“Il club” (Cile 2015) di Pablo Larrain

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(marino demata) Per una strana combinazione delle distribuzioni dei film, abbiamo potuto vedere in sequenza prima il film di McCarthy, vincitore dell’Oscar, “Il caso Spotlight” e subito dopo il film di Larrain, “Il club”, Orso d’Argento a Berlino lo scorso anno. E abbiamo dunque potuto vedere due film che trattano il medesimo problema da due angoli visuali del tutto diversi. Il primo, “Il caso Spotlight” ci mostra “l’assalto” di un gruppo di giornalisti alla cittadella del potere omertoso degli alti vertici della Chiesa di Boston tesa a nascondere e finanche a proteggere un ingente numero di preti pedofili, in una sorta di film inchiesta di rara efficacia. Con “Il club” la prospettiva è in certo senso capovolta: entriamo all’interno di una ristretta comunità di preti “spretati”, perché colpevoli di orribili colpe, che avrebbero meritato processi penali, e che sono invece in un paesino sperduto della costa cilena, La Boca, ospiti di una casa intesa come luogo di meditazione e di espiazione. C’è l’ex prete che ha abusato di il club
bambini e di ragazzi e in pratica ha distrutto le loro vite, c’è chi ha pienamente collaborato con Pinochet, utilizzando il potere per le proprie finalità e per alimentare i propri vizi, c’è chi si è dedicato al traffico dei bambini. Ora sono lì, quattro di loro, sorvegliati e curati da una suora, anch’ella privata dei propri abiti sacrali e quindi non priva a sua volta di trascorsi non proprio limpidi.
In quel luogo non possono avere rapporti con altre persone né intrattenere amicizie. Uno dei quattro, Padre Vidal (Alfredo Castro, l’attore più utilizzato dal Larrain), coltiva la passione per le corse dei levrieri e a sua volta alleva ed allena un proprio levriero (“L’unica razza di cani citata nella Bibbia”), ne fa anche oggetto di scommesse, anche se può guardare le corse solo da lontano col binocolo. Ad assistere il cane ai nastri di partenza ci pensa la sorvegliante, Monica (Antonia Zegers, bravissima e presente in altre opere del regista).Il_Club_RobertoFarias_IMG_23151-750x400
La vita dei quattro “peccatori” sembra scorrere senza sussulti quando, in un delle scene iniziali, arriva alla casa un quinto ex sacerdote, macchiatosi anche lui del peccato di pedofilia. Al sua arrivo si sentono grida acute in strada: una delle sue vittime, Sandokan, lo segue ovunque per ricordargli, attraverso le urla ed un linguaggio il più sconcio possibile, che la sua vita è stata devastata e distrutta dalle gesta di quel prete. A tal punto che non resta altro da fare al carnefice che uccidersi davanti alla sua vittima. Il colpo di scena rappresenta una svolta nella vita della piccola comunità e nel film che ce la racconta, e determina l’avvio di un’inchiesta condotta da un giovane padre gesuita inviato sul posto.
Film denso di significati palesi ed occulti, ricco di metafore che spingono lo spettatore a riflettere al di la della vicenda illustrata, già di per sé raccapricciante, è la conferma del talento di Larrain come regista di punta dell’universo cinematografico dell’America Latina, capace sempre di andare diritto allo scopo e al messaggio da riservare allo spettatore.
“E Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre”: il film si apre con questa frase biblica del Genesi. Come mai dunque i nostri cinque protagonisti hanno preferito rifugiarsi nelle tenebre del vizio e del peccato? E non a caso tutta la prima parte del film è caratterizzata da una luce incerta, a tratti livida, con tutta una serie di contro-luce che la rendono spesso incerta e indefinita. I protagonisti di questa triste vicenda sono inquadrati sempre in maniera diretta, in primi piani ravvicinati: allo spettatore non sfugge alcun particolare. Il rumore del mare sempre molto agitato (non a caso il posto è frequentato dai surfisti). E la casa, che potremmo ben definire “degli orrori”, sempre inquadrata dal basso verso l’alto, ci riporta in maniera singolare alla mente un’altra casa degli orrori, quella hitchcockiana di Psyco.Il-club-1
In quella casa si consuma un orrore e una tragedia: è una casa popolata da carnefici impenitenti, con una sola vittima in giro a ricordare gli orrori patiti. E’ una frattura nella apparentemente calma vita cilena. Specchio di altre fratture mai sanate. Si avverte che Larrain vive ancora sulla sua pelle il dramma della sua gente alle prese con la atroce dittatura di Pinochet. Più di tremila “desaparecidos“, bambini scomparsi, torture e altri crimini atroci. Ma al contrario di altri Paesi dell’America Latina, i conti non sono stati saldati e le ferite sono ancora aperte. Pinochet e i suoi collaboratori sono stati riconosciuti come autori di crimini contro l’umanità, ma la morte del dittatore ha come steso una cortina di silenzio e di interessato oblio. E allora come non scorgere ne “Il club” di Larrain anche una profonda grande metafora di quella piaga non sanata? Come non vedere nel personaggio di Sandokan, la vittima rovinata per tutta la vita dalle delittuose “attenzioni” erotiche del prete pedofilo, la metafora dell’intero popolo cileno, rovinato dalla dittatura ed ancora in attesa di giustizia?il-club--258x258
Il regista dipinge i quattro personaggi ospiti nella sinistra casa, come uomini privi di ogni residuo di umanità. Se quel soggiorno doveva servire al ripensamento dei propri peccati e delle proprie malefatte, al pentimento e al loro recupero, ebbene nulla di tutto questo è presente nei volti, nell’atteggiamento, nei pensieri e nei discorsi dei nostri personaggi. Padre Vidal, trasgredendo all’ordine di non avere contatti con altre persone, riesce a stringere un qualche rapporto con un gruppo di surfisti. Quale è lo scopo? Convincerli a delinquere, corromperli perché compiano delle azioni che a lui farebbero comode. Questo esempio, che il regista volutamente inserisce nel contesto della storia, deve convincere ancora ulteriormente lo spettatore sulla irrecuperabilità di quei personaggi, ciascuno dei quali è avvezza al crimine, avendo sulla propria coscienza tante vite distrutte. Così come con disinvoltura e senza fare una piega, alcuni di loro uccidono i levrieri.
E anche in questi casi la luce non c’è. Quella casa sinistra è come abitata da vampiri, che si nutrono delle tenebre e della assenza di ogni luce. Vediamo a volte solo Padre Vidal in scene abbagliate dalla luce, ma solo quando assiste da lontano alle gesta del suo levriero, e dunque in definitiva quando alimenta il suo nuovo “vizio”, o quando tenta di allacciare sulla spiaggia un rapporto con i surfisti, per tentare di corromperli. Tutto il resto è tenebra. E per questo il film ci lascia con un senso di amarezza per la definitività senza ritorni della perdita di ogni umanità. Un grande film!

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