ex musicista punk censurato dal regime comunista ungherese, poeta, studioso della cultura ebraica, in “Il figlio di Saul” è al debutto come attore.

Un film di esordienti quindi, provenienti di un paese, l’Ungheria, ai margini dei grandi circuiti: solo da questo contesto poteva giungere un contributo così innovativo all’arte cinematografica. Il risultato non si è fatto attendere; e dopo il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2015 ed il Golden Globe, stanotte “Il figlio di Saul” ha meritatamente scalato il palco più ambito, conquistando l’Oscar 2016 per il miglior film straniero; eppure non ci saremmo aspettati tanto coraggio da parte dell’Academy, nel premiare un film così drammaticamente impattante sia nella lingua che nel messaggio.

Sull’onda del trionfo di Los Angeles, “Il figlio di Saul” tornerà probabilmente nelle sale, dove, per logiche miopi, troppo poco ha stazionato. Approfittate e vedetelo; accettate di farvi sconvolgere, angosciare, di soffrire anche fisicamente. Affondate occhi, cuore, cervello nel dolore.

È il viatico necessario perché alla fine, più forte di tutto il Male, possa riaccendersi un sorriso.

 

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